MARCELLO FOIS.

MEGLIO MORTI.


2000.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
             http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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L'Autore.
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Marcelle Pois nasce a Nuoro nel 1960. Nel 1986 si laurea in italianistica presso l'Universit di Bologna. Nel 1989 scrive il suo primo romanzo, Ferro Recente che, grazie a Luigi Bernardi della Granata Press, viene pubblicato nel 1992 in una collana di giovani autori italiani, nella quale figurano anche i primi libri di Carlo Lucarelli e Giuseppe Ferrandino. 
Sempre nel 1992 pubblica Picta, con cui vince (ex aequo con Mara De Paulis) il Premio Italo Calvino[1]; nel 1997, per Nulla (con cui inizia la collaborazione con la casa editrice Il Maestrale), riceve il Premio Dess. 
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Nel 1998, ancora per Il Maestrale, esce Sempre caro, primo romanzo di una trilogia (proseguita con Sangue dal cielo e L'altro mondo), ambientata nella Nuoro di fine Ottocento e che ha come protagonista un avvocato, Bustianu, personaggio per il quale Fois si  ispirato a un avvocato e poeta nuorese realmente esistito: Sebastiano Satta. Con Sempre caro nel 1998 vince il Premio Scerbanenco[2]. Con Dura madre vince nel 2002 il Premio Fedeli e nel 2007 riceve il Premio Lama e trama alla carriera. 
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Oltre che alla narrativa, Fois si dedica anche alla sceneggiatura, sia televisiva (Distretto di polizia, L'ultima frontiera) che cinematografica (Ilaria Alpi. Il pi crudele dei giorni), e al teatro per cui ha scritto L'ascesa degli angeli ribelli, Di profilo, Cerimonia con Marinella Manicardi, Filippo Morelli, Mirella Mastronardi (segnalata al Premio UBU come giovane attrice non protagonista), Stazione (un atto unico per la commemorazione delle vittime della strage alla stazione di Bologna), Terra di nessuno e Cinque favole sui bambini (trasmesso a puntate da Radio 3 Rai). Dal suo racconto Disegno di sangue, pubblicato nel 2005 nell'antologia Crimini,  stato tratto un episodio dell'omonima fiction televisiva, trasmesso nel 2007 da Rai 2. 
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Ha scritto anche un libretto operistico tratto dal romanzo di Valerio Evangelisti, Tanit. 
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Nel 2007, con il romanzo Memoria del vuoto, edito da Einaudi nel 2006, ha vinto il Premio Super Grinzane Cavour per la narrativa italiana, il premio Volponi e il Premio Alassio Centolibri - Un Autore per l'Europa. Con Giulio Angioni e Giorgio Todde  fra i fondatori del festival letterario L'isola delle storie di Gavoi[3].  un esponente della "nuova letteratura sarda". Nel 2012  tra i finalisti del Premio Campiello con il libro Nel tempo di mezzo, risultato poi vincitore del Premio Procida-Isola di Arturo-Elsa Morante. Nel 2016 vince il premio Asti d'Appello con il libro Luce perfetta, mentre nel 2017 vince la prima edizione del Premio Crovi col romanzo Del dirsi Addio. 
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Parte prima.

Pizzinna lassa su ioku,
Si iocas mira kin kie;
In d'unu monte 'e nie
Cheres allugher foku
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(Bambina smetti di giocare
e se giochi bada bene con chi lo fai;
in una montagna innevata
vuoi accendere un fuoco)
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Capitolo primo.
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Poco pi avanti si apriva una radura. La vegetazione si faceva meno irta, lasciando intravvedere
un ampio spazio sterrato. Il suolo, di terra nera e odorosa, pareva appena smosso da un calpestio
concitato.
- Cinghiali, - afferm Elio Parodi accosciandosi per guardare le orme da vicino. Sistemandosi la
doppietta sulla spalla invit i suoi due compagni di caccia a osservare con attenzione.
- Sono fresche, - annunci con solennit. Poi rivolto al maresciallo Pili: -  ora di far uscire i
cani -. Il maresciallo non se lo lasci ripetere e con la solerzia consueta dei militari si avvi presso il
furgoncino poco distante, all'interno del quale i cani, eccitati dall'odore della selvaggina, uggiolavano e
scodinzolavano.
- Questa  una zona buona, - riflett Elio Parodi, invitando Luigi Masuli a guardarsi attorno.
- Non mi sento molto tranquillo, - si lament quest'ultimo, - mi succede sempre quando vengo a
caccia con te.
- Quando vieni a caccia con me, - ripet Elio Parodi senza sollevare gli occhi dal suolo, - ci
sono volute due settimane per convincerti a venire. Guarda qui: un bestione di almeno ottanta chili, -
continu mostrando una serie di orme particolarmente chiare.
Luigi Masuli annu senza smettere di guardarsi attorno.
- Fa un freddo maledetto, - imprec battendo le mani per scaldarsele.
Il sentiero che portava alla statale e quindi al furgoncino era disseminato di spazzatura. Il
maresciallo Pili si sollev il bavero, le querce lasciavano nell'aria gelida un odore come di legna riarsa.
Le foglie scricchiolavano sotto i suoi scarponi d'ordinanza, il respiro si trasformava in fumo davanti
alla sua faccia. Si era lasciato convincere a fare questa perlustrazione in zona di caccia, ma ora
cominciava a pentirsi: si affaticava con niente, i trecento metri che ancora lo separavano dalla strada
asfaltata gli parvero ancora pi difficili da percorrere. Si sedette, con entrambe le mani sulle ginocchia
e il respiro pesante. Con lo sguardo fisso sul ciglio del sentiero pens all'estate maledetta che pareva
appena trascorsa e agli inverni precocissimi che erano seguiti. Fu attratto dalla desolazione silenziosa di
quel trattro, dalla presenza invisibile di quelle persone che avevano abbandonato avanzi di ogni
genere fra la boscaglia per testimoniare che c'erano state, che avevano pasteggiato fra gli alberi in una
delle ultime giornate calde dell'autunno. Cos, con una specie di sconforto vicino alla commozione, si
alz per raggiungere quell'area invasa di avanzi.
La voce di Luigi Masuli risuon alle sue spalle:
- Allora, questi cani? Credevamo che ti fossi perso!
- Sporcano ogni cosa. Sono delle bestie, - tuon il maresciallo Pili chinandosi a raccogliere una
scarpa. - Non rispettano pi niente, guarda: buttano via persino gli indumenti.
Non si volt neppure, deciso a portare avanti la sua opera di accumulo delle cose abbandonate.
Si guard intorno alla ricerca di una busta o qualcosa che potesse contenerle.
Luigi Masuli rest a guardarlo senza muoversi.
- Che cosa facciamo? Cerchiamo i cinghiali o facciamo notte a pulire? - disse con una nota
canzonatoria.
Il maresciallo Pili non parve curarsene. Aveva trovato una scatola di cartone abbastanza
capiente e ci infilava piatti, bottiglie, barattoli, indumenti, afferrandoli con la punta delle dita.
- Io vado a prendere i cani, - avvert Luigi Masuli.
Quando hai finito, eventualmente, ci raggiungi. Male che vada ci troviamo al furgone tra un
paio d'ore.
Abbandonare quell'uomo al suo destino, alla sua chimera di un mondo pulito, gli sembr una
punizione sufficiente. Avanzando verso la statale si volt ancora una volta a guardarlo mentre chino
verso il suolo continuava la sua opera di pulizia.
- Non sei tutto a posto! - gli url seccato per l'assenza di reazioni di lui. - Che cavolo c'entra
mettersi a fare lo spazzino adesso? Io vado! - ritent sostando per dargli l'ultima possibilit di
raggiungerlo.
- Bestie, - continuava a ripetere il maresciallo Pili, come in preda alla disperazione.
Allora Luigi Masuli si volt: - Sei esaurito Nicola, - gli disse, - tu non ti sei ripreso. Fai quello
che vuoi, io vado a liberare i cani.
Rocki, mezzo bracco e mezzo setter, si avvent sul suo padrone.
- Buono, a cuccia, - ordin bonario Elio Parodi. Ma l'animale, rimasto troppo a lungo rinchiuso,
non smetteva di turbinare e saltare. L'altro cane, un bastardino che tutti chiamavano Groddo, teneva il
muso appiccicato al suolo come se una calamita lo obbligasse a restare in quella posizione.
- Ci voleva tanto? - chiese Elio Parodi tentando ancora una volta di calmare il suo cane. Luigi
Masuli scroll le spalle: - Non ha il cervello a posto! L'ho trovato vicino alla strada che raccoglieva la
spazzatura.
Elio Parodi stratton il cane afferrandolo per il collare.
- Ha passato un brutto periodo, - disse lasciandosi trascinare in mezzo allo spiazzo.
- Vorrei vedere te al suo posto. Bisogna lasciarlo fare.
- Nessuno gli ha dato delle colpe, - scand Luigi Masuli. - Era una situazione che non si poteva
prevedere. Chi le ha mai viste cose simili da queste parti?
- Vado a parlarci io, - risolse Elio Parodi. - Controlla i cani, sono molto eccitati. Avevi ragione,
questo  un buon posto per i cinghiali.
Seduto sul ciglio della statale con le gambe che pendevano gi dalla cunetta, il maresciallo Pili
si assest il bavero ancora una volta. Si sentiva stanco. Pi stanco di quanto sarebbe stato lecito. Aveva
sistemato la cassetta con le cose raccolte vicino al furgoncino. Un vento gelido aveva cominciato a
soffiare e il cielo prometteva neve.
Elio Parodi avanz spuntando dal sentiero, un sigaro spento gli pendeva dalle labbra.
- Che cosa succede? - chiese sistemandosi a sedere affianco al compagno.
- Che cosa succede, - fece eco il maresciallo, - niente succede, cosa vuoi che succeda? Lo sai
che la caccia non  una cosa che mi interessi pi di tanto. Sono venuto solo per prendere una boccata
d'aria.
- Non c' male, - ironizz Elio Parodi, - bei compagni di caccia: uno che viene solo per prendere
una boccata d'aria e un altro che conosce gli appostamenti, ma che devo sudare sette camicie per
convincerlo a muoversi!
Facendosi schermo con una mano tent di accendere il sigaro.
- Lascialo spento, - lo rimprover il maresciallo Pili. - Non vedi che  tutto secco! Se si mette a
correre, il fuoco da queste parti non lo ferma nessuno.
- Bevi qualcosa per scaldarti, - propose Elio Parodi, porgendogli una fiaschetta dopo aver
cacciato i fiammiferi nella tasca della giacca di fustagno.
- Sei diventato intrattabile Nicola, - disse a mezza voce.
Il maresciallo trangugi l'acquavite con una smorfia. Era diventato intrattabile.
- Smetto, - disse, - me ne vado dall'arma.  da quell'estate che ci penso. Mi chiedo perch non
l'ho fatto subito.
- Nessuno ha pensato che fosse colpa tua. Le cose sono andate come dovevano andare. Chi
poteva prevedere quello che  successo?
- Io! Io potevo! Era tutto chiaro fin dal principio: sono stato stupido, mi sono fissato. Solo un
cieco poteva agire come me. Non c'era niente che tornasse al suo posto. Allora avrei dovuto pensarci.
Gi dal suicidio avrei dovuto pensarci!
- Eh, cos ti davano la patente di indovino! - Elio Parodi si sfil la doppietta dalla spalla e la
poggi sull'asfalto. - E poi, non aveva capito niente nemmeno il giudice Corona! - concluse.
Il maresciallo sorrise con amarezza.
- Sono due mesi che cerco di parlargli, ma non c' niente da fare: dicono che ha preso una lunga
aspettativa ed  partito per chiss dove. Ma non  cos: ho visto la luce accesa a casa sua non pi di tre
giorni fa.
- Certo che per lui  stato un bel colpo! - ammise Elio Parodi. - Lo capisco se non vuole vedere
nessuno.
Il maresciallo balz in piedi verso la cunetta. Battendo i piedi al suolo cercava di riattivare la
circolazione nelle gambe. Schiariva. Un sole pallidissimo si faceva largo nella coltre fittissima delle
nubi grigie. Voleva parlare d'altro: - Allora questi cinghiali? Ci sono o non ci sono? - chiese.
Elio Parodi balz a sua volta.
- Se ce ne sono? Io ti dico che domattina ne prendiamo almeno tre!
Voltandosi verso la statale raggiunse il ciglio della strada per recuperare la doppietta.
Fu allora che si sent un trambusto: uno scalpiccio come di qualcuno che corresse e l'uggiolare
lamentoso dei cani.
Luigi Masuli comparve dal sentiero col fiato mozzato dalla fatica. Aveva trascinato i cani con
s e aveva corso.
- Venite, - disse trafelato. - Venite! - Ripet amplificando, col viso stravolto.
A una ventina di metri dalla radura i cani avevano trovato qualcosa. C'era un cespuglio di mirto,
un cumulo di terra nera e leggera appena smossa, una piccola mano rinsecchita che affiorava dal
terreno.
- Bisogna chiamare qualcuno, - scand il maresciallo Pili. - Allontanate i cani, non toccate nulla
e cercate di non camminare l vicino.
Luigi Masuli fece un giro su se stesso in bala degli animali che lo trascinavano verso il
cespuglio. Poi li tir con violenza tentando di riportarli verso il furgone. Agiva in maniera sconnessa,
assecondando il movimento circolare dei cani senza riuscire a spostarli per pi di dieci metri.
Il maresciallo Pili cerc un fazzoletto nella tasca del giaccone e copr la manina che spuntava
dal suolo. La terra smossa non era molto pi scura di quella che aveva ricoperto il cadavere. Una
forcina per capelli spuntava dal terriccio. - Bisogna avvertire subito la centrale, - ripet con un che di
meccanico nella voce.
- Che cosa... - tent di articolare Elio Parodi. Era rimasto per tutto il tempo in piedi accanto al
cumulo di terra smossa. Oscillando leggermente sulle gambe guardava in direzione del corpo.
- Chi ? - chiese tentando di immaginare un punto d'appoggio.
Il maresciallo balz in piedi.
- Prendete la macchina, bisogna avvertire la centrale! Io sto qui ad aspettare.
Elio Parodi ebbe un balzo.
- La centrale, - ripet. - Certo, tu resti qui ad aspettare...
Si volt e fece qualche passo verso Luigi Masuli che, non senza fatica, era riuscito a
incamminarsi verso il furgone.
- Che cosa devo dire? - ritent Elio Parodi, tornando indietro.
Il maresciallo Pili respir profondamente.
- Di' che abbiamo trovato Ines Ledda.
Capitolo secondo
Paolo Sanna aspett ancora qualche minuto, svegliarsi non significava necessariamente aprire
gli occhi. Le voci dalla cucina erano un ponte fra il sonno e la realt. Il tepore sotto le coperte si
opponeva, ostinato, al freddo della stanza e lo convinceva a restare immobile. Nella testa di Paolo il
freddo aveva una solidit inusitata. Il freddo  sempre solido. Il caldo invece  morbido. E parla.
Seduttore e padre di ogni pigrizia. Cos Paolo sentiva il suo respiro, lo sentiva irradiarsi nella stanza,
impegnato a provocare una breccia, un'onda di calore che potesse creargli un passaggio nel gelo.
Apr gli occhi.
Le cose consuete apparvero, poi scomparvero. Le voci in cucina si fecero pi chiare, o solo pi
identificabili: il rumore del piattino e del bicchiere, le formule sommesse, il silenzio, il responso.
- Eh, figlia mia. Qui c' qualcuno che ti vuole male veramente.
Chi fa questa affermazione  una donna di settant'anni, minuta come una bambina. Il fazzoletto
le pende con due corni sulle spalle. La donna pi giovane che le siede di fronte aggrotta le sopracciglia
e scuote il capo. La bambina  compita nonostante i suoi dodici anni. Ha indosso un cappottino
marrone con un colletto di pelliccia e una fascia dello stesso colore le mantiene i capelli, scurissimi e
lunghi, pettinati di fresco, discostati dalla fronte.  una vera signorina: non dice una parola e quando la
interrogano abbassa il capo.
- Non so chi possa essere, - dice all'improvviso la madre della bambina, guardando il piattino
dove l'acqua ha separato la macchia d'olio in mille bollicine. Grossi grani di sale grezzo navigano nel
liquido come isole di cristallo.
- Eppure qui c' malocchio, - rincara la vecchia. - Hai messo la maglia alla rovescia come ti
avevo detto?
La donna pi giovane fa cenno di s e sposta il collo della blusa per mostrare le cuciture a vista
della maglia di lana che porta sotto.
- E tu, - insiste la vecchia rivolta alla bambina, - ce l'hai sempre la reliquia?
- Eccome no, - interviene la donna. - Fai vedere a zia Badora che ce l'hai!
La bambina, ubbidiente, si sbottona il cappottino e mostra un sacchetto appeso alla fodera
interna con una spilla da balia.
-  inutile, - continua sconsolata la donna, - lo sentivo che c'era qualcosa: questo mal di testa
che non mi passa e poi non ne va bene una in casa. Questa creatura ha sempre qualche male addosso,
non faccio altro che portarla dal medico: non vedete che si sta riducendo in niente!
Cos dicendo afferra il braccio della figlia per mostrare alla vecchia un polsicino smunto. La
bambina come per confermare i timori della madre sfila un fazzoletto dalla tasca e si comprime le
narici con un gesto delicato.
Cos la vecchia si alza in piedi e intinge le dita nella soluzione di acqua, olio e sale, poi si
accosta alla donna, la segna sulla fronte biascicando le orazioni e le d da bere un sorso del preparato.
Lo stesso fa con la bambina.
- Hai portato un indumento? - chiede.
La donna, con pudore, estrae due paia di mutandine candide dalla borsetta che ha tenuto per
tutto il tempo sulle ginocchia e le porge.
La vecchia stringe gli indumenti fra le mani mondandoli con nuove oscure formule e li
restituisce alla donna.
- Indossateli, - ordina. Poi, rivolta alla donna, - Paga una messa per le anime.
Il tonfo sommesso della porta d'ingresso fece sobbalzare Paolo nel letto. Con un gesto repentino
scost le coperte e lasci che tutto il peso dell'aria piombasse sul suo corpo. Se si trattava di quello, se
cio il freddo fosse stato cos pesante, lui non sarebbe riuscito a sollevarsi. Invece si sollev. Era tutto
falso.
Salvatora Fenu, Badora, si preparava per la messa mattutina lisciandosi i capelli bianchi e
ripiegando i corni del fazzoletto sotto il mento con un nodo largo.
In cucina si stava meglio. C'era un bel tepore. La stufa economica andava a pieno regime. Il
pentolino del latte, coperto con un piattino, era al caldo ai bordi della piastra incandescente, il caff era
gi nella tazza sul tavolo.
Col viso ancora gonfio dal sonno Paolo Sanna sedette nel posto che solo qualche minuto prima
era stato della donna pi giovane.
Allungando la mano verso il cesto del pane carasau cominci a frantumare le sfoglie secche in
mille schegge che finirono dentro la tazza.
La vecchia fin di sistemarsi lo scialle sugli meri e sistem gli avambracci tra le frange. Un
rosario di grani neri le avvolgeva la mano sinistra. Accostandosi alla cucina economica afferr il bricco
del latte con la mano libera e lo poggi sul piano di marmo del tavolo fra il cesto del pane e la tazza.
Sfior la nuca del giovane con la mano che reggeva il rosario e si fece il segno della croce.
- Ti ritrovo quando torno? - chiese.
Paolo rispose sollevando le spalle. Poi vers il latte bollente nella tazza e attese che il pane si
ammorbidisse soffiando delicatamente sulla superficie che cominciava a incresparsi per la panna.
- Allora io vado, - incalz la vecchia.
- Verso le dieci devo incontrare Giovanni Locche per un cantiere, - disse Paolo.
Badora si sent risollevata: era sempre di malumore quel ragazzo, sempre cos scontroso, ma
almeno, questa volta, aveva risposto.
- Alle dieci sono gi a casa da un pezzo, - concluse uscendo.
Quell'ora del mattino pareva a Paolo Sanna la pi adatta, l'unica adatta per contare il tempo. Era
il momento in cui gli riusciva di avere pensieri importanti: perch la vita degli uomini si conta a giorni?
Forse le notti non hanno nessun valore perch uno dorme ed  come se fosse morto. Allora perch le
notti possono pesare in modo cos determinante? Sarebbe stato meglio morire davvero e poi rinascere
davvero. Che senso poteva avere distendersi di notte senza riuscire a eliminare nemmeno uno dei
demoni che rendono il giorno cos faticoso?
Tra questi pensieri era finito il latte. Rimaneva solo il fondo dove si era accumulato tutto
l'eccesso di zucchero: pi buono da pregustare che da mangiare.
La sedia di fianco alla sua, quella dove poco prima era seduta la bambina, era spostata rispetto
al tavolo. Paolo allung il braccio per accostarla al bordo del piano di marmo e posizionarla in
parallelo.
Per questo il suo sguardo fu attratto da un pezzo di stoffa candido e stropicciato: un fazzolettino
sul sedile impagliato.
Ecco che il sangue riprendeva a circolare, l'effetto sonno sembrava sbiadirsi progressivamente
per lasciare il posto al pieno possesso delle proprie facolt. La luce di un ennesimo giorno grigio
acciaio avrebbe potuto prospettare ore piene di attivit. Non per Paolo Sanna. Guardando ancora pi in
l, tra qualche ora, non vide assolutamente niente. Certo un abboccamento per un possibile lavoro.
Certo, la prospettiva di riempire ore d'attesa a girovagare per contattare gente che avesse bisogno di un
giovanotto di ventotto anni, sano e robusto. Poi l'allenamento con la squadra di calcio dilettanti, ma il
sabato mattina non  giorno di allenamento. E l'indomani la squadra rispettava il turno di riposo.
Niente di niente diceva quella giornata talmente fredda che persino la neve si rifiutava di
scendere.
E diventava pesante pensare alle ore di veglia. Pensare di camminare fra gente che faceva
l'effetto di sapere cosa sarebbe successo della propria vita con buona approssimazione. Paolo sapeva
distinguere persino il grado di simulazione, l'elemento illusorio, che spinge ad alzarsi pensando che
qualche cosa accadr. Ma non quella mattina: perch niente sembrava recuperare una dimensione
precisa; tutto appariva come sfilacciato nella sua testa, senza un assetto. E si lasciava andare calando
sempre pi in basso, ancora pi in basso di quanto si poteva concepire, scoprendo che al basso non c'
limite. Grattando il fondo fino alla crudelt; chiamandosi, e adesso arrivava il compiacimento, granello
di sabbia, scherzo del destino, larva, ameba...
Allora, meglio morto pensava.
Meglio morto: che farsene di un'intera giornata? Che farsene di una testa che perde il controllo?
Che  in grado di pensare cose tanto importanti?
Paolo Sanna allung il braccio sotto il tavolo, raggiunse il piano impagliato della sedia vuota
dove solo qualche minuto prima era seduta la bambina.
Tast il sedile fino a percepire la stoffa morbida e stropicciata del fazzolettino dimenticato.
Ecco una prospettiva: da qualche parte molto profonda e nascosta della sua testa c'era stata
battaglia. E lui aveva resistito per interi minuti, aveva cercato di non capire. Di non capire che quel
pezzo di stoffa cos dimesso, lo attraeva in maniera irresistibile.
Capitolo terzo
- L'hanno trovata! - annunci Antonio Sassu. - A Brore, due ore fa, un gruppo di cacciatori. 
stata seviziata, pare.
Un appartamento, ampio ed elegante, in via Manzoni, era stato trasformato in una redazione: la
redazione nuorese dell'Unione Sarda.
- Da Cagliari ci hanno chiesto la prima pagina, - continu Antonio Sassu. - Abbiamo bisogno di
fotografie: la casa, i genitori, il posto.
Un ragazzo magrissimo e scapigliato scatt in piedi e, facendo un mezzo giro intorno al grande
tavolo, - che costituiva con le sedie l'unico arredamento di una sala delle riunioni separata dal resto
della redazione per mezzo di pareti modulari, - raggiunse una grossa borsa. Controll che tutto fosse in
ordine: la macchina fotografica, gli obiettivi, i rullini, il flash.
- Ecco, - prosegu il redattore capo, allungandosi sulla sedia pneumatica, - Cristina e Redento
fanno una volata alla casa della bambina. Mi raccomando non fate come al solito: voglio roba buona.
Sentite i vicini e niente nomi per esteso, se gli intervistati sono minorenni, mi raccomando -. Fece un
attimo di pausa, come se fosse giunto il momento di prendere una decisione che aveva rimandato fino
ad allora. - Giuseppina, - disse finalmente, - dagli inquirenti.
La ragazza sorrise sistemando un'agenda nella borsa; evit di guardarsi attorno perch non si
notasse la sua soddisfazione: un incarico importante. Se andava come doveva andare il suo servizio
sarebbe stato pubblicato nel foglio regionale. - Punto delle indagini, sospettati, indiscrezioni -. Antonio
Sassu si alz in piedi. - Alberto in ufficio con me, - disse, rivolto al fotografo, mentre usciva dalla sala
riunioni. Una donna sulla trentina, che per tutta la durata della riunione non aveva aperto bocca, alz il
braccio sventolando un foglio di carta da fax. Il capo redattore assent con aria scoraggiata.
- La lettera del sindaco! - disse. Poi rivolto alla donna con aria sbrigativa: - Quaranta righe,
Maria Vittoria, rispondi che la popolazione ha paura che questa storia dei parcheggi ai giardinetti si
trasformi in un cantiere perenne come la piscina di via Lazio, e che a rimetterci alla fine siano solo i
pini!
- E a proposito delle sue sparate sulla povert dell'economia della citt? - chiese la donna con
aria sostenuta.
Antonio Sassu si ferm come pietrificato dall'urgenza di trovare una risposta. - Be', - cerc di
guadagnare ancora qualche secondo, - chiedile di dimostrarci nei fatti questa povert diffusa in una
citt in cui il settanta per cento delle abitazioni  di propriet e i risparmi bancari dei cittadini sono di
tutto rispetto.
La donna sorrise senza scomporsi. - Devo accennare alla questione del manto stradale che,
guarda caso, copre solo il tratto fino a casa sua?
Il capo redattore fece uno scatto verso la donna. - Maria Vittoria! - sbott. - Una risposta ampia,
circostanziata, equilibrata! Non voglio che questa storia si trasformi in una gara tra primedonne, intesi?
La donna accus il colpo disponendo le sue cose dentro una capiente ventiquattrore.
- Bene, - sibil, - prover a far finta di essere un uomo. Ma temo che la signora sindaco non sia
proprio il mio tipo!
Giuseppina Floris rest sola.
La riunione si era conclusa con un imbarazzato fuggi fuggi di colleghi impegnatissimi. Antonio
Sassu era uscito per primo e Maria Vittoria Leccis per ultima. L'aveva guardata con rimprovero
uscendo: aveva fidato sulla alleanza femminile in un mondo governato dai maschi. Si aspettava che
Giuseppina facesse fronte comune, protestasse per il modo in cui era stata trattata, ma Giuseppina non
aveva risposto al suo appello.
Pensava alla sua teoria sul caso di Ines Ledda. Una teoria l'aveva infatti. L'aveva sempre avuta,
fin dalla scomparsa della bambina, quando tutti dicevano che era stata rapita, anche se non si capiva
perch mai, visto che la famiglia Ledda si poteva definire appena benestante. Ines era stata prelevata
durante il tragitto che dalla scuola portava a casa sua: meno di trecento metri. Le compagne di scuola
testimoniarono che, a differenza del solito, quel giorno non si era trattenuta a chiacchierare nel cortile
dell'Istituto. Testimoniarono che era impaziente di andare come se avesse un appuntamento. Non
bisognava partire da idee preconcette, bisognava lasciar fare agli avvenimenti: nessuno sapeva dire con
certezza se Ines avesse realmente un appuntamento.
Giuseppina Floris prelev l'agenda e scrisse appuntamento? sottolineando quella domanda. Poi
pens al tragitto dalla scuola alla casa: piazza Asproni, via Tola, via Mons. Bua, piazza Vittorio
Emanuele, via S. Francesco. Oppure, allungando un poco: piazza Asproni, corso Garibaldi, piazza
Vittorio Emanuele eccetera. Niente vicoli, tutte strade frequentate, difficile passare inosservati. Eppure
nessuno afferma di aver visto Ines Ledda tornare verso casa quel pomeriggio del 20 novembre di un
anno prima.
La professoressa d'italiano, interrogata dagli inquirenti e dai giornalisti aveva descritto una
bambina introversa, ma generosa, estremamente intelligente e molto precisa e applicata nello studio,
ma aveva rivelato che, negli ultimi tempi, era diventata distratta e faceva qualche assenza di troppo.
I genitori l'avevano santificata: pulita, modesta, senza quella sfrontatezza che caratterizza le
bambine delle ultime generazioni.
Una figlia esemplare, una buona scolara. Una compagna di giochi tranquilla. Una qualunque,
nemmeno particolarmente bella.
Una bambina che non aveva numeri per rimanere impressa. Una bambina trasparente e dimessa
che poteva percorrere il tragitto scuola-casa senza che nessuno avesse un buon motivo per notarla.
E cos era stato: nessuno l'aveva notata.
Nessuno aveva visto qualcuno che le si avvicinava e le rivolgeva la parola.
Una bambina che non teneva un diario, senza particolari propensioni. Una di quelle che ci si
sforza di ricordare e solo quando sia necessario. E solo se lo sforzo vale per capire perch mai qualcuno
abbia deciso di ammazzarla.
Una sognatrice un po' sciocca, pens Giuseppina, come possono essere sciocche quelle bambine
che, per uno scherzo della sorte, sfuggono al proprio tempo, e crescono nella bambagia anacronistica di
una famiglia anacronistica. Con un padre che non ha mai tolto una posata dalla tavola dopo aver
pranzato e non ha mai impugnato il manico di una scopa per riunire le briciole cadute nel pavimento.
Con una madre che ha concluso la sua giornata solo per ricominciarne un'altra del tutto identica.
Una bambina che ha imparato quello che bisogna fare: dare una mano per la sgrossata del
sabato pomeriggio, passare il panno umido per far risplendere il lavello della cucina, strizzare lo
straccio per l'ultimo risciacquo sui pavimenti, prima della cera. Mentre il fratello maschio, pi grande o
pi piccolo di lei, concede, per quanto lo permette la partita di calcio o la riunione con gli amici in
cortile, di scivolare atletico con le pattine di lana sulle piastrelle impregnate e farle brillare. Ma non
troppo a lungo, perch stendere la cera non  un lavoro da uomini.
Cos il padre, che  stato al lavoro e ha faticato anche per lei, potr rientrare lasciando rigature e
terriccio sulla superficie risplendente.
E dare un senso anche al suo futuro di donna a venire. Insinuando nella sua testolina che il
mondo  definitivamente spaccato in due. Che gli uomini portano il cibo e vogliono le comodit; che le
donne preparano il cibo e amano gli uomini.
La conclusione e l'inizio sembrarono prevedersi a vicenda, sembravano compenetrarsi l'un
l'altra, far parte della stessa, impassibile, storia.
Giuseppina Floris prese a tamburellare con la penna sul foglio, qualcuno avrebbe potuto dire
che la storia di Ines era identica a quella di milioni di bambine: cambiava solo il modo di morire.
Un salto in tribunale si poteva fare a piedi: era praticamente a due passi. Ma il percorso andava
controllato con calma, dalla scuola alla casa. A costo di contare i passi necessari per coprirlo
completamente. A costo di spiare a una a una tutte quelle persone che, giorno dopo giorno, si erano
dimenticate di notare una bambina qualunque che tornava a casa dopo le lezioni.
Capitolo quarto
Luigi Masuli entr nell'ufficio del giudice.
- Masuli Luigi -. Si present stendendo il braccio oltre la scrivania.
- Danila Comastri, - replic il giudice rispondendo alla stretta.
- Si vede che lei non  di qui, - afferm l'uomo con fare disinvolto.
- Evidentemente, - tagli corto il magistrato. - Ma passiamo al motivo della sua convocazione...
- S, mi hanno avvertito che aveva bisogno di ulteriori chiarimenti ed eccomi qui, disponga
dottoressa!
- Dunque, nella sua deposizione c' scritto che, la mattina del ritrovamento, lei era stato lasciato
da solo a custodire i cani in quanto sorsero problemi col maresciallo Pili,  esatto?
- Be', signora dottoressa, sorsero problemi  un modo un po' esagerato per spiegare la cosa...
- Le ricordo che sono parole sue! - lo interruppe la donna.
- Ero spaventato! Si metta nei miei panni, dottoressa, una situazione del genere. Comunque il
maresciallo non stava bene, ma bisogna capirlo.
- Queste cose le conosciamo, signor Masuli, quello che ci interessa adesso  capire cosa sia
successo realmente quella mattina.
Luigi Masuli cominci a martoriare il suo berretto.
- Stavamo cercando cinghiali, - riprese con calma. - Quella  una zona buona, ce ne sono molti.
Abbiamo trovato un bel po' di tracce. Poi il maresciallo doveva andare a recuperare i cani che erano
rimasti chiusi nel furgoncino e non ritornava pi. Cos mi sono avviato verso la statale per capire come
mai tardava...
- Quanto tardava esattamente?
- Mah,  difficile da dirsi...
- Un'ora, mezz'ora? - incalz il sostituto procuratore.
Luigi Masuli assunse un'aria pensosa per cercare di dare una risposta pi esatta possibile.
- Mezz'ora pi o meno, - rispose rafforzando l'affermazione con un ampio movimento del capo.
- E durante questa mezz'ora lei e il suo compagno di caccia che cosa avete fatto?
- Abbiamo continuato a controllare nei dintorni, c'erano tracce dappertutto. Ma cosa c'entra
questo? - chiese rabbuiandosi all'improvviso. - Noi siamo quelli che l'hanno trovata, che possiamo
avere a che fare noi con questa storia?
- Questo  quello che vogliamo capire signor Masuli. Lei  un testimone e a me spetta il
compito di stabilire come sono andate le cose con tutta la precisione possibile!
Luigi Masuli abbandon il berretto, aveva la fronte madida di sudore. Cerc un fazzoletto nella
tasca della giacca.
- Io non ho mai avuto a che fare con la Giustizia: ho cinquantanove anni e prima di oggi non
sono mai stato in questo posto. Non so che cosa le interessi sapere esattamente: noi l'abbiamo solo
trovata.
Danila Comastri si sistem gli occhiali afferrando entrambe le stanghette con gli indici e i
pollici, poi riprese a leggere il fascicoletto di fogli dattiloscritti che aveva sulla scrivania.
- Cos si  avviato verso la statale per capire come mai il vostro compagno tardava ad arrivare, -
riprese con tono burocratico.
- S, - rispose semplicemente Luigi Masuli. L'inquietudine gli segnava il viso. - Ma lui al
furgone non ci era nemmeno arrivato: si era intestardito a raccogliere un mucchio di spazzatura. Allora
io gli ho detto che quello non era il momento per occuparsi di quelle cose e che i cani al chiuso si
lamentavano. Ma lui non mi ha dato retta. Sembrava che non mi avesse neppure visto e ha continuato a
mettere la roba in una cassetta. Cos sono andato io a prendere i cani e li ho portati allo spiazzo.
Quando sono arrivato l ho detto a Elio che cosa stava succedendo e ha risposto che ci pensava lui.
Voleva dire che sarebbe andato a parlare col maresciallo. Poi sono rimasto con i cani per farli correre e
li ho sentiti inquieti e cos...
- E cos?
- Hanno cominciato a scavare e l'hanno trovata. Sono diventato matto a tirarli via, ma sono
riuscito a legarli e trascinarli verso il furgoncino dove ho raggiunto i miei compagni...
-... Luigi urlava che i cani avevano trovato qualcosa, ma dalla sua faccia si capiva che non era
niente di buono -. Elio Parodi si assest con pi forza sulla scomoda poltroncina davanti alla scrivania
del sostituto procuratore. - Ci siamo precipitati e abbiamo visto un po' di terra smossa e qualcosa che
non scorder mai: dalla terra spuntava una mano. Io non ho capito pi nulla, fortuna che Nicola, il
maresciallo Pili, ha mantenuto il sangue freddo andate a fare la denuncia ha detto abbiamo trovato
Ines Ledda. Posso stare in piedi? - chiese all'improvviso.
Danila Comastri fece il primo sorriso della giornata.
- Certo, se preferisce, - acconsent. - Quelle poltroncine non sono il massimo della comodit.
Elio Parodi scosse la testa.
- Non sono le sedie signor giudice, le assicuro che in questa stanza sarebbe scomodo anche un
letto di piume!
- Lei conosce il maresciallo Pili da molto tempo?
- Da circa vent'anni...
Il maresciallo Pili riprese a raccontare con calma.
- Eravamo l per caso, - disse scandendo le parole. - Quella  zona di caccia, ci sono i cinghiali,
- aggiunse.
Dalla parte dei testimoni l'ufficio del sostituto procuratore assumeva una prospettiva del tutto
diversa.
- Lei ha figlie? - chiese il magistrato.
Il maresciallo aggrott le sopracciglia. - In che senso? - cerc di prendere tempo.
Il magistrato riformul la domanda.
- No. Due maschi, - rispose finalmente il maresciallo. Ma con troppa inquietudine nella voce.
- Era solo una domanda interlocutoria, maresciallo, - chiar la dottoressa. - Cos per capire
meglio il suo grado di coinvolgimento nell'accaduto. Capisce che  molto importante per me riuscire a
inquadrare anche le connessioni di carattere psicologico, trattandosi di un fatto cos orrendo.
Il maresciallo non capiva. - Semmai, - intervenne con risentimento, - sarebbe il caso di
inquadrare al pi presto le connessioni che riguardano quel porco che l'ha ammazzata in quel modo!
- Certo, - disse la donna senza scomporsi, -  sempre il solito problema: non faccio altro da
quando mi trovo in Sardegna che offendere la suscettibilit dei sardi.
- Senza rancore, - intervenne il maresciallo, - ma non  piacevole avere la sensazione di passare
da testimone a sospettato.
La donna sorrise, un sorriso aziendale. - Sospettato? - Ripet. - Oddio, devo proprio aver
sbagliato tutto: del resto che motivo avrei per sospettare di lei, maresciallo?
Nicola Pili mangi la foglia. - Nessuno, - disse col tono pi secco che riusc a esprimere, - ho
ventidue anni di carriera alle spalle, sono sempre stato un uomo pi che irreprensibile e ho sempre fatto
il mio lavoro con dedizione!
- Perch ha chiesto di essere messo a riposo allora?
- Se permette, dottoressa, sono questioni di carattere strettamente personale che non hanno
niente a che vedere col fatto...
- Sappiamo, sappiamo, - lo interruppe il magistrato. I capelli sbiondati le facevano un'aureola
dorata intorno alla testa. - Ma lei sa bene, - riprese, - che io ho il dovere di sospettare di tutti. Lei era
nel luogo del ritrovamento e, a sentire i suoi amici,  stato strano per tutta la mattina. Senza considerare
che ha identificato il cadavere senza neanche vederlo.
- Sono un carabiniere! - sbott il maresciallo. - La scomparsa della bambina era sulla bocca di
tutti da un anno!
- Cerchi di stare calmo, - rincar la donna, - in questo ufficio non abbiamo l'abitudine di dare
niente per scontato e io posso assicurarle fin d'ora che far di tutto per scoprire ci che  accaduto a
quella povera bambina. Comunque si tenga a disposizione. Buongiorno!
Il maresciallo scatt in piedi, ed evitando la mano ingioiellata che la donna gli porgeva, usc.
Capitolo quinto
C'era Giovanni Maciste, quello alto e magro. Quello che aveva massacrato a colpi di pietra il
gatto della ex fidanzata: lei non rispondeva al telefono e non c'era verso di riuscire a parlarle perch
usciva solo col fratello. C'era Giovanni Coddanzinu quello pi basso, che era stato campione di
sollevamento pesi e che in una sola notte, mentre era a Cagliari per la visita di leva, aveva scopato per
undici volte con una prostituta. C'era Egidio Ichnusa, che riusciva a bere anche trenta birrette
senza conseguenze, ma che, alla trentunesima, era in grado di rovesciare una cinquecento. E c'era Paolo
Sanna.
C'era tutta la citt alle nove di sera. Nel silenzio pi assoluto. Quando anche i bar abbassano le
saracinesche e non rimane che il vuoto.
Maciste aveva l'abitudine di camminare calciando qualsiasi cosa si trovasse tra i piedi. Era il
proprietario della macchina: una vecchia 127 Super. Coddanzinu portava solo la maglietta di cotone
anche d'inverno. Poi c'era Paolo Sanna che a parlare non ci sapeva fare e con le donne peggio.
Certo quando si passa la vita con una vecchia, risulta difficile sentirsi uno come gli altri, molto
difficile.
Il corso Garibaldi alle nove di sera. I passi dei pochi sopravvissuti alla bolgia della passerella
serale risuonano nel granito.
Il barattolo, spinto sempre pi avanti dai calci di Maciste, emetteva una nota lunga e lamentosa.
Ichnusa era arrivato alla trentunesima, ma sperava di migliorare il suo record. Intanto ruttava.
Sollevando l'ilarit generale ogni volta.
Coddanzinu diceva che sarebbe stato bello essere a Cagliari.
Cos si salutava la notte.
Svoltando in un vicolo si arrivava in piazza Vittorio Emanuele. I quattro svoltarono
meccanicamente, come vecchi cavalli mansueti abituati a coprire per anni lo stesso percorso.
- Adesso ai giardinetti fanno un parcheggio, quei bastardi! - disse Maciste spedendo il barattolo
dentro la fontanella ormai secca.
- Quella bastarda della sindachessa! - conferm Ichnusa.
Poco pi avanti, oltre lo spiazzo di cemento, erano state alzate delle palizzate per delimitare
l'area dei lavori in corso.
- Devono buttare gi i pini, - continu Maciste cercando di sporgersi oltre la delimitazione, per
vedere le opere di sbancamento gi intraprese. Sulle onduline che coprivano la visuale erano stati
applicati cartelli di protesta.
Ichnusa rutt. Poi, dopo essersi sbottonato i pantaloni, comincio a pisciare contro i cartelli.
Coddanzinu con una spallata lo scaravent contro le onduline che vibrarono con un rumore metallico.
- Sei sempre il solito coglione! - inve Ichnusa dirigendo il getto contro di lui. Aveva tutti i
pantaloni bagnati. - Brutto stronzo, scherzi del cazzo! - continuava cercando di colpirlo col getto. Ma
Coddanzinu era agile nonostante avesse una muscolatura due taglie pi grande di quella che sarebbe
stata sufficiente e si riparava facendosi scudo con i compagni. Segu un fuggi fuggi generale.
- Oh! - gridava Maciste, - Guarda che io non c'entro!
- Ti rompo il culo! - minacci Ichnusa risistemandosi.
- Aj... - Paolo Sanna cercava di intervenire per calmarlo, -  uno scherzo.
- Uno scherzo del cazzo, gli spacco il culo!
- Dai, vieni a spaccarmi il culo, - provocava Coddanzinu. - E gi che ci sei ciucciami questa
bestia! - continuava, ancheggiando con una mano a cucchiaio sul cavallo dei pantaloni.
Maciste era riuscito a mettersi in disparte con un balzo oltre la balaustra di cemento che
separava la zona del passeggio dal marciapiede ingombro di auto parcheggiate. Paolo teneva stretto
Ichnusa con una presa da lottatore e continuava a gridare di finirla. Coddanzinu smise la sua
pantomima, ma si teneva a distanza per evitare i calci che Ichnusa, sempre bloccato da Paolo, tirava in
aria.
- Smettiamola ora! - ordin Maciste, oltrepassando con cautela la balaustra. Ichnusa sembrava
pi calmo e stratton Paolo perch lo lasciasse andare. Coddanzinu, che continuava a tenersi a distanza,
proponeva una tregua.
Cos ci fu una tregua e qualche minuto di silenzio.
- Questa tanto me la paghi -. Sibil Ichnusa sistemandosi a sedere in una panchina di legno e
controllando i pantaloni ancora bagnati. - Me la paghi prima o poi, - continuava come parlando con se
stesso.
Cos sedettero tutti e quattro. In silenzio. Assecondando il buio di una notte senza lampioni. Da
qualche parte della loro testa c'era un pensiero comune. Maciste cominci a prendere a calci una pigna.
- Che cazzo facciamo? - chiese Coddanzinu prendendo un pacchetto di sigarette incastrato nella
manica della maglietta.
- Facciamo quello che dobbiamo fare, - annunci Maciste. Si alz e si diresse verso la vecchia
127 Super parcheggiata l vicino. Gli altri lo seguirono. Lo videro armeggiare con la serratura del
portabagagli.
Paolo non capiva, ma not, con apprensione, che i suoi occhi avevano una luce strana. E lesse il
gesto febbrile delle sue mani che spalancavano lo sportello ed estraevano dal retro dell'auto una sega a
motore.
- Non gliela lascio alla sindachessa la soddisfazione di abbattere i nostri pini! - disse tirando
il cordellino del motore. La sega fece un brontolio sordo e sembrava voler guidare Ichnusa verso lo
spiazzo dove c'erano gli alberi.
Il suo primo fendente fece penetrare la lama nel legno come se si trattasse di burro.
Maciste si guard intorno, sorrise e inspir nei polmoni l'aroma della resina. Poi la prima pianta
cadde frustando il suolo con le fronde, chinandosi alla forza distruttiva.
La sega pass di mano in mano.
Paolo sent la vibrazione della macchina come una forza viva in tutto il corpo e a ogni pressione
sul tronco sentiva cedere un centimetro di vita, un centimetro di legno. Con una vitalit che sembrava
dimenticata, con la testa finalmente sgombra.
Maciste continuava a sorridere come in preda a una rivelazione. E cap senza capire, lasciando
che al desiderio si accompagnasse il gesto, solo il gesto. Ascoltando il lamento dell'albero senza
chiedersi come potesse ritenerlo cosa viva.
Coddanzinu afferr la motosega e se l'appoggi all'inguine protendendo quel cazzo, che non era
pi immaginario, per stuprare la pianta, il mondo, la vita.
Capitolo sesto
Tutte le volte che squillava il telefono a quell'ora di notte Eugenio Martis aveva la certezza che
Dio non esistesse. Allungando un braccio fuori dalle coperte fingeva di credere che si trattasse della
sveglia, ma lo squillo era inconfondibile. E ineluttabile. Si trattava del telefono, alle due di notte e Dio
non esisteva! E se esisteva si divertiva un mondo.
Afferr la cornetta senza accendere la luce. Riconobbe la voce di Giuseppe Fara, il suo collega.
- Ha avuto una crisi! Una cosa pazzesca! - ansimava la voce all'altro capo del filo. - Chiede di
te! Non vuole sentire ragioni.
Eugenio Martis cerc di concentrarsi. Stava sognando che la sua vecchia maestra delle
elementari gli faceva delle avances molto spinte nei bagni della scuola. Per qualche istante lo squillo
del telefono si era inserito nel suo sogno sotto forma di campanella da fine lezioni, proprio nel
momento in cui la maestra, non pi vecchia e laida, dimostrava l'indiscussa superiorit femminile sul
maschio. Questo rendeva doppiamente penosa l'interruzione.
- Che cazzo di ore sono? - chiese con la bocca impastata.
Giuseppe Fara deglut. - Quasi le due... - rispose minimizzando. - Ti ho svegliato?
- No, a quest'ora mi alleno a rimanere sveglio, sai,  per il Guinnes dei primati!
La voce all'altro capo divenne pi sostenuta.
- Se non fosse stato importante non ti avrei svegliato.
- Nessun problema, - rincar Eugenio. - Domani mi aspetta solo una giornata di merda. Il che 
gi un risultato se penso alla giornata del cazzo appena trascorsa -. Non riusciva proprio a mandar gi
di essere stato svegliato proprio nel bel mezzo di un'erezione.
- Lina ha avuto una crisi, - continu Giuseppe Fara. - Chiede di te: qualcuno le ha fatto vedere
un quotidiano...
- Dalle un flacone di Tavor Giuseppe, abbi piet! - tent Eugenio con disperazione.
- Penso proprio che dovresti venire: si  chiusa nelle cucine. Dice che si uccider, dice che
vuole parlare con te!
Lina.
Eugenio Martis si mise a sedere sul letto. Automaticamente cominci a sbottonarsi la giacca del
pigiama. Fece un rapido esame della situazione: Lina Piredda era stata condannata a trent'anni di galera
dopo aver trucidato il marito con un martello. Era una donna calma all'apparenza, ma in due anni di
psicoterapia aveva avuto almeno una decina di crisi. Non parlava quasi mai, Eugenio era stato il primo
uomo col quale avesse parlato veramente. La psicologa che l'aveva in cura prima di lui non era riuscita
a farle aprire la bocca.
E anche per Eugenio i primi mesi non erano stati facili. La donna era ostinata, non voleva
parlare delle circostanze che l'avevano portata in galera e questo mutismo le era costato il massimo
della pena. Cos Eugenio aveva passato un intero mese ad aspettare, facendo solo domande generiche,
chiedendole di parlare solo se ne avesse avuto il bisogno. E vide la donna diventare sempre pi
inquieta, ma in qualche modo grata di quella perseveranza. La vide sciogliersi ogni giorno di pi,
divenire pi allegra o pi triste, ma reattiva.
Dopo la prima crisi lei parl. Gli raccont un sogno orribile che aveva fatto. Parl per cinque o
sei minuti di fila, senza interrompersi. Sorpresa che le parole le uscissero di bocca con tanta precisione
dopo tutto quel tempo. Eugenio l'ascolt sorridendole di tanto in tanto e invitandola a ricordare ogni
singolo particolare di quel sogno che l'aveva tanto scossa. Cos lei disse che qualcuno aveva lasciato un
quotidiano sul tavolo in refettorio e che quel quotidiano riportava solo cattive notizie, perch il mondo
era un posto orribile, la vita era orribile e lei non era pi al sicuro. E lei per tutta la notte non aveva
fatto altro che sognare di quelle cose che aveva letto sul giornale e che questo l'aveva convinta a
togliersi la vita.
Cos aveva tentato di impiccarsi con una camicia.
- Penso che questo posto serva proprio a metterti al sicuro! - le aveva detto Eugenio. E lei aveva
sorriso. La sua faccia si era riempita di rughette intorno agli occhi e alla bocca. Poi si era avvicinata a
lui e gli aveva stretto le mani.
Tuttavia fu una vittoria di breve durata: le crisi continuarono e qualche mese dopo Lina tent di
uccidersi tagliandosi le vene con un frammento di specchio. Quella volta un parente, che era l'unico che
veniva a trovarla, le aveva raccontato che un vecchio vicino di casa era morto; cos lei raccont che poi
tanto al sicuro non si era sentita e che nella sua testa vagava un solo pensiero, una sola certezza:
resistere non ha significato,  tempo perso. Disse che aveva passato la maggior parte della sua vita a
pensare che si potesse fare finta di nulla, a dirsi che le cose sono quello che sono e che per quanto ci
dibattiamo non ci sono santi. Ma la vita si era accanita contro di lei, per dimostrarle che aveva sempre
avuto torto. Tranne una volta, quella volta. Cos era come se avesse pagato un debito; di quei debiti che
una persona qualunque impiega tutta un'esistenza per pagare. Lei l'aveva estinto in una sola volta,
quella volta...
- Sei ancora l? - gracchi Giuseppe Fara oltre la cornetta.
Eugenio fece un balzo trattenendo un gemito per il contatto gelido dei piedi nudi sul pavimento.
- Ditele che sto arrivando!
In macchina erano dieci minuti a quell'ora di notte, anche se si doveva attraversare la citt. Il
motore tossiva, forse protestava anche lui; Eugenio aspett qualche secondo ancora tenendo
leggermente pigiato l'acceleratore per lasciarlo scaldare, poi ingran la prima.
... C'erano state altre piccole crisi, tutte per inezie sentite nei corridoi dalle altre carcerate. Lina
aveva decretato la morte della realt, ma quest'ultima faceva capolino, sotto varie forme, a disturbare
l'equilibrio trovato con tanta fatica. Si trattava di lasciare che fosse lei stessa a crearsi le difese
necessarie per schermarla. Allora passarono alcuni mesi di grande tranquillit in cui, grazie
all'intervento del direttore del carcere, fu possibile impiegarla in lavoretti vari all'interno dell'istituto.
Del resto, al processo, Lina era stata riconosciuta sana di mente, perfettamente in grado di intendere e
di volere e questo la condannava doppiamente: alla galera e alla realt. Lei sembr accettare il dato di
fatto, ma si trasfer altrove, si rifiut di parlare, si rinchiuse in una prigione ancora peggiore di quella a
cui l'aveva condannata la societ. Cosi fu messa in terapia...
La guardia al cancello salut con un ampio gesto del braccio.
- Passi pure, dottore, la stanno aspettando, - annunci facendo scattare il cancello automatico.
L'immenso edificio delle carceri mandamentali, illuminato a giorno, faceva l'effetto di un set
cinematografico. Eugenio avanz ancora qualche metro all'interno del cortile, dove sarebbe stato
possibile riunire tutti gli abitanti di Nuoro e senza tenerli troppo stretti. Parcheggi in un posto
qualunque pi vicino possibile alla seconda cabina di controllo. Un'altra guardia lo salut con
familiarit facendo scattare il portone automatico. Eugenio mise mano al portafogli per mostrare il
tesserino di riconoscimento, ma la guardia lo ferm con un gesto, come a dire si figuri Dottore.
... Con la terapista che l'aveva in cura prima di lui Lina aveva dimostrato subito una grande
ostilit e diffidenza. Nonostante tutto non sembrava in grado di comunicare in nessun modo con le
donne. Durante la seconda seduta la dottoressa era stata salvata in extremis da una guardia, mentre Lina
cercava di metterle le mani al collo. C'erano stati altri tentativi, ma fu necessario legare la paziente.
Allora si pens di ricorrere a Eugenio.
Era del reparto maschile e aveva fronteggiato casi di vera e propria aggressione. Il caso di Lina
era diventato il caso di Eugenio.
E i risultati c'erano stati: Lina aveva cominciato a rispondere a domande generiche, le crisi si
erano diradate. Tutto si era come concentrato su quella volta quando, in piena notte si era alzata, aveva
frugato fra gli attrezzi del marito e gli aveva spappolato la testa con un martello. Ma l'argomento in
specifico non era mai venuto fuori, era sottinteso, tanto pi presente quanto pi inespresso. Eugenio
sapeva che una domanda diretta in questo senso avrebbe rovinato due anni di lavoro paziente e sapeva
che Lina avrebbe parlato di quella notte quando fosse stata pronta...
Superato l'ennesimo cortile e l'ennesima guardia Eugenio entr nel reparto femminile delle
supercarceri di Badu 'e Carros.
Capitolo settimo
Il vento gelido aveva ripulito l'atmosfera. Restava un bagliore mattutino sullo sfondo, dietro ai
palazzoni scuri. Un'altra giornata troppo breve sarebbe arrivata e la luna sarebbe stata inghiottita nella
coltre compatta del cielo grigio. Una luminescenza lattea da aurora boreale avrebbe chiarito che si era
passati dalla notte all'alba.
Il maresciallo Pili sent crescere la tensione. Abbandon per qualche secondo il bracciolo della
poltrona e prov a riattivare la circolazione della mano aprendola e chiudendola ritmicamente.
La pendola del modesto soggiorno suon le tre.
Si alz pensando che, a giudicare dal male alla schiena, poteva essersi addormentato, ma non ne
era sicuro. Con pi probabilit aveva solo riflettuto e la sua testa aveva cessato di registrare il suo
corpo. Si era concentrato in una somma di pensieri talmente concatenati da fargli perdere peso. Allo
stesso tempo la forza di gravit aveva agito su di lui con costanza facendolo scivolare progressivamente
in una posizione impossibile da sopportare se solo fosse stato nel pieno possesso di tutte le sue facolt.
Poi qualcosa l'aveva come risvegliato dall'ipnosi e l'aveva messo di fronte alla precariet di quella
posizione. Allora la mano aveva cominciato a dolergli e i nervi del collo e tutta la schiena.
Si alz, dunque, e vide, fuori dalla finestra, che il vento scaraventava foglie e cartacce
dappertutto e batteva sui vetri. Questo forse l'aveva distolto.
L'appartamento era caldo. Guard ancora pi in l, verso il gruppo di palazzi bianchi dove
abitava la bambina. E gli parve di abbandonare ancora una volta la gravit, oltrepassando con lo
sguardo le ombre degli alberi spogli nel viale e i cartelli stradali oscillanti per il vento fino a
raggiungere quelle finestre lontane che gli parevano illuminate. Fino a raggiungere quell'appartamento
in cui un uomo e una donna piangevano una figlia di dodici anni.
- Lo sai anche tu che cos non si va avanti, Nicola?
Agnese, sua moglie, l'aveva raggiunto nel soggiorno. Abbandonando il letto si era coperta le
spalle con uno scialletto di lana e ora se lo stringeva con le braccia incrociate sul petto per impedire al
tepore di abbandonarla. - Non riesci a dormire? - domand sottovoce.
Il maresciallo Pili fece segno di no.
- Devi andare da un medico, - incalz la donna. - Forse lui potr darti qualcosa...
- Non ho bisogno di medici! Ho solo bisogno di un po' di tranquillit -. La voce del maresciallo
Pili era piatta. Si volt verso la moglie. Le apparve illuminata dalla debole lattescenza del cielo
notturno. Lei si strinse ancora di pi lo scialletto intorno alle spalle, poi con una mano prese ad
allisciarsi i capelli, ormai grigi.
- Ti ricordi di quando  morta Loredana? - Il maresciallo fece questa domanda che sorprese lui
per primo. Ma forse era questo ci che aveva cercato di rivivere per tutta la notte. Agnese lo guard,
cercando di immaginarne il volto in ombra nel controluce della finestra. Fece un lungo sospiro.
- Mi ricordo, - rispose. - Queste cose non si dimenticano.
Il maresciallo annu. Allora com'era potuto accadere che per tutto questo tempo quel giorno era
stato cancellato dal suo calendario, com'era potuto accadere che, nel tempo, quel pensiero si fosse
affievolito a tal punto da costringerlo a frugare dentro di s con tanta fatica?
- Com' potuto succedere che siamo andati avanti? - chiese.
Agnese fece qualche passo indietro, cerc con la mano il bracciolo della poltrona. Si sedette.
- C'erano gli altri figli, - disse scostandosi una ciocca di capelli dal viso. - Ed eravamo pi
giovani di vent'anni, - chiudendo gli occhi ader completamente alla spalliera imbottita. - Passer anche
questa, Nicola. Cos non si pu continuare.
- Davanti al giudice mi sono sentito colpevole, - confess finalmente il maresciallo. -  che
certe cose, apparentemente innocenti, sono cos difficili da spiegare.
- Quali cose, Nicola? - chiese Agnese con la voce che si appannava un poco.
- Quelle cose che ti tieni dentro per troppo tempo, quelle cose che non riesci a dire nemmeno a
te stesso. Cos vai avanti e fai finta di niente, finch arriva un giorno in cui incontri una bambina che
sta tornando da scuola e noti che  talmente somigliante alla tua bambina...
-  questo che  successo? - Una paura sottile fece intervenire Agnese.
Il maresciallo assent cercando una posizione pi stabile. Era completamente sveglio ora,
perfettamente padrone di un corpo che reclamava riposo. Fece qualche passo in avanti. Occup la
poltrona di fronte a quella dove si era seduta sua moglie.
- E tutto mi  come tornato in mente. Mi sono trovato spesso davanti alla scuola e qualche volta
l'ho seguita.
- Non me ne hai mai parlato.
- Non lo sapevo neanche io. Giuro che non lo sapevo! Capitava cos. Ti fai del male mi dicevo
qualche volta. Non  stata colpa tua...
- Non  stata colpa tua, - conferm Agnese pettinando le frange dello scialle con la mano.
Sentiva che un disagio sottile si stava trasformando in un singhiozzo.
- Avevo bevuto! - replic il maresciallo.
- Allora  stata colpa mia che ti ho permesso di prendere la macchina, - cedette la donna. - Ed 
stata colpa di quel camion che ci ha tagliato la strada. Ed  stata colpa di Loredana che non  voluta
rimanere al mare con mia sorella -. Agnese cerc di asciugarsi le lacrime col dorso della mano. - Ma a
che cosa serve dopo tutti questi anni? Era finito il suo tempo, Nicola, era semplicemente finito il suo
tempo, ed  morta perch doveva morire! - concluse alzandosi di scatto per ritornare in camera da letto.
- Vieni anche tu, - disse senza voltarsi. - Hai bisogno di qualche ora di sonno.
Il maresciallo fece un cenno con la mano: una specie di saluto. E la sua mente ritorn al
piazzale della scuola.
Allora afferr con chiarezza quel pensiero, quella soluzione che la sua testa aveva cercato fino a
quel momento. - Hai tanto sonno? - chiese all'improvviso, sapendo che ogni secondo di indugio poteva
significare cambiare idea ancora una volta.
La donna si blocc. - Non tanto, - rispose con una nota di rassegnazione, senza voltarsi, - lo sai
che se mi sveglio a met del sonno non riesco pi a riaddormentarmi.
- Allora siediti, - ordin sbrigativamente il maresciallo, per obbligarsi ad andare fino in fondo, -
c' qualcosa che devi sapere, - continu con un tono pi conciliante.
Agnese parve impiegare un tempo lunghissimo per voltarsi e occupare, con docilit, il suo posto
nella poltrona. - Ti ascolto, - disse alla fine...
Capitolo ottavo
I fogli caddero spargendosi sul pavimento. La penna rotol sotto la scrivania. Giuseppina fece
un balzo, aprendo gli occhi. Constat l'accaduto e cominci a raccogliere le cartelle dattiloscritte.
Aveva fatto veramente tardi, ma ne era valsa la pena: l'articolo sulle indagini per la bambina uccisa era
pronto. Non che ci fossero molti elementi, ma lei si era mossa bene. In tribunale non era riuscita a
cavare un ragno dal buco. Il sostituto procuratore incaricato, una donna, non aveva praticamente
rilasciato dichiarazioni, solo frasi generiche sul tipo le indagini procedono, stiamo controllando nuovi
elementi e simili. Il commissario Curreli della Questura, che seguiva il caso della scomparsa di Ines
Ledda, non era stato pi loquace. Restavano le vie indirette: gli agenti che avevano fatto i sopralluoghi
sul luogo del ritrovamento; un telefonista della questura suo amico; gli uscieri del tribunale che non
perdevano una virgola delle chiacchiere di corridoio; qualche collega in vena di scambi di
informazioni.
Cos l'articolo era venuto fuori. I tre cacciatori che avevano ritrovato il corpo della bambina
durante una perlustrazione erano stati sentiti per primi dal sostituto procuratore, poi si era proceduto al
riconoscimento della salma e alla necroscopia. La madre della bambina aveva avuto un malore. Il padre
aveva chiesto giustizia. Secondo fonti sicure non c'erano segni di lotta n tracce di sangue sul luogo del
ritrovamento, il che faceva pensare che la bambina fosse stata uccisa altrove e poi trasportata in quel
boschetto per l'occultamento.
Restava solo il problema dell'autopsia. I risultati infatti non erano stati resi noti. E questo pareva
un elemento non di scarsa importanza visto che secondo i soliti ben informati la bambina era stata
seviziata.
Ma alle domande in questo senso nessuno aveva voluto rispondere, chiudendosi nel pi
impenetrabile no comment.
Proprio in quel senso dunque era necessario concentrarsi, se la necroscopia aveva offerto degli
elementi importanti agli inquirenti, l'ufficio del medico legale era la prossima roccaforte da espugnare.
Anche sul presunto appuntamento della bambina non era venuto fuori niente, ma la convinzione
restava.
Era necessario battere la scuola, ricostruire attimo per attimo l'ultimo giorno in cui Ines Ledda
era stata vista viva. Era necessario dare un'occhiata a tutte le dichiarazioni rilasciate alla polizia. Sentire
i compagni di classe, i compagni di giochi. I professori. Il parroco. La maestra del catechismo. Il suo
medico. I genitori. Il fratello.
Avrebbe parlato con Eugenio.
Con questa decisione in mente fin di riordinare i fogli, ma rinunci a recuperare la penna.
Spense il tasto di accensione della macchina da scrivere elettrica.
Avrebbe parlato con Eugenio.
Dirigendosi verso la camera da letto diede un'ultima occhiata alla scrivania: avrebbe risolto il
caso. L'avrebbe risolto lei. E non ci sarebbero stati pi ostacoli. Al giornale avrebbe smesso di fare la
schiava, ottenendo il rispetto di tutti. Forse sarebbe andata a Cagliari. Le avrebbero affidato i casi pi
importanti.
Agendo con calma e determinazione ogni tassello sarebbe tornato al suo posto. Si trattava di
sondare ogni possibile connessione, anche quella che appariva la pi estranea.
Il letto non era stato rifatto dalla notte prima. La maglietta di Eugenio giaceva, scomposta, sulla
sponda.
Avrebbe parlato con lui: era l'unico modo per accedere all'ufficio del medico legale.
Indoss la sua maglietta.
Capitolo nono
Se non fosse stato per il numero degli agenti carcerari schierati davanti all'ingresso delle cucine,
quel tratto di corridoio delle supercarceri sarebbe sembrato del tutto tranquillo. Ma il silenzio delle
guardie compatte, disposte a semicerchio con le armi in pugno, era un silenzio nervoso.
Eugenio Martis trattenne un moto di stizza.
- Vuol fare del male solo a se stessa! - inve. - Che bisogno c'era del plotone d'esecuzione?
Giuseppe Fara scroll le spalle.
-  il regolamento, - disse.
Il direttore del carcere, con l'impermeabile sopra il pigiama, manteneva un contegno da generale
alle grandi manovre.
- Vuole parlare con lei! - intervenne scostandosi dalla sua posizione per raggiungere l'ultimo
arrivato.
Eugenio non lo consider. Superando le guardie, si accost alla porta delle cucine.
- Lina, sono io! Sono arrivato! - scand. Poi fece segno agli agenti di spostarsi. Il direttore del
carcere replic il segnale e le guardie lentamente cominciarono a muoversi disponendosi in due gruppi
ai lati dell'entrata. Pass ancora qualche secondo prima che la donna, con voce flebile, rispondesse.
- Dottore,  lei? - chiese.
- Sono io! - conferm Eugenio togliendosi il cappotto. - Sono arrivato appena mi hanno detto
che avevi bisogno di me. Sto per entrare, vengo a prenderti.
La donna non rispose. Spingendola con la mano, Eugenio apr la porta che conduceva alle
cucine e se la lasci oscillare alle spalle. Si guard intorno aspirando l'odore acre dei condimenti. La
donna non si vedeva. Avanz lentamente chiamandola: - Lina, sono io, sono arrivato...
Cos lei si fece vedere sollevandosi e apparendo con tutto il busto oltre la grossa stufa brillante.
Eugenio vide il suo volto attraverso la rastrelliera dei mestoli e delle pentole che pendevano sopra la
piastra di cottura.
- Sono arrivato, - disse ancora una volta. Lina aveva pianto. Tirava su col naso. - Cosa vuoi fare
Lina? - chiese vedendo che stringeva un coltello nella mano.
- Lo so -. La donna parlava molto lentamente, umettandosi le labbra con la lingua. - Io so che
cosa hanno fatto a quella bambina...
- Metti via quel coltello Lina, mettilo via. Non posso parlare con te se non lo metti via. Lo
capisci questo? Non mi permetteranno di stare qui con te se non mi consegni il coltello.
La donna rest a guardarlo. Sollevando la lama all'altezza del viso si carezz la guancia col filo
sorridendo a quel contatto.
- C' qualcosa che non lei non sa, dottore, - disse come rivolta a se stessa. - C' qualcosa che lei
non immagina neppure. Lei  giovane, dottore. Quanti anni ha?
- Dammi quel coltello Lina! - Il tono di Eugenio si era fatto pi deciso.
La donna non parve ascoltarlo. Chiuse gli occhi, proseguendo nelle sue riflessioni.
Eugenio fece qualche passo avanti verso la donna tendendo la mano. Lei apr gli occhi
sentendolo muoversi. Poi con uno scatto spar chinandosi dietro alla stufa. Le porte della cucina
oscillarono alle spalle di Eugenio.
- Tutto bene? - chiese Giuseppe Fara con voce ansiosa.
- Tutto bene, lasciateci soli, - tagli corto Eugenio senza nemmeno guardarlo. Poi, rivolto alla
donna, - Lina, se ne sono andati...
- Da bambina, - ricominci lei senza rialzarsi, - mia madre e mio padre discussero se fosse il
caso o meno di mandarmi a scuola. Al mio paese pochissimi andavano a scuola e quei pochissimi erano
tutti uomini. Ma mio padre faceva il maestro e diceva che la cultura  importante. Diceva che sarei
andata a scuola. Cos andai a scuola. Mia madre si lamentava, diceva che non  buona cosa per una
donna essere colta, che bastava saper leggere e firmare. Diceva che questo bastava. Diceva che una
donna ci rimette sempre a sapere pi di quanto  necessario. Lei non pu immaginare quanta sofferenza
mi costasse alzarmi ogni mattina per arrivare al paese pi vicino dove c'era la scuola. E non era perch
dovevo tirarmi su dal letto che era ancora buio, tutti si alzavano all'alba allora, non c'era motivo di stare
in piedi fino a tardi...
- Perch mi racconti queste cose ora? Non posso stare a sentirti qui in piedi. C' un sacco di
gente l fuori che  preoccupata per te. Non  stato bello da parte tua dargli tanti pensieri, - la
interruppe Eugenio, tentando di mascherare la stanchezza.
- Questo lo so: ho sempre dato tanti pensieri a tutti. Quanti anni ha, dottore? - chiese di nuovo la
donna alzandosi. Il coltello era rimasto sul pavimento.
- Trentuno, - rispose Eugenio.
- Trentuno, - ripet lei andandogli incontro. - Sar stanco, l'hanno tirata gi dal letto ed  stata
colpa mia. Andiamo a riposare: i giovani hanno bisogno di tanto riposo.
Attraversarono i pochi metri di corridoio che separavano le cucine dal refettorio. Quindi fianco
a fianco, senza dirsi una parola raggiunsero l'infermeria. Un'assistente corpulenta aveva gi preparato
una siringa col sedativo.
- Ti aiuter a dormire, - chiar Eugenio indicando la donna. Lina scosse la testa.
- Dottore, - disse, - non posso dormire, adesso. Lei non sa nulla. Lei non riesce nemmeno a
immaginare che razza di sogni mi fanno fare quelle medicine. Dormir, prometto che dormir! Ma
prima... - si ferm un istante, -... prima ho qualcosa da raccontarle.
- Coraggio, Lina, hai tutto domani per parlare col dottor Martis. Fai la brava e prepara il
braccio! - intervenne l'infermiera, procedendo verso di lei con la siringa.
Per tutta risposta la donna si chiuse a braccia conserte guardando il medico. Eugenio era stanco,
si strofin gli occhi con le mani.
- Dica a questa donna di non toccarmi! - sibil infine vedendo che l'infermiera la raggiungeva.
Il medico cerc una sedia, la occup pesantemente e tese il braccio verso l'infermiera.
- Grazie, - articol rivolto alla donna. - Va bene cos, me ne occupo io.
Il viso di quest'ultima ebbe un impercettibile moto di compassione. Tuttavia pos la siringa sul
tavolino alle spalle del medico e si avvi verso l'uscita.
- Se occorresse qualcosa, sono qua fuori, - disse congedandosi.
Ora erano soli. Lina si acconci i capelli corti passandoci in mezzo le dita. Poi sedette sul letto
di fronte a Eugenio.
- Siamo soli ora, - riflett.
- Che cosa  successo, Lina? - chiese il medico. - Perch hai fatto tutta questa confusione?
Eravamo d'accordo se non sbaglio...
- Lo so, lo so! - intervenne la donna sinceramente dispiaciuta. - Ma bisogna compatirmi: io sono
una povera matta e certe volte non capisco quello che sto facendo.
- Tu non sei matta, - corresse il dottore.
- Lei  buono, dottore. Quanti anni ha detto che ha?
- Trentuno, - ripet Eugenio.
- Lo sa che sembra pi giovane? Mio marito era ancora pi giovane quando l'ho sposato. Era
pi vecchio di me. Dieci anni pi giovane: ventun anni. E io ero ancora una bambina. Avevo sedici
anni.
Eugenio guard l'orologio: le tre e un quarto. Trattenne a stento uno sbadiglio. Il volto della
donna si era disteso, con le mani allisciava ritmicamente il grembiule all'altezza delle cosce. Starla ad
ascoltare poteva diventare un'impresa molto faticosa: Lina non sembrava avere un'idea precisa di
quanto stava per dire. Cos come cadeva in stati di assoluto mutismo, lasciava fluire i pensieri sotto
forma di parole senza controllo.
- Voglio farle vedere una cosa, - disse la donna estraendo una vecchia fotografia dalla tasca.
L'immagine era sbiadita: mostrava un uomo, una donna, un neonato.
Eugenio riconobbe i tratti di una Lina giovanissima. Il volto dell'uomo era stato parzialmente
raschiato dalla fotografia.
- Era tuo marito? - chiese Eugenio.
La donna fece segno di s.
- E questa era la mia bambina! - disse con disperazione. - Era bellissima! Era la bambina pi
bella del paese, invidiata da tutti, povera creatura!
- Non sapevo che avessi avuto una figlia, - constat Eugenio con interesse.
La donna sorrise appena. Si avvicin ancora di pi al medico sporgendosi dal letto.
-  passato tanto di quel tempo, - disse cercando di fare un calcolo esatto degli anni. -
Comunque si ammal quasi subito, - continu. - Si ammal all'improvviso. E tutti dissero che quella
creatura aveva dovuto subire troppi sguardi cattivi. Ero giovane allora. E dicevo che dovevamo portarla
da qualche parte per farla curare. Ma mio marito diceva che no, che ci avrebbe pensato lui. Io credo che
sia stato questo a ucciderla. Se avessi avuto qualcuno vicino! Non sapevo cosa fare. Vedevo tutto
quello che facevano a quella povera creatura e non facevo nulla. Pensavo solo che mia madre aveva
avuto ragione: che non era stato affatto conveniente per me avere una cultura, perch non fui in grado
di ribellarmi. Intanto per mio marito era diventata una fissazione: riempi la casa di ogni genere di
maghi, tutti con una ricetta per la mia bambina. Ma io sapevo che si spegneva, la vedevo morire sotto i
miei occhi e non ero in grado di reagire. Poi un giorno dissero che era stata vampirizzata. Dissero che
una Surtile le aveva succhiato il sangue dal corpo e cercarono fra le ceneri del caminetto e misero una
falce sulla culla. Trovarono le tracce d'olio davanti al nostro letto. Ma non c'era pi nulla che si potesse
fare: la bambina mor. E solo Dio sa come mor! Ridotta a un piccolo spettro, consumata dalla febbre.
Allora mor ogni cosa. Per me. Vivevo in un mondo di morti e non volevo parlare a nessuno perch
tutti erano colpevoli. E abbandonai Dio. E crebbe dentro di me un sentimento nuovo, mai provato: un
odio muto, terribile nei confronti di quel mostro. Tentai in ogni modo, volevo che sparisse, volevo
fargli tutto il male possibile. Non creda dottore che amassi me stessa e odiassi mio marito, no! odiavo
me stessa quanto odiavo lui. Solo che lui era in pace, si coricava ogni notte con la coscienza che tutto
era stato provato per salvare la bambina e dormiva. Si coricava e dormiva! E qualche volta persino mi
cercava nel letto, come se io fossi pronta a sfornargli un'altra creatura da torturare. Ma io non riuscivo a
dormire e mi sarebbe piaciuto chiudere gli occhi per sempre -. Eugenio sentiva la voce della donna
come proveniente dalla tromba di un grammofono.
- Continueremo domani... - tent, provando ad alzarsi. Intanto qualche parola di quel lungo
racconto gli rimaneva attaccata alla mente, quasi slegata dal resto del discorso, sottolineata per la
difficolt d'essere inserita, evidenziata come corpo estraneo. - Trovarono tracce d'olio... - riflett a voce
alta.
Lina lo guard lasciandogli il tempo per una riflessione pi complessa. Poi, accorgendosi che il
volto di Eugenio denunciava troppa stanchezza, sorrise: - Lei non sa niente di queste cose. Avevo
ragione:  troppo giovane; certe cose si usavano quando lei non era nemmeno nato. L'olio era una
prova.
Alla fine Lina aveva accettato di farsi iniettare il sedativo. Eugenio si era sistemato in un lettino
della stanza accanto.
Capitolo decimo
Il commissario Curreli ascolt senza reazioni apparenti. Secondo la dottoressa Comastri le
modalit del ritrovamento della bambina erano meno lineari di quanto i tre testimoni avessero cercato
di far credere. In quanto a chiarire il motivo di tale convinzione, buio totale. Del resto si trattava di una
donna e le donne, si sa, non sono logiche; ora la realt era che le ricerche erano finite, la bambina era
stata ritrovata.
- Lei sa meglio di me, - disse pesando ogni singolo termine, - che non c' molto spazio per
teorie alternative in un caso come questo.
Il commissario Curreli indic gli incartamenti che il sostituto procuratore teneva davanti a s
sulla scrivania.
La donna sembr afferrare il concetto e diede un rapido sguardo alle cartellette delle
deposizioni.
- Al contrario, commissario, - rispose con un tono che sembr all'uomo il tentativo di esprimere
una fermezza che non c'era, - ci sono molti modi per leggere queste deposizioni. Comunque, se questo
la pu tranquillizzare, diciamo che la mia  una teoria come un'altra; diciamo che di questo caso vale la
pena di occuparsi a tutto tondo.
Una teoria come un'altra, si ripet il commissario Curreli. Ma questa volta si trattava di tre
cittadini incensurati e uno di loro apparteneva all'Arma dei carabinieri.
- Certo occorrer muoversi con molta cautela, - stava continuando la signora. - Capisco le sue
difficolt commissario, in fondo si tratta di un collega, ma sono sempre pi convinta che solo riuscendo
a ricostruire con esattezza le fasi del ritrovamento, si riuscir a venire a capo di questa storia.
Il commissario prov a opporsi.
- E se fosse un errore? Non ci sono elementi per sospettare di nessuno dei tre. E dalle indagini
per la scomparsa della bambina non  risultato niente che potesse collegarli al fatto.
- Siamo seri commissario: mi dica con tutta l'onest possibile se tutto quel racconto farraginoso
di cani e perlustrazioni, l'ha convinta! - sbott il sostituto procuratore. - Non sar addentro alle vostre
questioni sociali, ma so riconoscere una storia che non si regge in piedi!
Il commissario cerc di evitare lo sguardo interrogativo della signora guardandosi attorno a
cercare un punto d'appoggio per il suo cappello.
- Perch non dovrei crederci, - disse tentando di assumere un tono disincantato. - Avrebbe
potuto trovarla chiunque, il caso ha voluto che toccasse a loro.
La donna congiunse le mani ingioiellate sulla scrivania traendo un sospiro d'impazienza.
- Bene, - disse cercando di scandire al meglio ogni singolo termine. - Ora le dir punto per
punto cosa penso di tutta questa faccenda. Lei sa bene che non sono tenuta a spiegarle i motivi che mi
spingono a impostare in questo modo le indagini, ma preferisco che la sua collaborazione sia attiva e
non vorrei essere costretta a rivolgermi direttamente al questore.
La partenza non  male, pens il commissario Curreli, mettendosi in una posizione pi comoda.
- Penso che tutte le fasi del ritrovamento facciano parte di un piano ben preciso, escogitato perch
apparisse casuale...
- Sarebbe stato di gran lunga pi comodo, e intelligente, lasciare le cose come stavano, -
l'interruppe il commissario. - Siamo seri dottoressa, se mai riuscissi a occultare un cadavere che
interesse potrei avere a farlo scoprire poche ore dopo?
- Me lo sono chiesta anch'io, - convenne la donna. - Ma  possibile che il ritrovamento sia stato
un ripiego,  possibile che i tre fossero ritornati in quel luogo per un altro motivo.
- Chi ci dice che tutti e tre fossero d'accordo? - constat il commissario, cominciando a
prenderci gusto. - Chi ci dice che il maresciallo non sia stato coinvolto a sua insaputa per procurarsi,
come dire, una patina di insospettabilit. Dalle deposizioni sappiamo che  stato assente per pi di
mezz'ora e proprio nella mezz'ora fondamentale.
- Concesso, - approv la donna. - Ma le stesse deposizioni parlano del fatto che proprio il
maresciallo si era appartato e che si era messo a ripulire il posto dalla spazzatura, non le pare
abbastanza sospetto? Non le pare che quella poteva essere una maniera come un'altra per sottrarre delle
prove? Se i tre fossero stati d'accordo le cose appaiono chiare: uno di loro ha ucciso, forse per caso.
Forse tornato a casa ha scoperto di aver lasciato sul posto una prova, qualcosa che l'avrebbe inchiodato
anche dopo molto tempo. Cos cerca aiuto, spiega la cosa ai due amici e loro non lo denunciano.
Organizzano una spedizione. Setacciano la zona, la ripuliscono. A quel punto fingere un ritrovamento
casuale diventa la soluzione pi logica: permette di giustificare le tracce, permette di confondere quelle
vecchie grazie ai cani.
- Permette di farsi sospettare, - concluse sarcastico il commissario.
- Le chiedo tutte le informazioni che riesce a reperire sui tre. Smuova tutto commissario, -
continu il sostituto procuratore senza ascoltarlo. - Intanto continuiamo a indagare direttamente sulla
bambina e su quel dito unto d'olio.
Fare il commissario di polizia pu trasformarsi in un autentico incubo, specialmente se si
devono seguire alla lettera le direttive di un giudice che potrebbe essere l'amica di tua figlia maggiore e
che pare aver imparato la legge dai telefilm piuttosto che dai libri.
Il commissario Curreli cerc di trattenere un moto di stizza. Gli succedeva tutte le volte. Tutte
le volte che sentiva quanta distanza poteva esserci fra persone che, in fondo, avrebbe dovuto tendere
alla stessa cosa. Aveva sempre pensato alla Giustizia come a una signora malandata, ma, nonostante
tutto, ancora in piedi. Una vecchia signora vilipesa e patetica.
E ora davanti al giudice provava la stessa cosa, ma vedeva la vecchia, stracciata Giustizia un po'
pi stanca.
Da bambino, in una recita scolastica, era stato l'angelo della Giustizia. Aveva imparato la parte
con l'aiuto della madre e la ripeteva durante le prove dell'abito.
Sono l'angelo della Giustizia e a te mi rivolgo, o Dio, guarda gli uomini che tu hai creato,
esaudisci dal cielo le loro preghiere, le loro suppliche e rendi loro giustizia. Se poi peccheranno contro
di te, purtroppo non vi  uomo che non cada in qualche colpa, e tu sdegnato li avrai dati in potere dei
loro nemici che li condurranno prigionieri in una terra lontana o vicina...
Cos tornava alla mente tutta l'ansia di quella vigilia a ripetere le parole non sapendo che
avessero un significato, ma contando sul fatto che l'avessero se la madre annuiva senza interromperlo...
...se nel paese dove saranno deportati, rientreranno in s si convertiranno; se nella nazione ove
saranno condotti schiavi, ti supplicheranno confessando : Abbiamo peccato, abbiamo agito in modo
iniquo,
... e pronunciava quella parola con durezza: inikkuo; riconoscendole un potere, qualcosa che
emanava da lei solo ad articolarla: inikkuo; del resto non poteva che essere cos, nel Libro che
conteneva quella e altre parole tutto era stato gi scritto, tutto era stato gi pensato, dalla notte dei
tempi; e il potere di quelle poche lettere, che riempivano la sua bocca ancora troppo piccola, era stato
soppesato: il fiato, la voce, la lingua che accarezza lievemente il palato, le labbra...
... abbiamo tenuto una condotta da empi; se ritorneranno a te con tutto il loro cuore e con tutta
la loro anima nella regione dei loro nemici dove li hanno deportati, e se volgendosi in direzione della
Terra che Tu hai dato ai loro padri, ti pregheranno, Tu esaudisci le loro preghiere e le loro suppliche e
rendi loro Giustizia.
La madre intanto sistemava gli spilli nell'orlo della tunica troppo lunga. Poi fissava le ali di
cartone e l'aureola di fil di ferro.
Forse quella era una decisione gi presa: gi presa allora. Conficcata nella sua testa insieme
all'aureola.
Tu esaudisci le loro preghiere e le loro suppliche e rendi loro Giustizia.
Ma i soldi non erano abbastanza, per studiare abbastanza. Troppo pochi per la facolt di Legge
e appena sufficienti per il diploma.
Cos quella vocazione era diventata il Corpo di Polizia e una lenta, faticosa carriera.
Ma mai, durante quegli anni, aveva provato quel senso di vuoto, quel tremore che si era
impadronito di lui su quel palco, a reggere una bilancia di carta pesta e sollevare l'indice al cielo: Sono
l'angelo della Giustizia e a temi rivolgo, o Dio...
Sembrava un po' pi vero allora. Sembrava che bastasse credere nelle cose, cos gli avevano
insegnato: a credere fermamente, senza vacillare.
E ora vacillava. La mente del commissario non percepiva con chiarezza, non con la freddezza
necessaria.
Sapeva che le teorie del giudice erano assurde, prive di fondamento. E allora perch non dirlo:
perch non dire che la Giustizia, cos come lei la intendeva era un concetto astratto? Che i fatti parlano
con una chiarezza talmente evidente da accecare?
I fatti parlano e dicono tutto.
Ma la gente no. N in Sardegna, n in nessun luogo.
E in questo siamo veramente una Nazione: nella sfiducia.
Perch mai tre persone qualunque, tre brave persone, possono diventare assassini o complici di
un assassino? Perch si sono disturbati a segnalare tempestivamente ci che hanno trovato?
Quelle indagini potevano diventare il capriccio di una donna ancora troppo inesperta del
mondo, per capire che cosa andava realmente a smuovere.
Non si pu sospettare impunemente della gente, se non ci sono gli elementi per farlo! Aveva
osato prima pensare e poi esprimere. E lei si era limitata a sorridere, guardandosi le unghie smaltate
come al solito. Aveva risposto semplicemente: - Ho chiesto un semplice controllo, commissario, come
vede non ci sono avvisi di garanzia sul mio tavolo. Diciamo che credo di avere un'idea molto precisa di
quello che  successo veramente. E, se proprio devo essere sincera, credo che lei non sia in grado di
leggere obiettivamente questa situazione, quindi le chiedo, ma potrei ordinarglielo, di procedere
immediatamente con i controlli richiesti.
Cos avrebbe dovuto dirle quello che gli era venuto in mente e cio che per certi posti occorrono
i giudici giusti. Persone adatte, gente ferrata. Ma poi, dentro di s, scopriva che non credeva nemmeno
tanto in questo.
Forse l'aveva colpito solo il Sospetto in quanto tale, il fatto che lei sospettasse a priori. L'aveva
colpito che quella donna estranea volesse leggere con tanta superficialit quella che per lui era una
realt assai complessa. Forse perch lui a Nuoro ci aveva passato cinquant'anni e non quattro mesi.
La dottoressa Comastri conged il commissario Curreli abbozzando un sorriso e aggiustandosi
il fiocco morbido della camicetta. Sola nel suo ufficio pens all'appartamento che aveva preso in affitto
in una zona centrale non troppo distante dal Tribunale. Pens alla distanza che la separava da casa...
Sapeva di aver ragione, sapeva che il commissario andava tallonato con tenacia. Aveva visto
bene il suo viso scettico.
Questi hanno la presunzione di pensare che meritino una Giustizia a parte, perch mai
dovrebbero? Si chiese prendendo a rileggere con calma i risultati dell'autopsia di Ines Ledda.
La bambina non aveva subito violenza carnale, era stata strangolata dalla posizione anteriore: i
pollici dell'omicida erano rimasti ben impressi nella sua faringe. Non occorrevano mani forti e non
c'era stata resistenza.
Cos nessuno aveva abusato della bambina al momento dell'omicidio.
Poi c'era quel dito unto d'olio. L'indice della mano destra. In sede autoptica erano state trovate
sull'epidermide dell'indice fibre di cotone, comune ovatta, impregnate d'olio, non olio d'oliva. Ma una
mistura oleosa di erbe.
Questo aveva fatto pensare che la strana unzione fosse avvenuta dopo la morte tramite un
batuffolo imbevuto.
Quel rituale restava un punto assolutamente inspiegabile.
Quello che invece spostava radicalmente l'ottica con la quale questa vicenda poteva essere
guardata era il fatto che la bambina, perch di una bambina si trattava a dodici anni, non risultava
illibata.
Capitolo undicesimo
Il gatto sal sul tavolo con le zampe anteriori, sporgendo il muso verso il piattino sporco di latte.
Paolo Sanna lo fece capitombolare al suolo con uno strattone. Da solo in casa poteva permettersi di
maltrattare un po' l'animale troppo viziato e troppo coccolato dalla vecchia. Nonostante questo la
bestiolina si ostinava a strusciarsi fra le sue gambe.
- Hai sempre fame tu! - lo apostrof il giovane. - Parassita! - E lo calciava sotto il tavolo per
allontanarlo.
Era morta, pens all'improvviso. Fine. Fine di tutto.
Questo pensiero l'aveva colto di sorpresa, senza un'avvisaglia concreta.
Ines era stata uccisa.
E quel luned mattina si apprestava a essere un giorno come gli altri. Senza chiacchiere. Senza
risate. Non sapeva esattamente chi sentisse maggiormente la mancanza di quell'appuntamento, se il suo
corpo o la sua testa. Non lo sapeva davvero. Non avrebbe potuto spiegarlo. E non cerc di spiegarselo.
And in camera sua a buttarsi sul letto. Si sfil la maglietta, come avrebbe fatto in quel
momento... Prov ad accarezzarsi, come lei avrebbe fatto in quel momento.
Ma era finita.
Rimanevano quei pochi indumenti che la piccola aveva sottratto prima di lasciare la sua casa.
Non troppi per non destare sospetti quando fosse scomparsa. Quando tutto era stato deciso.
Era stata un'idea pazzesca: questo l'aveva sempre saputo. Era stato un salto nel buio. Ma era
stato bello. La cosa pi bella della sua vita.
E lei era stata una donna. La donna della sua vita.
E i rischi, con la vecchia in casa; e i soldi per partire, andare lontano, che erano pochi.
Tutto era iniziato d'estate. Negli ultimi giorni di scuola, perch lei si era fermata a guardarlo, a
guardare il suo torace abbronzato e sporco di calce. E lui aveva percepito che in quegli occhi non c'era
niente dell'infanzia che avrebbero dovuto esprimere. Cos aveva appoggiato il secchio del cemento ed
era sceso dall'impalcatura per dirle che non poteva restare l, che era pericoloso. E lei aveva sorriso
senza smettere di guardarlo. Aveva fatto qualche passo indietro e si era seduta al sole sul gradino del
portone del palazzo di fronte, appoggiando affianco a s la cartella scolastica. Come se avesse tutto il
tempo del mondo per stare l, a guardarlo. Lui non aveva trovato niente di meglio da fare che chiederle
come mai stesse seduta l al sole quando avrebbe dovuto essere a casa o a scuola.
Lei aveva risposto, seria questa volta, che la scuola era finita prima. - C' previslezzio! - aveva
risposto storpiando la parola. Ma Paolo non poteva sapere di quella imprecisione. Tuttavia cap che
c'era troppo sole e troppo caldo per infilarsi la maglia o troppo di quegli occhi sulla sua pelle per
coprirsi.
Come dire accontentarsi. Di quello che passava la vita. E la vita passava una bambina. Con la
faccia come una moneta e gli occhi tondi e lucidi come quelli di un agnello.
Cos era arrivato il momento di fermarsi, di smettere l'andirivieni fra l'impasto e l'interno del
palazzo. Era arrivato il momento di andare verso casa e di levarsi la calce dalla pelle.
Allora anche lei si era alzata e con un gesto leggero si era scostata i capelli troppo lunghi dal
viso, poi aveva sistemato la sottanina semplice sulle gambe appena formate e teso il seno minuscolo in
una specie di sospiro; aveva afferrato la cartella e se n'era andata.
Il giorno dopo era tornata, senza la cartella. Era pi curata: i capelli, tanto neri da tendere al blu,
erano separati da una scriminatura centrale che rivelava l'epidermide bianchissima della testa: lavati di
fresco e asciugati al sole.
Lavati per me, pens lui.
Ne era sicuro e aveva badato a non sporcarsi troppo durante il lavoro, sciacquandosi di tanto in
tanto con la pompa dell'acqua per l'impasto.
Era ritornata.
Si era seduta sullo stesso gradino del giorno prima badando a non sgualcire il vestitino buono.
Qualcosa della bambina era rimasto nella cura con cui aveva abbinato il fazzolettino, stampato a piccoli
papaveri, al rosso dell'abito leggero. Ma negli occhi, nella bocca appena socchiusa, c'era la donna fatta.
La stessa che Paolo percepiva alle sue spalle - senza osare di voltarsi - ogni volta che usciva dal
palazzo in ristrutturazione per riempire il secchio del cemento.
- Uscita prima anche oggi? - La voce di lui era scaturita un po' arrochita dall'emozione. Ines
aveva sorriso - sempre quel sorriso stretto - e aveva scrollato il capo.
- Dovremmo essere in Chiesa oggi: chiusura dell'anno scolastico! - aveva risposto. - Ma non mi
va di andare in Chiesa, preferisco stare qua.
Il secchio sulla spalla di Paolo era diventato improvvisamente pi pesante. Lo pos e si avvi
verso la pompa per rinfrescarsi.
- Preferisci stare qua a non far niente? - le aveva chiesto con la testa grondante d'acqua.
La bambina aveva fatto spallucce.
- Si sta meglio! - La sua risposta era determinata. - C' sole e mi piace guardare quello che fai, -
gli aveva dato del tu con semplicit.
- Quello che faccio? - Paolo si era appoggiato una pezza alla spalla prima di appoggiarvi il
secchio. - Ecco quello che faccio: trasporto i secchi del cemento!
Aveva rafforzato l'evidenza bloccandosi davanti a lei come un quadro vivente.
Cos lei si era alzata e gli si era accostata. Aveva dovuto sollevare il viso per guardarlo negli
occhi.
-  bello quello che fai, - aveva detto, - fa bene, al fisico -. Poi gli aveva asciugato la fronte col
fazzolettino. -  tardi ora, - disse all'improvviso, - staranno per uscire dalla messa, devo proprio andare.
Ed era andata via lasciando il fazzoletto sul gradino del palazzo di fronte.
Cos per lui era finita la pace. La pace della mente, la pace del corpo. Era finita la finzione e si
era spalancata una voragine di notti insonni. Gli argini si erano spezzati e avevano lasciato tracimare
alluvioni di cose impossibili che diventavano reali. Gli sembr un po' meno bambina e sempre pi
donna. Un po' meno distante e sempre pi vicina, quasi a contatto: pelle a pelle.
Tutto, tutto sembrava fattibile. Come quando si dice che l'amore pu vincere qualunque
ostacolo e per questo cessa di fare paura. Senza chiedersi se ci siano ostacoli, sapendo che ci sono.
L'estate, nella citt quasi deserta, regal le occasioni pi inattese. Gli incontri pi segreti. E
Paolo scopr che quello che aveva solo immaginato era una pallida parvenza di quello che accadeva
realmente.
Scopr che tenerla fra le braccia e chiamarla per nome - ora che sapeva il suo nome - era ci per
cui diventava un uomo di ventisette anni che ama una bambina di undici.
Si fecero temerari: sfruttarono le assenze della vecchia per amarsi con calma, levandosi tutti gli
abiti, dicendosi frasi impossibili. Facendo progetti.
Fu lei ad avere quell'idea e a lui sembr l'unica soluzione: si trattava di sparire e andare lontani.
Perch diventava sempre pi difficile marinare la scuola per incontrarlo. E i genitori la
assillavano per le proteste del preside. E il padre aveva deciso di andarla a prendere a scuola tutti i
giorni.
L'unica soluzione per Ines fu quella di non tornare a casa dopo la scuola, ma correre da lui.
Accettando la segregazione nella stanza di lui, uscendovi solo quando la vecchia era fuori.
Aspettandolo tutti i giorni. Leggendo di se stessa e della sua scomparsa dai giornali. E amandolo in un
modo talmente globale da non sentire nemmeno la paura.
Tentando di raccontare quel periodo uno scrittore - un poeta - avrebbe potuto scrivere che si
tratt di felicit pura.
Ma Paolo, che non era mai stato forte in italiano durante il breve periodo scolastico della sua
vita, si limit a sentire la differenza. E il vuoto. Ora che tutto era diverso.
Giurando a se stesso che quel sogno era stato solo un sogno, un sogno solo suo finch era stato
bello. Poi, diventato un incubo, aveva cessato di appartenergli.
Silenzio Paolo, silenzio con tutti!
Non si poteva dire che un pomeriggio, nemmeno tanto lontano, lei se n'era andata, lasciando
solo qualche indumento.
Non si poteva dire che sapesse dove era andata. Ci sarebbero stati gli estremi per odiarla. Ma
Paolo non lo fece: quello che la vita aveva dato, la vita aveva tolto. Il destino non c'entrava; il destino
era una di quelle cose per chi pu permettersele e Paolo non poteva.
Cos afferr il gatto e se lo mise sulle ginocchia sentendo le fusa di gratitudine dell'animale per
la dolcezza con cui lo accarezzava. Ed ebbe qualche ricordo di un'infanzia talmente lontana da
sembrare vera.
Ricord un bambino che si rifugiava dentro un armadio felice di farsi cercare; un padre vecchio
e malato che tuttavia si trascinava sotto la piattaforma di una giostra per cercare una scimmietta
meccanica; un cappottino di pelo con gli alamari; un paio di scarponcini blu regalati da una vecchia che
piangeva...
Capitolo dodicesimo
Eugenio si svegli di soprassalto. Non riusciva proprio ad abituarsi a quella stanzetta adiacente
all'infermeria, anche se, negli ultimi tempi, ci aveva dormito pi che a casa sua. Sempre di carcere si
trattava. Un posto dove la tranquillit  una categoria che appartiene solo al ricordo, quando la chiave
della porta di casa serviva a proteggere dall'esterno ed era in possesso del legittimo occupante. Non in
quel posto. Dove la porta della cella protegge l'esterno dall'occupante illegittimo. Dalla bestia
sanguinaria, dal poveraccio, dalla puttana, dalla pazza omicida, dall'ubriacone, dalla barbona, dal
terrorista. E, qualche volta, persino dal mafioso, dal millantatore...
Tutte energie che dalle celle riempiono i corridoi e impregnano le pietre come una fuliggine
unta.
Un giorno, un detenuto, che soffriva di depressioni acutissime, disse a Eugenio che ci di cui si
sentiva maggiormente la mancanza in carcere non era la libert ma la speranza del futuro.
- Capisce cosa intendo? - gli aveva chiesto. - C' un sacco di gente che vive come me. C' un
sacco di gente che non esce di casa, ma tutti questi possono aprire una finestra, pensare che se spostano
lo sguardo un poco pi in l, la vita, il paesaggio, possono diventare meno desolanti -. Poi si era
fermato sforzandosi di rendere la complessit del suo pensiero. - Ma qui, dottore, si guardi intorno:
quale paesaggio, quale speranza?
Queste domande erano rimaste nell'aria, si erano riunite a una serie infinita di altre domande, e
vagavano, senza la possibilit di trovare uno sfogo, come una perturbazione stazionaria, sempre
incombente.
Per questa incombenza qualunque razionalit sarebbe stata un abuso. E una presunzione.
Qualunque terapista, o psicoterapista che dir si voglia,  l solo per dimostrare che l'uomo non si limita
a essere punitore:  anche crudele.
Cos Eugenio tutte le volte che era costretto a dormire in quella stanzetta, che era diventata, nel
tempo, la stanza del dottore, si svegliava di soprassalto. Dopo un sonno senza sogni, ma pieno di voci.
Un inserviente, un giovane detenuto in attesa di giudizio, che l'aveva sentito alzarsi, buss
cortesemente alla porta. Portava caff e rassicurazioni: Lina aveva dormito tranquillamente, si sentiva
molto imbarazzata per tutto il fastidio arrecato, voleva tornare alla sua cella, diceva che stava bene,
diceva che non c'era bisogno di disturbare ancora il dottore.
Eugenio diede corpo a un pensiero che gli era frullato in testa per tutta la notte: se non avesse
capito, la tranquillit non sarebbe tornata. Quella bella tranquillit infantile che trasforma il sonno in
qualcosa di veramente bello, non lo fa sembrare un modo come un altro per rinunciare alla vita. I
documenti processuali riguardanti il caso di Lina erano di un'esiguit disarmante. A stento registravano
il suo ultimo indirizzo a Laconi. Era da l che bisognava incominciare...
Il dottore fu disturbato per le formalit, per un pezzo di carta che attestava che quello che Lina
voleva corrispondeva a quello che poteva esserle concesso. E qui, il carcere non  molto diverso dalla
vita.
- Invece no, invece no! Perch io sono testarda. Sono una pazza e faccio sempre quello che non
dovrei fare! - si stava rimproverando Lina. Eugenio non era troppo sicuro che quello sfogo
corrispondesse a qualche cosa detta da lui entrando nell'infermeria. Gli sembr piuttosto che la donna
fosse gi avanti, per conto suo, in un dialogo ipotetico.
- Tu non sei pazza, - ribad lui per l'ennesima volta. - Hai dormito bene? - le chiese.
- Se  per quello non ho chiuso occhio! - lament lei.
Eugenio sorrise.
Lina si rabbui.
- Che razza di stupidaggini ho detto ieri notte! - rest a guardarsi le mani con aria sconsolata. -
Lo sa cosa diceva mia nonna? - esclam all'improvviso con un'allegria troppo caricata. - Diceva che
dalla bocca del bugiardo finisce sempre per uscire la verit prima o poi. Devo essere proprio fatta alla
rovescia: io non ho mai mentito in vita mia, ma di tanto in tanto mi escono dalla bocca certe fesserie!
- Che cosa vuol dire che l'olio era una prova, Lina? - La voce di Eugenio rivelava che quella
frase si era salvata nel maremoto della sua testa ed era sopravvissuta. Ma soprattutto che l'aveva
pronunciata solo nel preciso momento in cui era venuta a galla. Senza controllo.
La donna accus il colpo. Cerc di proteggersi incrociando le braccia sul seno e cominciando a
dondolare col busto avanti e indietro.
Mentras chi tantu t'adoro
Mustrami nessi sa cara,
E cun sos ojos mi nara
Su chi sentis in coro.
Cantava in un sussurro.
Eugenio si mosse verso di lei, l'afferr per le spalle cercando di frenare l'oscillazione della
donna.
- Perch hai detto che avevi una figlia? Tu non hai mai avuto figli! - alz la voce. -  questo il
momento, Lina, se non hai fatto niente...
- Io l'ho ucciso, - intervenne lei. - Non c' nient'altro da dire.
L'uomo si sedette, le sue mani tremavano.
- Perch l'olio era una prova? - prov a richiedere. Ma la donna aveva ripreso la sua nenia:
Pizzinna lassa su ioku
Si iocas mira kin kie
In d'unu monte 'e nie
Cheres allugher foku
L'infermiera si accost a Eugenio, posandogli la mano sulla spalla.
- Lasciamo perdere per oggi, - disse per superare quella fase di stallo.
- Continuo con i calmanti? - chiese lei.
- No. Riportatela in cella, si calmer fra le sue cose. La rivedr domani in serata. Se mi cercano
domattina, io sono fuori Nuoro, fino all'ora di pranzo. Intesi?
L'infermiera accenn di s.
Parte seconda
Non basta che un sapiente studi la natura e la verit : deve anche osare dirla a vantaggio del
piccolo numero di coloro che vogliono e possono pensare, - infatti agli altri, che sono volontariamente
schiavi dei pregiudizi, non  possibile di raggiungere la verit pi che alle rane di volare.
J. O. DE LA METTRIE
L'uomo macchina
... probabilmente saranno necessarie armi pi valide, strumenti pi violenti la prossima volta
che scenderemo in battaglia, migliori al nostro uso peggiori per le sorti del nemico, o almeno tali da
pareggiare il divario dovuto alla fortuna [...] Se poi fossero altre le ragioni segrete che li hanno resi
superiori a noi, se manterremo lucide le menti e acuto l'intelletto con adeguate ricerche e ragionando
insieme saremo in grado di scoprirlo.
J. MILTON
Paradiso Perduto, Libro VI
Capitolo primo
Il salone parrocchiale era stato allestito per l'assemblea cittadina. All'ordine del giorno un
dibattito fra cittadini e amministratori a proposito della costruzione del parcheggio nell'area denominata
i giardinetti. Solo qualche mese prima, proprio in quell'area, c'era la stazione dei pullman. Quelli che
collegavano la citt all'entroterra. Solo qualche giorno prima c'erano i pini.
Gli ambientalisti avevano portato striscioni di protesta; intere scolaresche avevano raccolto
firme di solidariet; cittadini insigni si preparavano a esporre le proprie ragioni.
C'era il partito dei nostalgici, quelli che ricordavano la piccola Atene: il Bar Laconi, Piazza
Littorio, via Majore. Quando i signori passeggiavano sfoggiando i modelli del Continente e si facevano
fotografare da Guiso e Camedda davanti a fondali di parchi all'inglese. Quando essere mastru 'e iscola
o abbokau era segno di distinzione perch la cultura ha sempre fatto la differenza. Di quei tempi, come
dicevano con tono incrinato della voce, rimpiangevano la meravigliosa fioritura di ingegni e i poeti e
gli scrittori e i valenti pittori e gli scultori e i saggi prelati e il plebeo obbediente e modesto che portava
l'orbace tutto l'anno.
Poi ricordavano i posti: il vecchio palazzo del comune, prima dell'orrido palazzo del Banco di
Sardegna, che pure c'era, a pochi passi, in uno stanzone che era poco pi di un'esattoria; i cinema
all'aperto dove si proiettavano le pellicole americane di pistolettate e le vicende d'amore ai Grandi
Magazzini; i giardini di piazza Vittorio Emanuele, dove c'era terra e alberi, ombra ed erba, che vennero
seminati a grano per la visita di Mussolini, dove c'erano fontane scolpite che versavano acqua
cristallina e giovani che incrociavano gli sguardi facendosi promesse.
Allora si trattava solo di badare a ci che si perdeva, autosufficienti per la sola certezza di avere
valori comuni, cose in cui credere. E non pensare mai a ci che avrebbe potuto portare l'incerto al di l
del mare. Allora i vecchi erano portati in palma di mano e i genitori morivano a casa dei figli allevando
i nipoti.
Allora il sindaco e tutta la Giunta si erano uniti alla gente, armati di vanga e arboscelli, per
ripiantare i lecci e i pini consumati dal fuoco alle falde del Monte Ortobene.
Ma ora questo sindaco, sindachessa come si preferiva chiamarla con disprezzo, stava
denunciando, dal tavolo delle autorit, un atto di vandalismo notturno: l'abbattimento di alcune piante
nell'area dei lavori in corso in piazza Vittorio Emanuele, per mano di teppisti non identificati. Ma
all'atto di vandalismo non ci aveva creduto nessuno.
I giovani partecipavano al rito collettivo, alla mattanza - perch il tavolo delle autorit era la
vasca dei tonni e il pubblico i pescatori pronti a far sangue con gli arpioni - con la dolcezza agnostica
dei carnefici. In fondo era a loro nome che si pretendeva la conservazione di quell'area cittadina ed era
a loro nome che si propugnava il nuovo, la necessit di un parcheggio utile non solo alle loro persone,
ma anche alle loro automobili. Cos fischiavano, indifferentemente, aspettando quello che sarebbe
venuto.
Qualcuno degli intervenuti, che abitava nelle case prospicienti la piazza, aveva sentito, quella
notte, il brontolio della motosega, ma non aveva protestato. - A chi telefonavo? - domandava, durante il
suo intervento, uno di questi.
- Telefonavi al comune, - irruppe una voce dal fondo della sala, - e dicevi che quei lavori li
potevano fare anche di giorno!
- Eh, di giorno... - ironizz una signora dall'aria distinta, - c'era da vergognarsi a farlo di giorno.
Meglio che diano la colpa a chiss chi, cosi c'hanno la coscienza pulita, secondo loro.
Segu un gran trambusto, le voci si accavallarono le une alle altre e per un buon quarto d'ora fu
impossibile riportare la calma.
Il vicesindaco, un uomo tarchiato e rosso di capelli, si alz in piedi afferrando un microfono. -
Qui si parte dal presupposto che tutti siamo in buona fede! - url per sovrastare la confusione. - Non
capisco che interesse avrebbe avuto l'amministrazione a prendere una decisione di cui nessuno ignorava
l'impopolarit.
Un signore alto si alz dalla seggiola a tre quarti della platea: - Pilir, chiedilo alla sindachessa!
Di quale buona fede state parlando, se avevate gi deciso tutto a cena chiss da quando! Guarda che
non siamo nati ieri!
Un applauso scrosci nella sala.
Il vicesindaco, Piliruiu, Capellirossi, per gli amici, cominci ad agitarsi. - Quando si parla
perch si ha la lingua in bocca  facile farsi applaudire, Gon, stai dicendo un mucchio di fesserie,
quale cena, quale accordi, come ti permetti!
Dalla platea part qualche fischio, di quelli fatti con l'indice e il pollice ad anello, di quelli per
richiamare le greggi.
- Fischiate, fischiate, - continuava l'uomo, che di rosso ormai non aveva soltanto i capelli, -
nessuno ha fischiato per durante questi anni, quando la piazza  diventata un mondezzaio, quando 
stato deciso di piastrellarla perch non si riusciva a mantenere un prato come si deve; quando i ragazzi
facevano il tirassegno con i lampioni. Tutto adesso vi prende il senso civico!
Fiammetta Musu, la sindachessa, si drizz sulla sedia. -  evidente, - disse con calma, - che alla
base di questa protesta c' un chiaro messaggio rivolto alla mia persona e che l'ostacolo a che le cose si
rimettano a posto sono io...
- Niente di personale! - la interruppe una donna delle prime file. - Noi ci conosciamo: sai come
la penso e come l'ho sempre pensata! Non ci sto a vedere questo sfascio...
- Vediamo il buio dove dovremmo vedere la luce! - inve un signore anziano con la barba ben
curata. - Con tutto il rispetto parlando, signora sindaco, l'arredo urbano non rientra fra le necessit
primarie di questa citt.
- Bene, - concluse Fiammetta Musu alzandosi in piedi, - la mia lettera di dimissioni  gi
pronta: sar presentata al prossimo consiglio comunale!
Il vocio si arrest di colpo. Alcuni, dalle ultime file, tentarono un applauso mentre la donna si
faceva largo tra le sedie delle autorit per abbandonare la sala.
- Tutti bravi ad abbaiare, tutti balentes! Non c' male... andiamo avanti cos! Bella figura
davvero, - continuava il vicesindaco. - Cosa vi credete, che se cade la Giunta i lavori si interrompono?
- Ci avete preso in giro abbastanza! - rincarava la signora delle prime file. - E non vi vergognate
nemmeno!
- C'era da vergognarsi quando non c'era nemmeno un buco per parcheggiare la macchina! - os
un uomo sulla cinquantina dalla voce robusta. - Perch non andate a piedi! Se manca il parcheggio
protestate perch manca, se vi fanno il parcheggio protestate perch non vi va bene il posto!
- Allora fattelo fare sotto casa tua il parcheggio, Busti! - celi una donna grassa dietro di lui. -
Mentre l'uomo veniva invitato a sedersi, e tacere, da una salva di fischi.
La discussione and avanti finch chi aveva discusso non era pi in grado di dire di che cosa
avesse discusso. Continu finch le parti non si invertirono e chi criticava si trasformava nel criticato.
Tuttavia il delirio democratico era salvo. I cittadini sembravano aver detto la loro.
Ora si trattava di far traboccare il dibattito, di mescerlo sapientemente nei bar e disperderlo in
mille rivoli ai crocicchi, nelle case davanti ai ceppi crepitanti.
Di l a poco sarebbe stato il turno del Freddo: il tempo, la neve presunta - il ricordo di quel '56
che aveva coperto tutto con una coltre morbida - che avrebbe potuto rendere il Natale ancora pi Natale
e la bont ancora pi buona.
Di l a poco sarebbero venuti meno i fondi e lo sterro per il parcheggio sarebbe diventato una
pozza dopo le piogge e un creto secco sotto la canicola. Poi le recinzioni, a piccoli assalti progressivi,
avrebbero ceduto mostrando lo spiazzo di terra dura. E le prime automobili dapprima timidamente, poi
con la tranquillit della consuetudine, sarebbero state parcheggiate in quell'area non finita, abbandonata
a se stessa e al tempo. Intanto i lavori nella citt cantiere sarebbero proseguiti chiss dove e
dappertutto; dopo le demolizioni il nulla; in un esercizio quasi retorico di sequestri cautelativi e abusi
edilizi, solo per insegnare ai cittadini che la citt  un corpo in movimento, un mutante senza speranze
di stasi. E che l'antico assetto, modesto, ma concluso, era solo il segno di un tempo fermo, senza
smanie. Il teatro, la piscina, il parcheggio, la piazza diventano entit imprecise: quale teatro? Quel
bunker che fa impallidire le vecchie carceri che per un secolo hanno occupato quell'area. Quale
piscina? Quella che hanno cominciato a costruire per me e sar usata, nella migliore delle ipotesi e se il
tempo sar clemente, dai miei figli. Quale parcheggio? Quello che si pu vedere in scala ridotta
all'ufficio tecnico del comune. Quale piazza? Una qualunque, una qualunque...
Capitolo secondo
- A che ora sei tornato? - domand la vecchia.
Paolo Sanna, ancora in mutande, cerc di inquadrare la sagoma scura di lei oltre le palpebre
ancora pesanti di sonno.
- Lo sapete a che ora sono tornato! - farfugli. - Non dormite mai voi e non vi sfugge niente!
- No, - l'aggred la vecchia, - non mi sfugge niente, riesco a capire pi cose di quante tu non
immagini! Comunque io non ce la faccio pi, sono troppo in l con gli anni, non posso passare la notte
in bianco perch tu ti devi divertire con quegli avanzi di galera!
Il giovane appoggi entrambe le mani al piano di marmo del tavolo, ne ricevette una scossa di
freddo che si irradiava fino al cervello.
- Cosa ne sapete voi di avanzi di galera, cosa state dicendo? - cerc di minimizzare.
La vecchia spar nella sua camera da letto. - Io non so mai niente! Tu invece sai tutto! - url dal
suo interno.
- Ma che cosa vi  preso stamattina, vi siete alzata di malumore? - chiese il giovane alzando la
voce per farsi sentire oltre la porta.
Lei usc dalla sua camera vestita di tutto punto. Sembrava improvvisamente calma. - Niente mi
 preso, - articol con un tono di voce assente, -  che tu hai ricominciato a bere! - Il giovane scosse la
testa preparando una replica. - Non cercare scuse, - incalz la vecchia prima che lui potesse aprir bocca.
- Hai ricominciato a bere e io non so se questa volta ce la faccio: sono anziana, ma non sono ancora
scema! Devi ritornare dal medico. Io ho bisogno di stare tranquilla, di passare serenamente i pochi anni
che mi restano, se me ne restano.
Paolo Sanna aspett che lei mettesse fine al suo sfogo, poi strofinandosi gli occhi cerc di
stabilire definitivamente se quello che stava vivendo era la realt o un altro dei suoi incubi. - Che cosa
vi posso dire? - chiese con voce incupita dalla certezza di essere sveglio. - Se devo andare dal medico
andr dal medico, ma  solo una perdita di tempo: non tocco un goccio di vino da mesi.
La vecchia fece un cenno col capo, segno che non ci credeva, ma che faceva finta di crederci;
segno che non si sarebbe messa l'anima in pace. - Io so solo che stava andando tutto bene e che fino
all'estate scorsa avevi un lavoro, poi hai ricominciato con quei delinquenti, o chiss cosa, e non ti sei
pi preoccupato di cercartene un altro. E allora...
- E allora? - tuon il giovane allo stremo.
- E allora  ricominciato l'inferno! - concluse la vecchia senza farsi intimorire dal tono di lui.
Con le mosse di sempre, accost gli angoli del fazzoletto al mento, li infil tra la stoffa e le guance
smunte; quindi accost al petto le falde dello scialle e separ le lunghe frange facendo spuntare le
braccia; poi, dal cassetto della credenzina estrasse il rosario a grossi grani neri e se lo rigir tra le dita
della mano destra.
Paolo aveva assistito alla scena senza parlare, seguendo la vecchia gesto per gesto. Una ridda di
pensieri lottava nella sua testa: il lavoro, gli amici, l'alcol, il medico... Ines! Cos vide la vecchia di
spalle mentre si dirigeva alla porta d'ingresso per uscire e, senza riflettere, ma facendo muovere il
corpo all'unisono col pensiero, capendo allora per la prima volta che lei sapeva, che la vecchia sapeva
ogni cosa, l'afferr per i capelli racchiusi in un concio sotto il fazzoletto, proprio quando lei stava per
guadagnare l'uscita. La costrinse a guardarlo in faccia con una torsione della mano che afferrava la
nuca. La porta si richiuse con un tonfo dietro la spinta furiosa del piede di lui. Il rosario, rimasto
incastrato nella maniglia, si strapp spargendo tutt'intorno grani di legno scuro. La vecchia
boccheggiava: non c'era stato il tempo di sorprendersi, aveva solo sentito la presa di lui dalle spalle e
ora sentiva il suo respiro affannato, il suo respiro da belva, vedeva i suoi occhi e percepiva il calore
delle sue dita che ora le stringevano il collo.
- Voi non sapete nemmeno che cosa sia l'inferno! Non avete la minima idea di quanto vi
cammini vicino il diavolo! Io lo so! Io lo so bene! Ora lo so bene! - Paolo Sanna aveva sentito il gemito
di lei. Un unico lamento che si era organizzato dallo stomaco e aveva superato la stretta attraverso la
gola. Aveva visto il suo viso cambiare di colore improvvisamente e percepito appena i pugni di lei che
battevano nel suo petto assai pi lievi dei battiti del suo cuore. Ma questo era bastato a risvegliarlo,
l'aveva riportato verso la realt. Cosi aveva abbandonato la stretta.
Salvatora, Badora, Fenu tent di riassettarsi. Sentiva l'aria gelata penetrare nella gola con
violenza. E lei apriva ancora di pi la bocca per aspirarne boccate pi profonde incurante del dolore al
collo, dei capelli scomposti, dei pochi grani del rosario che ancora le restavano nella mano stretta a
pugno. E camminava, lasciando che le sue gambe percorressero la strada nota senza l'ausilio degli
occhi e della mente. Da qualche parte l'avrebbero portata, le gambe. Gambe forti. Gambe che l'avevano
trascinata oltre gli anni e non si erano fermate mai. Appena mi fermo sono finita, pensava, devo
andare avanti.
Qualcuno che le passava accanto serv a riportarla per strada. Serv a chiarirle che era sfuggita
alla fine e che tutte le sue membra erano tese verso un punto zero. Come a cancellare gli ultimi minuti
della sua vita quando era stata tra le braccia della morte.
Cos cap che doveva fermarsi, sentirsi salva, ritornare in se stessa. Ma non era facile: gli occhi
ancora non inquadravano la luce e distorcevano la realt in un tumulto di immagini. Tutte astratte.
Tutte drammaticamente concrete.
Ricord che da bambina, o forse da signorina, ma forse era gi donna ed era appena arrivata a
Nuoro, il tempo passa cos in fretta!, aveva sentito quella stessa frenesia e le gambe, pi giovani e
salde, erano state persino pi veloci del suo cuore. Era stato quando Mena si era lanciata dal tetto del
Mulino. Quando avevano scoperto il fattaccio della gravidanza. Quando Mena era scappata via e per tre
giorni l'avevano cercata dappertutto. Solo il padre non l'aveva cercata: per lui Mena era gi morta. Poi,
quella notte, quando tutti avevano smesso di cercarla e si diceva gi che fosse in continente, quella
certezza l'aveva tirata gi dal letto. E le gambe avevano trascinato la saggia Badora con i capelli sciolti
- quei capelli neri - verso il Mulino appena in tempo per ascoltare l'ultimo respiro di Mena. Mena la
bianca e rossa. Mena la colomba. Mena che dava confidenza perch non conosceva malizia. Mena che
aveva dormito col diavolo.
Come si pu dimenticare! Bisogna andare avanti.
Cos la vecchia Badora vide la giovane Badora - Badora la secca - mentre chiude le palpebre a
Mena generosa con un sorriso a fior di labbra. Mena vestita a festa, col corpetto turchese ricamato e i
bottoni d'oro. E vede la sua camicia da notte che si bagna di sangue. Perch quell'impulso l'ha tirata gi
dal letto cos come si trovava, non le ha concesso il tempo per vestirsi. L'ha spinta per strada e l'ha fatta
correre come si corre incontro all'amato, col cuore che martella nel petto e fa sobbalzare i seni
minuscoli: Badora la secca, s'istrigile.
Poi vede la strada vuota in un'alba che potrebbe sembrare tramonto.
Forse che il diavolo mi camminava accanto pens la vecchia Badora ricordando la felicit
assurda di quel ricordo. Il diavolo mi camminava di fianco concluse vedendo una figura passarle
accanto.
Poi vide la strada vuota in quell'alba che poteva sembrare un tramonto e si rese conto di essere
ancora a due passi da casa. Come se camminare fosse diventato improvvisamente una categoria dello
spirito. Come se per la prima volta la testa avesse superato le gambe. E corresse nel tempo molto pi
velocemente di quanto avesse mai fatto, rammentando immagini sepolte nei recessi pi irraggiungibili
del cervello. La casa con la scala di legno: due stanze su, e gi la cucina; la dispensa con formaggio e
olio; le galline nel cortile; il padre che faceva il giro degli ovili per macellare il bestiame, perch
Giovannantonio aveva le mani d'oro e sapeva intrecciare gli intestini della pecora o del maiale come
nessun altro; Mariantonia, la madre, che faceva le bambole con l'impasto del pane; Giovannimaria, il
nonno, che guardando verso il Monte poteva stabilire se dovesse piovere con tre giorni di anticipo e
risanava le bestie con le erbe e faceva piegare i metalli con lo sguardo e conosceva le formule per
legare un uomo a una donna... Ricordi che erano rimasti dentro di lei per tanto di quel tempo da
sembrare solo storie remote e che ora esplodevano senza controllo.
Perci camminare non fu pi possibile.
Non fu pi possibile sfuggire a quella forza inusitata che la trascinava. Resistere alla stretta
furiosa. Sembrava una replica di quella furia che poco prima, a casa, l'aveva attratta e assomigliava in
tutto a quel contatto di respiri con le bocche distanti un palmo. Quando Paolo l'aveva costretta a
guardarlo, a vedere i suoi occhi, quando lei gli aveva battuto il torace per costringerlo ad abbandonarla:
Badora la vergine. Badora che si affida a Sant'Ignazio di Laconi e a Santa Antonia Mesina sfigurata a
colpi di pietra per non aver ceduto. Quando era preferibile cedere alla morte che alla vita. Era peccato,
peccato grave, paragonarsi ai santi. Non si poteva abbandonare questa valle di lacrime con la superbia
nel cuore, allora bisognava vivere. Vivere quanto bastava per espiare e chiedere perdono.
Qualche secondo per sistemare le cose dell'anima, ricorrendo a tutte le energie ancora
disponibili, sfruttando le poche riserve dei polmoni, tentando di rubare aria alla stretta, abbandonando
le gambe al loro destino, scordando il corpo.
Ma fu subito chiaro che spalancare la bocca questa volta non sarebbe bastato. Che la fine era
arrivata. Che non c'era pi tempo.
Non c'era pi tempo: di l a poco la strada avrebbe cominciato ad animarsi. Ed eliminarla si era
rivelato pi complicato del previsto. Il corpo, ora, era abbandonato e leggero: sarebbe stato facilissimo
percorrere i pochi metri di distanza fino al cortile della casa e aspettare al riparo, lontano da sguardi
indiscreti.
Capitolo terzo
Il commissario Curreli fece qualche passo indietro per trovare un riparo. Ma non ne aveva
scelto uno buono, e ora, a pensarci, era chiaro che non aveva scelto nemmeno un buon punto
d'osservazione.
Cos avanz, affondando ancora i pugni nelle tasche del cappotto, per raggiungere un punto pi
riparato dal vento gelido del primo mattino e conquistare una visione migliore dell'ingresso del palazzo.
Il maresciallo Pili usc puntuale. Aveva il volto raggricciato per la zaffata gelida che l'aveva
accolto all'uscita dal palazzo.
Poi, guardando davanti a s, abbozz un mezzo sorriso. - Puntuale, - constat raggiungendo il
commissario. - Potevi salire... - Il commissario si stiracchi. - Ti avrei fatto un caff, - prosegu il
maresciallo. - E avremmo parlato al caldo.
- Non abbiamo troppo tempo, dobbiamo stare molto attenti d'ora in poi...
- Cerca di stare tranquillo; non dobbiamo farci prendere dalla fretta proprio adesso.
- Certo parli bene tu! Ma io rischio un'incriminazione per favoreggiamento!
- Calmati e dimmi come stanno le cose.
Il commissario era rosso in volto. Battendo i piedi al suolo cercava di riscaldare i piedi che
erano diventati due pezzi di ghiaccio. - Le cose non sono messe bene: il sostituto procuratore vuole che
faccia indagini sul tuo conto, non crede a una parola delle deposizioni che avete rilasciato dopo il
ritrovamento della bambina. Dice che c'entrate qualcosa o che non avete detto tutto quello che
sapevate.
- Hai avvisato Luigi Masuli? - chiese il maresciallo cercando da fumare.
- Non ancora. Ma forse  meglio che ci parli tu;  meglio se di colloqui del genere noi due ne
abbiamo il meno possibile per il futuro.
- Giusto! - concord il maresciallo. - Gli parler io. Tu intanto fai tutte le ricerche necessarie: la
dottoressa Comastri  intelligente, ma non ha capito nulla, per il momento. Stasera andr a parlare con
chi sai e questa volta la questione la sistemiamo una volta per tutte! Per l'autopsia ci sono novit? -
prosegu il maresciallo con aria sbrigativa.
Il commissario Curreli si frug le tasche per cercare un fazzoletto: nonostante il freddo, gocce
di sudore gli imperlavano la fronte. - Porca miseria, Nicola, questo non lo posso fare! Dammi almeno la
possibilit di salvare la coscienza.
Il maresciallo stette a guardarlo con un mezzo sorriso a fior di labbra. - Dunque l'ha gi vista! -
concluse.
Il commissario conferm abbassando lo sguardo. - Non lo posso fare, - ribad, -  coperta dal
segreto istruttorio.
- Siamo sicuri? - ritent con un tono navigato il maresciallo.
- Siamo sicuri! - rispose con solennit il commissario.
- Mi dimenticavo, - aggiunse il maresciallo guadagnando la strada principale, - questa sera io
non mi muover da casa, intesi?
Il commissario Curreli accenn di s e si rinchiuse ancora di pi dentro il cappotto, faceva
l'effetto di una grossa testuggine impaurita. Almeno nevicasse, pens mentre il maresciallo si
allontanava.
Le cose dunque si erano complicate, ma non tanto. Il maresciallo Pili continu a camminare
senza voltarsi. Sentendo alle sue spalle il respiro affannato del commissario Curreli che ancora
aspettava a muoversi. La giornata sarebbe stata freddissima a giudicare dal colore plumbeo del cielo e
dalla tramontana che sferzava gli alberelli del viale.
Le cose si erano complicate.
Ma per il momento non c'era da preoccuparsi. Tutto era stato organizzato con cura, tutto era
stato pensato e ripensato. Di l a poco questa storia sarebbe finita e la sua carriera con lei. Perch finire
in piedi era lo scopo. Anche a costo di sorvolare le regole; anche a costo di rimettere in gioco tutte le
cose pi sacre in cui aveva creduto.
Il commissario Curreli aspett ancora qualche secondo finch la sagoma del maresciallo non
scomparve dietro l'angolo; poi sgusci fuori nella strada. S'incammin a piedi verso la questura; non si
sentiva tranquillo. Forse la soluzione pi giusta, la pi naturale era quella di rivolgersi al sostituto
procuratore, al responsabile delle indagini per la scomparsa di Ines Ledda, poi omicidio. Forse facendo
le cose regolari quell'omicidio si sarebbe potuto evitare, ma a questo non ci credeva visti i precedenti:
negli ultimi tre anni quattro bambine, tutte della stessa et, erano scomparse senza lasciare tracce.
E poi c'erano le videocassette...
Capitolo quarto
Col quotidiano sotto braccio Giuseppina fece il suo ingresso trionfale nella redazione
dell'Unione Sarda; il suo articolo era stato citato nella rassegna stampa della televisione nazionale.
L'atmosfera era carica di fumo.
- Quanto fumate di primo mattino! - constat sventolandosi il giornale davanti al viso. Non
riusciva a reprimere un sorriso di soddisfazione.
- Smettila di gonfiarti! - tagli corto Antonio Sassu. -  gi abbastanza piccolo questo spazio
per farci entrare anche una mongolfiera!
- Ed  pieno di finestre che non vengono mai aperte! - constat Giuseppina polemicamente.
- Quando mai si  vista una redazione con aria pulita, non li guardi mai i telefilm tu? -
intervenne un apprendista che si occupava delle previsioni del tempo e dell'oroscopo.
-  troppo occupata a vincere il premio Pulitzer! - sibil Maria Vittoria Leccis senza distogliere
lo sguardo dallo schermo del computer.
- Mavi, non ti avevo vista! - esclam Giuseppina con tono caricato. - Come  andata
l'Assemblea cittadina?
- Eccitante, - rispose la donna senza scomporsi. - Un'esperienza che ha cambiato la mia vita!
Dovresti provare quando scendi tra i mortali.
- Non preoccuparti, Mavi cara, quando decider di scendere sarai la prima a saperlo, per ora ti
dispiace alzarti dalla mia scrivania?
- Dalla tua scrivania? C' forse il tuo nome? Perch se c' io non me ne sono accorta!
- Sono due anni, dico due anni, che uso quella scrivania!
- Sono due anni, dico due anni, che non ne ho mai avuto bisogno!
- Antonio! - si limit a concludere Giuseppina.
Antonio Sassu abbass le palpebre in segno di scoraggiamento.
- Quando finir questa storia, saremo tutti pi contenti...
- Di che segno sei? - lo interruppe il giovane intento a stilare l'oroscopo.
- Ariete, - rispose il capo redattore sorpreso dall'assurdit della domanda.
- Bene, - rispose il giovane, - ecco cosa scriver per l'Ariete: dovrete far ricorso a tutte le vostre
doti diplomatiche per fronteggiare una giornata che richieder decisioni importanti; che ne dici? -
domand con un mezzo sorriso.
- Fatti inculare! - rispose Antonio Sassu replicando il mezzo sorriso.
- Fine, non c' che dire, - comment Maria Vittoria Leccis, continuando a battere sui tasti.
- Salute: attenti al fegato! - incalz il giovane facendo finta di prendere appunti.
- Alberto, tu di che segno sei? - chiese Antonio Sassu con aria sorniona.
Il giovane si guard attorno. - Cancro, - rispose.
- Cancro, - ripet il capo redattore, - come pensavo: in tal caso non c' niente che io possa
aggiungere. E ora se vogliamo cominciare a lavorare, saremo tutti felici, con comodo si capisce.
Giuseppina, usa il mio tavolo: tra mezz'ora parto per Cagliari. C' una lettera per te sulla stampante.
Giuseppina rest qualche secondo a osservare il vuoto davanti a s, indecisa sul da farsi: lasciar
correre e rimettersi al lavoro o pretendere a tutti i costi quello che riteneva il suo spazio.
- Posso? - chiese seccamente sporgendosi al di l dello schermo per raggiungere il suo blocco di
appunti sul tavolo.
- Prego, - rispose Maria Vittoria Leccis staccando le mani dalla tastiera. - Veloce, - sussurr
mentre l'altra frugava tra i fogli. - Il capo ti presta la sua scrivania e c' una bella lettera per te sulla
stampante.
La lettera era stata portata a mano da qualcuno che non aveva voluto farsi riconoscere. Era stata
stilata con una vecchia macchina da scrivere, il nastro doveva aver visto tempi migliori. Poche righe:
7 settembre 1989, - Grazia Mereu, 12 anni.
30 novembre 1989, - Immacolata Cntene, 9 anni.
18 gennaio 1991, - Lorenza Ibba, 11 anni.
11 Novembre 1992, - Ines Ledda, 12 anni.
 tutto sui giornali!
Capitolo quinto
Il maresciallo Pili sistem una valigetta ventiquattrore sul sedile posteriore della sua utilitaria.
Gir la chiave sentendo che il motore faceva fatica a partire per il gelo. Attese col piede pigiato sul
pedale dell'acceleratore fin quando il minimo non si fu stabilizzato, quindi ingran la prima.
Sotto quell'atmosfera plumbea le strade deserte sembravano ancora pi tristi. Sar troppo
presto pens dando uno sguardo all'orologio dell'autovettura, poi sollev le spalle questa volta non
me ne vado, questa volta deve ascoltarmi: se dorme lo sveglier! decise pigiando ancora
sull'acceleratore per imboccare il curvone che da piazza Veneto conduce in via Gramsci.
Tuttavia, arrivato a destinazione, ebbe qualche incertezza, non si sentiva pi sicuro. Impieg un
tempo interminabile per parcheggiare facendo le manovre con una lentezza esasperante. Ricominciava
a subordinare le azioni alla sua testa, la gravit dei pensieri e dei ricordi lo costringeva a dilatare i gesti
per impedirsi di perdere quel filo interiore. Spense il motore badando di lasciare acceso il quadro per
non interrompere il flusso di aria calda dal riscaldamento. Cos rimase qualche minuto ancora a
osservare le finestre del primo piano del palazzo. E vide che non c'erano segni di vita. La tapparella del
bagno non era chiusa completamente...
Qualche inquilino del palazzo riscaldava il motore dopo aver portato l'auto fuori dal garage.
Una donna di servizio portava fuori due ingombranti sacchi di spazzatura.
L'incertezza si impossess della mente del maresciallo: quale utilit poteva esserci a parlare con
un uomo che aveva rinunciato a tutto? Improvvisamente niente sembr semplice; niente sembr
giustificare quella determinazione che l'aveva portato davanti a quella casa e che gli aveva fatto
promettere che avrebbe obbligato Salvatore Corona, il giudice Salvatore Corona, ad aprirgli anche a
costo di svegliarlo. Neanche le immagini fuori dall'abitacolo sembrarono pi cos nette: la condensa, il
frutto del suo respiro affannato, il frutto dei suoi pensieri confusi, si era attaccato ai vetri della
macchina e faceva da schermo lattiginoso contro l'esterno.
Afferr la chiave per ripartire e fu allora che un ticchettio sul vetro lo fece sobbalzare.
La sagoma era indistinta oltre lo sportello del passeggero: una donna si era chinata per farsi
riconoscere, portava due pesanti sacchi per la spazzatura. - Maresciallo! - chiam flebilmente la donna
agitando la mano.
Il maresciallo si sporse con tutto il busto per pulire il vetro appannato. - Signorina Pani, non
l'avevo riconosciuta! - esclam veramente sorpreso.
Elena Pani fece un mezzo sorriso, appoggiando i sacchi sul marciapiedi. Facendo un altro
sforzo il maresciallo si allung quanto bastava per aprire lo sportello.
Elena sembrava invecchiata rinchiusa nel suo cappotto nero.
- Non l'avevo proprio riconosciuta! - ribad il maresciallo. - Sta bene? - prosegu porgendole la
mano.
Elena ricambi la stretta entrando per met nell'auto, dopo aver sfilato il guanto di lana. -
Tiriamo a campare, - rispose.
- Non stia l fuori a prendere freddo, entri in macchina, - propose il maresciallo.
- La vedo spesso da queste parti, - disse Elena Pani dopo aver chiuso lo sportello.
-  vero, - ammise il maresciallo, -  un po' di tempo che voglio parlare col giudice, ma ogni
volta che arrivo qui davanti non riesco a decidermi a salire.
-  la stessa cosa che mi ha detto lui qualche tempo fa: ha paura di disturbare mi ha detto.
Il maresciallo tent di sorridere. - Sarebbe bastato un cenno, - riflett guardando la donna. -
Come sta? - chiese all'improvviso, come se quella domanda gli bruciasse dal primo istante della loro
conversazione.
Elena fece spallucce. - Come vuole che stia? - rispose. - Sta come un uomo che ha perso tutto!
Il maresciallo abbass la testa. - Non bisogna arrendersi, - riflett dopo qualche istante di
silenzio.
Elena accenn col capo, poi frugandosi nella tasca del cappotto ne estrasse un mazzo di chiavi. -
Glielo vada a dire! - disse porgendogliele.
Capitolo sesto
Maciste si allung nel suo letto. Con i piedi toccava la sponda. Aprendo gli occhi vide che il
piccolo televisore a 16 pollici in bianco e nero rimandava le immagini di un cartone animato
giapponese. Era rimasto acceso tutta la notte come al solito. Grattandosi la testa si mise a sedere e
guard l'ora: le nove.
Un'astronave robot volteggiava in un cielo grigio superando l'iperspazio per colpire una nave
ammiraglia. L'esplosione era commentata da una colonna sonora elettronica, il testo della quale era
stato doppiato in italiano:
Battiamo le forze del male! Salviamo la terra!
Lottiamo per la verit! Facciamo la guerra!
cantava la voce solista.
Akim sei tutti noi!
ripeteva il coro.
Faceva freddo. Maciste prov a coprirsi meglio. Intanto una fanciulla, vestita di una tuta
spaziale che metteva in evidenza le sue forme, grondava lacrime dai suoi enormi occhi scuri. Il coro
incalzava: Akim sei tutti noi! Doveva trattarsi di quel giovanotto che portava un ciuffo ribelle sugli
occhi e che guidava l'astronave robot. La testa di quest'ultima infatti non era che una cabina di
pilotaggio.
Maciste allung un braccio verso il comodino ingombro di fumetti per cercare a tastoni le
sigarette: non voleva perdere il bello. Il bello era che il giovanotto con il ciuffo dopo aver evitato le
bordate della nave ammiraglia si apprestava a salvare la ragazza piangente. Maciste sapeva che non
sarebbe stato semplice e si mise a sedere pi comodamente sul letto aspirando la prima boccata. Infatti
non fu semplice: bisognava sganciarsi dall'astronave robot per volteggiare pi agevolmente e
raggiungere la fanciulla all'interno della nave ammiraglia, dopo aver superato le micidiali navette di
guardia. Il cattivo, imperatore del male, sghignazzava vedendo le difficolt del giovanotto da un
megaschermo della sala dei comandi in cima alla nave ammiraglia. Ma non si era accorto che un
missile ben assestato aveva messo fuori uso il dispositivo di comunicazione interspaziale e che la sua
nave era isolata dal resto dell'esercito.
Il campanello suon a quel punto.
Maciste impieg qualche secondo a capire che il trillo non faceva parte della musica delirante
che commentava le immagini. Dovette attendere il secondo squillo per capirlo e alzarsi tentando di non
perdere di vista lo schermo.
Paolo aveva atteso fuori dalla porta, poi aveva suonato di nuovo.
Solo allora Maciste era andato ad aprire.
- Che cazzo ci fai da queste parti? - domand Maciste ritornando verso lo schermo.
Paolo barcoll leggermente. - Ho bevuto! - afferm, tentando di raggiungere un equilibrio
stabile, per giustificarsi. Ma Maciste non ci aveva fatto caso tutto preso com'era dal duello fra
l'Imperatore del Male e il giovanotto col ciuffo.
- C' una puzza spaventosa qui dentro! - constat Paolo anche per dimostrare che non tutte le
sue facolt erano sopite dall'alcol. - Non le apri mai le finestre?
- Con questo freddo? Sarai matto! - rispose Maciste durante uno spot di panettoni farciti. -
Porca miseria siamo gi a Natale! - continu voltandosi per la prima volta a guardare l'amico. - Sei
sbronzo alle nove del mattino? Complimenti! Che cazzo hai combinato?
Paolo cercava di liberare una sedia ingombra di vecchi quotidiani e giornali pornografici.  Ho
bevuto! - ripet con lo stesso tono di poco prima. - Sono venuto da te perch stare ancora a casa con la
vecchia non  pi possibile -. Uno sprazzo di lucidit gli aveva rabbuiato lo sguardo.
Maciste si sollev con fatica dal letto. - Hai bisogno di un caff, - sentenzi dirigendosi verso il
lavandino ingombro di piatti sporchi.
- Ho portato la valigia... se posso restare qui, per un certo periodo... - sussurr Paolo mostrando
un borsone da ginnastica che aveva posato vicino alla porta d'ingresso. - Non so chi mi ha fermato
stamattina, a momenti l'ammazzo. Non so che cosa mi  preso: ha cominciato a fare le sue solite storie,
che bevo, che non lavoro... Lei non capisce, non capisce un accidente! Era un sacco di tempo che non
bevevo, tu lo sai vero? Allora se proprio mi deve prendere a voci perch bevo anche quando non bevo,
io bevo! Questo  chiaro!  chiaro come il sole: sono un parassita? Allora me ne vado al bar cos non
devo subire le prediche di nessuno!  colpa mia se il lavoro non si trova? Forse sarebbe meglio essere
morti! - concluse con un accenno di lacrime.
- L'hai presa brutta, - constat Maciste porgendogli una tazza di caff bollente. - Zia Badora fa
cos ma ti vuole bene.
- S, mi vuole bene. L'avessi vista stamattina! Alle sei mi ha buttato gi dal letto! Non va bene
niente di quello che faccio io. Come se in questo posto ci fosse tanto da fare! Secondo lei basta andare
in giro e chiedere che ti facciano lavorare...
- Lascia perdere adesso, prova a dormire, - tent Maciste trascinando Paolo verso una branda
sistemata tra il tinello e il bagno. Paolo si lasci condurre abbandonandosi contro il corpo dell'amico.
- Questa volta non ritorno. Questa volta me ne vado veramente: da qualche parte, ci sar un
posto dove posso andare! - concluse lasciandosi cadere sul materasso frusto.
Maciste gli tolse le scarpe vedendo che le sue palpebre diventavano pesanti.
Capitolo settimo
La biblioteca Sebastiano Satta  un hangar, un altro delirio modernista situato in quello che,
trattato altrimenti, si sarebbe potuto definire centro storico della citt. Ma certe decisioni non sono
prese con la discriminante dell'opportunit: una citt moderna deve avere una biblioteca e deve averla
in centro e deve essere moderna anzi modernissima. Poco importa se nei dintorni molti palazzi
potevano essere adibiti allo scopo senza sfregiare il paesaggio; poco importa se occorreranno altri
decenni per rendere agibili tutti gli spazi. Quel che importa  che di amministrazione in
amministrazione l'incompiuto e l'inopportuno segnino come un filo rosso lo sviluppo urbanistico di
questa citt.
Giuseppina Floris fece il suo ingresso nell'atrio della biblioteca Sebastiano Satta che erano
appena passate le nove. L'impiegata all'accettazione allung una scheda verde senza nemmeno
guardarla.
- Avete le annate scorse dell'Unione Sarda? - le chiese Giuseppina mentre si apprestava a
compilare la richiesta.
La donna la guard con un misto di compassione e fastidio. - Se non ce le abbiamo noi... -
rispose, lasciando intendere che per una domanda del genere non occorreva pi fatica di tanto.
L'ambiente emanava un fastidioso odore di autosalone e il riscaldamento, spento durante la
notte, non era ancora a pieno regime. Questo forse giustificava il malumore dell'impiegata non pi
giovanissima mentre aspettava che Giuseppina, non senza qualche esitazione, compilasse la richiesta.
La richiesta riguardava, per cominciare, i mesi di settembre, ottobre, novembre, dicembre
dell'Unione Sarda del 1989. Poi sarebbe stato necessario controllare gli stessi mesi del '90 e del '91.
Sbottonandosi il cappotto Giuseppina si avvi verso un ampio tavolo male illuminato ad
attendere i volumi. Nel frattempo sfil dalla borsetta una cartina di Nuoro e la distese sul piano. Certo
sarebbe stato pi semplice consultare il computer in redazione, ma non sarebbe stato altrettanto
tranquillo e qualche collega avrebbe cercato di sbirciare, magari con la scusa di darle una mano. Una
cosa era certa: la sua teoria richiedeva segretezza.
Questi erano i presupposti: tra il settembre del 1989 e il novembre del 1992, erano scomparse,
in circostanze tutte da chiarire, quattro bambine dai nove ai tredici anni; di queste quattro bambine due
sole vengono ritrovate: una nel luogo della morte, Lorenza Ibba; un'altra per caso da cacciatori in
perlustrazione, Ines Ledda.
Questa era la teoria: le sparizioni, nonostante le modalit differenti, nonostante l'assenza di
elementi che potessero metterle in relazione l'una con l'altra, erano collegate. Si trattava solo di
spulciare le singole vicende e di scoprire quale era il trait d'union che le accomunava.
Giuseppina ebbe un sospiro di sollievo quando i pesanti volumi che contenevano i giornali
richiesti furono sistemati sul suo tavolo da un giovane inserviente della biblioteca.
8 settembre 1989
La prima bambina.
Grazia Mereu, dodici anni, sparisce di casa la sera del 7 settembre 1989. I genitori denunciano
subito la scomparsa, ma le ricerche proseguono a rilento. Il commissario Curreli, che si occupa delle
indagini, non rilascia dichiarazioni (non ci sono elementi per formulare un'ipotesi di nessun tipo, e poi
le dichiarazioni spettano al sostituto procuratore). Il sostituto procuratore in causa, il dottor Corona,
non  pi esplicito: ... sappiamo solo che non  stata rapita.
10 settembre 1989
Intervista alla professoressa d'italiano della bambina. Ne viene fuori un ritratto abbastanza fuori
dal comune: spigliata, non troppo studiosa, ma abbastanza intelligente da superare con la sufficienza le
interrogazioni. Estremamente fantasiosa e amante della danza: ... si esibiva continuamente davanti alle
compagne, racconter la professoressa.
Dalla fotografia si direbbe pi grande della sua et reale.
I genitori si rinchiudono nel pi stretto riserbo.
17 settembre 1989
A dieci giorni dalla scomparsa il padre della bambina, Giulio Mereu, di trentotto anni, viene
inquisito perch sospettato di aver venduto la bambina a una coppia di americani mai identificati in
cambio di una cospicua somma di denaro. A tradire l'uomo sarebbe stata la fretta di investire la somma
e il conseguente acquisto di un appartamento nel centro di Nuoro. A tradirlo veramente furono le voci,
sempre pi insistenti, di maltrattamenti subiti dalla bambina a opera del padre.
settembre 1989
La moglie del Mereu si muove per scagionare il marito, si dice disposta a parlare con gli
inquirenti, ma non fa in tempo: un incidente di macchina le chiude la bocca definitivamente.
L'incidente  un capolavoro: da qualunque parte lo si esamini non risulta niente che possa farlo ritenere
un sabotaggio.
settembre 1989
Giulio Mereu non ha sorte migliore: appresa la morte della moglie si toglie la vita impiccandosi
nella sua cella.
3 ottobre 1989
Una non meglio identificata L. I., amica della Mereu, in una dichiarazione al giornale, parla di
un diario appartenente a Grazia Mereu. Nonostante le ricerche del diario non si trova traccia.
30 novembre 1989
La seconda bambina.
Immacolata Cntene, dieci anni. Nessuna notizia dal 28 novembre 1989. Quarta di sei figli.
Sofferente di una forma di epilessia detta piccolo male. Passano due giorni prima che i genitori ne
denuncino la scomparsa. Interrogati sull'argomento spiegano che la bambina passava lunghi periodi a
casa di un'anziana vicina, tale Salvatora Fenu, che la trattava come una figlia, essendo lei nubile con un
figlio a carico ormai adulto.
dicembre 1989
Sulla Fenu non fu riscontrato alcunch, ma qualche sospetto si incentr sul figlio, Paolo Sanna,
di ventiquattro anni. Il Sanna infatti, nonostante la giovane et, era in cura da un anno per
disintossicarsi dall'alcolismo. A scagionare il giovane valsero le dichiarazioni del medico curante, il
dottor Eugenio Martis, che proprio tra il 27 e il 30 novembre 1989 aveva fatto ricoverare il Sanna
presso il reparto neurologico dell'Ospedale civile di Nuoro per accertamenti.
dicembre 1989
La malattia della bambina, che la rendeva assente durante le crisi, come testimoni Salvatora
Fenu, le appena sufficienti condizioni economiche della famiglia Cntene, che non risult entrata in
possesso di denaro dopo la sua scomparsa, convinsero gli inquirenti a ritenere le sparizioni delle due
bambine, Grazia Mereu e Luisa Cntene, non collegate fra loro: ... siamo davanti a un'orribile
coincidenza aveva dichiarato il giudice Corona ai giornalisti.
dicembre 1989
Immacolata Cntene viene ritrovata, stremata e priva di sensi poco fuori il centro cittadino. Gli
inquirenti non si sbottonano, ma pare certo che la bambina non sia in grado di ricostruire le fasi della
sua vicenda.
Giuseppina chiuse il volume e diede ancora uno sguardo al foglio degli appunti che aveva
preso.
Grazia Mereu: controllare voci sui presunti maltrattamenti a opera del padre; sentire la
professoressa di italiano.
Immacolata Cntene: vista viva l'ultima volta il 28 novembre, da chi? - Parlare con
Eugenio!!! - Contattare Salvatora Fenu.
Al banco prestiti, questa volta c'era un ragazzo grasso di non pi di venticinque anni. L'uomo
guard oltre lei in un punto qualunque verso la porta a vetri che portava all'esterno della biblioteca.
Sudava copiosamente. Afferr i pesanti volumi, che Giuseppina gli porgeva, con l'aria di uno che si
appresti a compiere una fatica immane.
- I volumi di gennaio e febbraio '91! - ordin Giuseppina cominciando a compilare la scheda
per la richiesta.
Il giovane grasso la guard come aspettando che cambiasse idea.
18 gennaio 1991
La terza bambina.
Solo un trafiletto: Tragico incidente costa la vita a una bambina di undici anni. Lorenza Ibba
trovata morta nel suo appartamento dopo aver ingerito veleno per topi. Il padre della bambina l'aveva
comprato qualche giorno prima per fronteggiare un'improvvisa invasione dei detestabili animali nel
suo appartamento al piano terra di via Gialeto, nel centro della citt...
Capitolo ottavo
Maria Vittoria Leccis diede uno sguardo alla videata. Un resoconto preciso: il dibattito, le
proteste. Rendere il senso della mattanza, specificare che il sindaco aveva annunciato le dimissioni.
Ventilare tutto quello che non era stato detto durante la riunione, ma nei corridoi.
- Che cosa ne sai di Santino Pau? - chiese al giovane ancora intento a completare la pagina degli
oroscopi e delle previsioni del tempo.
Lui fece un fischio. - Santino Pau? - ripet. - L'imprenditore?
Maria Vittoria Leccis conferm: - L'imprenditore.
Il giovane alz le spalle. - Un pesce grosso, - continu, -  quello che si  comprato Monte
Gurtei: tutto suo!
- Quello del centro commerciale? - cerc conferma Maria Vittoria.
- Proprio lui. Ma perch ti interessa?
- Mah, voci. Ieri sera dopo l'Assemblea cittadina qualcuno l'ha nominato.
- Nominato? - insistette il giovane.
- Be', si diceva che fosse il titolare dell'azienda che ha ottenuto l'appalto per i lavori ai giardini:
la Sarcos. Prima del ricorso.
Il ragazzo sorrise. - Non sarei affatto sorpreso se fosse cos: ma bisognerebbe controllare.
-  quello che stavo pensando, conosci qualcuno all'Ufficio Tecnico del comune?
- Non c' alcun bisogno di conoscere qualcuno: le gare d'appalto sono atti pubblici, ogni
cittadino pu richiederne visione. Ma non sai proprio un accidente di queste cose!
Maria Vittoria dovette ammettere che era cos. - Il fatto, - cerc di scusarsi, -  che questi
problemi, ufficialmente non hanno niente a che fare col mio articolo.
- E allora non te ne occupare! - tagli corto il giovane. - Tanto pi che queste cose meno si
smuovono e meglio . Che tempo far domani?
- Neve, almeno finisce questo gelo!
- Neve! - conferm il giovane.
Questo era il problema: capire la differenza fra l'opportunit dei lavori per la costruzione dei
parcheggi e la loro reale necessit. Maria Vittoria se lo pose in questi termini.
E vide lo spiraglio. Qualcosa che non aveva niente a che fare con l'articolo che doveva finire di
stilare. Qualcosa che non aveva a che fare nemmeno col problema che era chiamata ad affrontare.
Qualcosa che aveva a che fare solo con se stessa. E la gara era cominciata, ufficialmente.
Era cominciata a novembre, col gelo che attanagliava le strade e il vento che spaccava la pelle.
Se la Sarcos fosse stata veramente di Santino Pau; se Santino Pau avesse avuto legami col
sindaco; se la gara d'appalto fosse stata truccata. Questo era lo spiraglio. Era la promessa di qualcosa di
assolutamente nuovo.
E pericoloso.
Bisognava agire con cautela. Capire tutto, soprattutto quello che appariva troppo comprensibile,
troppo lineare.
Capitolo nono
Stare davanti alla porta, con le chiavi di casa a portata di mano. Avere cio una certezza che per
tante volte era mancata, non serv al maresciallo Pili. Non si sentiva meglio. Anzi stava peggio. In
fondo quel lasciapassare l'aveva gettato nello scompiglio. Tutta la determinazione sembrava scomparsa.
Sentiva le note di un pezzo di musica classica. Un pezzo triste, smorzato dalla distanza.
Cos, aperta con cautela la porta, la prima cosa che senti fu la musica che si faceva sempre pi
chiara. L'appartamento del giudice Corona era avvolto dall'oscurit, sembrava trascurato. Il maresciallo
attravers l'atrio e si spinse verso il salone e verso la musica.
- Ce l'ha fatta ad arrivare! - La voce del giudice sovrast la musica di quel poco che serviva a
farsi sentire.
Il maresciallo si guard attorno cercando di capire da dove provenisse. Proveniva da uno dei
divani, quello che dava le spalle all'entrata. La musica si faceva incalzante:
Stabat mater dolorosa
juxta crucem lacrimosa
dum pendebat filium...
- La signorina Pani mi ha dato le chiavi, - si scus il maresciallo cercando di inquadrare la
sagoma del suo interlocutore.
... cuius animam gementem
contristatam et dolentem
pertransivit gladius...
- Lo so, - disse il giudice smorzando il volume della musica. - Sono stato io a chiederle di farlo.
Bene! - continu alzandosi in piedi e mostrando una sagoma curva. -  riuscito nel suo intento...
Il maresciallo ebbe uno scatto: l'incertezza e il timore si erano trasformate in un caos informe di
rabbia e imbarazzo.
-  lei che mi ha fatto venire! - rispose senza riuscire a nascondere il disappunto.
- Le ho solo dato la possibilit di portare a termine qualcosa che stava tentando da giorni, - disse
con calma il giudice.
- Da un mese almeno! - corresse il maresciallo appoggiando le chiavi sul tavolo della sala. - Le
chiavi le appoggio qui! - aggiunse tentando di dare alla frase un tono di congedo.
- Si sieda, - invit il giudice. Pareva molto invecchiato, ora che gli occhi del maresciallo si
abituavano all'oscurit.
Il maresciallo sedette sbottonandosi il cappotto. - C' troppo caldo, - disse.
-  perch viene da fuori, - rispose il giudice mettendosi a sedere al suo fianco. - Ma per uno
come me, che non esce di casa,  un clima appena sufficiente -. La musica smorzata sembrava lontana
anni luce, solo nei fortissimi gli archi superavano la soglia del sussurro. - Le piace Vivaldi? - chiese il
giudice appoggiando il capo allo schienale del divano.
- Ho deciso di ritirarmi, - afferm il maresciallo senza rispondere alla domanda. - Ho deciso di
uscire dall'Arma, - specific.
- Mette in pace, - continu il giudice facendo oscillare l'indice in aria come a dirigere il pezzo
musicale.
- Di musica non ne so niente! - Il maresciallo si port in avanti per evitare il contatto morbido e
pacificante del divano. - Non sono venuto per parlare di... musica, - afferm con secchezza guardando
il pavimento.
- E nemmeno per annunciarmi le sue dimissioni, - complet il giudice continuando a dirigere la
musica.
- Nemmeno per quello, - conferm il maresciallo come colto in fallo. - Ma lei sa che cosa sono
venuto a dirle! - tent. Salvatore Corona non rispose. - Io non sono di quelli che sono entrati nell'Arma
per vocazione, - continu il maresciallo per riempire il silenzio.
- Eravamo poveri e c'erano sette bocche da sfamare in casa mia. Cos mi sono arruolato.
Il giudice spense l'impianto stereo. La musica s'interruppe con lentezza come se le ultime note
si fossero diffuse con energia propria.
- Non posso aiutarla, maresciallo, non posso -. La voce del giudice era diventata
improvvisamente implorante. - E anche se volessi non sono pi nelle condizioni di farlo.
- Ma pu ascoltarmi, - esclam il maresciallo alzando la voce. Poi tacque per paura di aver
osato troppo.
Il giudice si alz dal divano. Si diresse verso il mobile bar di fianco alla credenza antica.
- Vuole da bere? - chiese sorridendo. Il maresciallo fece segno di no. - Se devo ascoltare ho
bisogno di un cicchetto.
- Lei sa che ho perso una figlia di dodici anni? - chiese il maresciallo controllando di avere a
portata di mano la valigetta ventiquattrore. Il giudice non rispose. -  successo tanto tempo fa: undici
anni per l'esattezza. Credo che sia stata colpa mia, - sussurr il maresciallo come se pronunciare quella
frase a voce alta ne accrescesse la gravit. - Avevo bevuto troppo e c'era troppo caldo: eravamo al mare
dalla sorella di mia moglie. La bambina non voleva rimanere al mare con i fratelli e i cuginetti, allora
non rest che riportarla a casa con noi.  vero che il camion fece la curva larghissima, ma i miei riflessi
non erano a posto... - s'interruppe come a riprendere fiato. - Cercai di mantenere l'automobile in
carreggiata. Intanto il camion era sparito. Fu un salto di venti metri -. La voce del maresciallo cominci
a incrinarsi. Il giudice Corona assapor con volutt il gusto del brandy che si era versato e attese che il
calore dell'alcol si irradiasse nel suo corpo. - Ho passato due anni della mia vita a cercare di rintracciare
quel camion, - continuava il maresciallo. - Mia moglie diceva che era meglio lasciar perdere...
- E aveva ragione! - comment all'improvviso Salvatore Corona. - Quando si gioca con le
ossessioni si rischia quasi sempre di perdere.
Il maresciallo strinse gli occhi. - Se  ancora disponibile, qualcosa da bere mi andrebbe adesso,
- afferm sfilandosi definitivamente il cappotto.
Il giudice non si alz subito, al contrario sembr affondare ancora di pi nei cuscini del divano.
Poi, come radunando le forze, scatt all'impiedi e si diresse verso il mobile bar. - Che cosa le verso? -
chiese.
Il maresciallo, colto quasi alla sprovvista: - Quello che beve lei, - rispose dopo qualche secondo.
- E cos si arriva alla scomparsa della bambina, - cerc di sintetizzare il giudice porgendo il
bicchiere colmo al maresciallo.
Nicola Pili accenn di s. - Si arriva al settembre dell'89. Ho qui i ritagli di giornale, - aggiunse
indicando la ventiquattrore che aveva tenuto al suo fianco per tutto il tempo.
- Lo sapevo, - comment il giudice con una nota di amarezza. - Un caso archiviato se non
sbaglio.
- Non sbaglia, - conferm il maresciallo. - Si accus il padre.
- Lo so! - sbott il giudice. - Era un testimone reticente, ma punti oscuri non ce n'erano. Il caso
era chiaro: la bambina era continuamente maltrattata.
- La polizia dice che non fu ordinata alcuna perquisizione nella casa della bambina...
- E perch avremmo dovuto ordinare perquisizioni? Il padre aveva praticamente confessato!
- E il corpo?
- Sa bene anche lei come vanno queste cose.
Il maresciallo prese una bustina dalla valigetta e la allung al giudice. Salvatore Corona cerc di
inquadrarne il contenuto, ma senza risultato. Accese la lampada al suo fianco. La luce squarci
l'oscurit della stanza.
- Cos'? - chiese perplesso al maresciallo vedendo che nonostante l'illuminazione non riusciva a
capire di cosa si trattasse.
- Un pezzo di plastica, - rispose il maresciallo.
- Che  un pezzo di plastica lo vedo! - Il giudice si rabbui.
- Il pezzo di una videocassetta, - chiar il maresciallo. - Io ci sono stato in quella casa. Solo un
mese fa.  disabitata dal dicembre del 1990 quando la madre della bambina  morta per l'incidente.  l
che ho trovato quel pezzo di plastica.
- Un altro complotto? - ironizz il giudice.
Il maresciallo non rispose. Scartabellando fra i materiali della valigetta estrasse un plico di fogli
uniti da una graffetta, porgendoli al giudice. Il giudice lesse un elenco di suppellettili e oggetti.
- Interessante, - finse dopo un'occhiata generica ai fogli.
- Un inventario, - specific il maresciallo. - La sorella di Mereu Giulio, il padre della bambina,
ha fatto svuotare l'appartamento e ha trasferito tutto il mobilio in una casa al mare, poco prima che io
potessi perquisirlo. E l'azienda dei traslochi ha stilato una lista completa di tutto quello che c'era dentro.
Come vede i Mereu non possedevano un videoregistratore.
- Lo sa che lei ha violato almeno tre articoli del Codice Penale? Lo sa che il caso  stato
archiviato? - sbott il giudice scaraventando i fogli sul divano. - Mi dia almeno una ragione per la quale
io debba continuare ad ascoltare questo delirio.
- La coscienza, - rispose semplicemente il maresciallo. - Poter dormire; andarsene con la
sicurezza di aver fatto tutto quello che bisognava fare.
- Non era un'indagine di competenza dei carabinieri! - insistette il giudice. - Se ne occupava la
Polizia!
- Il commissario Curreli, - conferm il maresciallo.
Salvatore Corona si alz per versarsi ancora da bere. - Non venga a parlare a me di coscienza.
Avr il mio bel da fare per il tempo che mi resta! E lei maresciallo non  il padre di tutte le bambine
che scompaiono su questa terra! Sono stanco, e le cose che lei ha da dirmi non mi interessano.
- Allora ritiriamoci, facciamo finta di non vedere!
- Perch ha deciso di coinvolgermi in questa cosa? - si lament il giudice, dalla sua voce
traspariva un'angoscia sottile.
- Perch in qualche modo il nostro bilancio deve chiudersi in attivo signor giudice. Queste non
saranno indagini ufficiali: da qualche parte c' qualcuno che fa sparire bambine, magari le filma. Forse
si tratta di pi d'uno. Questi non possono finire in tribunale. Non  pi possibile vedere i pesci che
scappano da questa rete bucata che  la nostra giustizia. Questi devono morire signor giudice: meglio
morti! Meglio per tutti.
Capitolo decimo
Eugenio richiuse il giornale con un mezzo sorriso. Era stanco dopo il viaggio, ma non voleva
dare a vederlo.
- Allora? - chiese Giuseppina spostando il piatto per sporgersi verso di lui dall'altro lato del
tavolo.
- Mh! scritto benino, - comment Eugenio fingendo un'aria di sufficienza. - Metti un bel po' di
carne al fuoco.
Giuseppina ebbe uno scatto. Afferr il tovagliolo, che stava posato sul tavolo e glielo
scaravent addosso. Eugenio cerc di proteggersi il viso ridendo.
- Scritto benino! - stava ripetendo lei facendo l'offesa. - Questo  il massimo che riesci a
concepire?
- Non esattamente, - rispose lui tra le risa, - potevo esibirmi in un carino non c' male, che ne
dici?
- Ne dico che dopo due giorni di latitanza potresti almeno baciarmi. Ed essere pi gentile, -
sussurr, diventando poi improvvisamente seria: - Ho bisogno del tuo aiuto -. Si sedette sulle ginocchia
di lui cingendogli il collo con le braccia.
Eugenio si abbandon alla stretta. - Non ci sono parole per spiegarti come ho passato gli ultimi
due giorni: la notte scorsa ho dormito nell'infermeria del carcere. Ho una paziente che si rifiuta di
parlare con i miei colleghi, cos mi hanno tirato gi dal letto in piena notte perch aveva avuto una
crisi.
- Povero amore mio, - disse lei stringendosi ancora di pi. -  colpa tua che sei cos bravo. Ho
bisogno del tuo aiuto, - ripet di nuovo. - Un certo Paolo Sanna  stato tuo paziente... - butt l.
Eugenio Martis si stacc per un attimo da lei. - Paolo Sanna? - chiese. - Un mio paziente...
- Alcolismo, - lo aiut lei.
- Alcolismo! - ricord lui. - Lo conosci?  stato un paio di anni fa: una brutta faccenda.
- Mi interessa, - disse lei. -  stato inquisito per la scomparsa di una bambina nel novembre del
1989.
- Non  stato inquisito, - corresse lui. - Era in ospedale in quel periodo.
- Lo so, lo so. Vorrei sapere che tipo era.
Eugenio tent di alzarsi per liberarsi dal peso di lei.
- Ehi, signorina, lo sai che non mi piace parlare dei miei pazienti!
- Dai, Eugenio, non ti chiedo di rivelarmi dei segreti, voglio solo sapere che cosa ne pensi.
- Che cosa ne penso di che? - chiese lui sollevandola con una presa ai fianchi.
- Ma del ragazzo! I giornali dicono che molti sospetti ricaddero proprio su di lui e che sei stato
tu a scagionarlo.
Eugenio aspett qualche secondo prima di rispondere. Cerc di ritornare a quel periodo, di
inquadrare il ragazzo seduto davanti a lui. Ricord persino l'inflessione della sua voce. - Non c' verso,
- concluse.
- Tutto quello che finisce sui giornali in qualche modo si allontana dalla verit: la bambina che
stavano cercando frequentava la casa dove abitava anche il ragazzo, ci stava pi che a casa sua, allora
fu logico cercare di capire dove lui si trovava il giorno della scomparsa. E lui si trovava in ospedale, te
l'ho gi detto! E c' una bella differenza dal dire che era stato inquisito! Non so se mi spiego, - afferm
cercando di far capire che quelle erano le uniche informazioni che avrebbe avuto da lui.
- Ti spieghi, ti spieghi benissimo. Comunque resta il fatto che Paolo Sanna era il pi
sospettabile...
- E perch mai? - la interruppe Eugenio. - Perch era un disadattato? Perch beveva come una
spugna gi da quando aveva vent'anni? Questo non mi piace Giuseppina, non mi piace affatto del tuo
lavoro!
- Che c'entra il mio lavoro adesso?
- C'entra eccome! Conosci la teoria delle rane volanti?
La domanda aveva scosso Giuseppina. E aveva interrotto il flusso di risposte che aveva
preparato dentro di s. - No, non la conosco, - si limit a rispondere seccamente.
-  la teoria di un filosofo del settecento secondo la quale si perde tempo a far conoscere la
verit a chi  schiavo dei pregiudizi, perch a costoro la verit non interessa pi di quanto interessi alle
rane di volare.
- Molto interessante, - comment Giuseppina con rabbia sorda. - E io da che parte sarei,
secondo questa teoria? - domand.
- Dalla parte di quelli che non agiscono da sapiente: perch anzich aiutare i pochi che sono
interessati alla verit ti occupi dei molti a cui la verit non interessa.
- E allora, - incalz lei, - se fosse cos gentile da illuminarci sulla verit, le saremo tutti grati,
l'umanit intera le sar grata!
- La verit? - ribad Eugenio. - La verit  che quel ragazzo era degente in ospedale il giorno
della scomparsa della bambina.
Giuseppina aspett qualche secondo. Vide che Eugenio si versava da bere con aria assorta.
Assumeva quello sguardo ogni volta che agiva su se stesso per padroneggiare una reazione che
rischiava di sfuggire al suo controllo.
- Mi limito a esporre i fatti, - ritent. E lo disse lentamente come a saggiare fino a che punto lui
fosse riuscito a controllarsi.
- Bene, - disse lui appoggiando il bicchiere non ancora vuoto sul tavolo e afferrando il giornale.
- Vediamo questi fatti -. Quindi cominci a leggere. Ritrovata morta la bambina scomparsa un anno
fa. Ines Ledda conosceva il suo assassino? Casa Ledda, un appartamento modesto poco distante dal
corso Garibaldi. La madre nasconde il viso dietro il fazzoletto del lutto. Il padre parla a stento : "Non
c' una punizione possibile per chi l'ha uccisa!" Poi torna a rinchiudersi nel suo dolore.
Un'affermazione che contiene il dolore di tutti, vicini, amici e anche persone qualunque che si
affollano nel cortiletto in via San Francesco per testimoniare il loro sgomento. Gli inquirenti sono
cauti. La dottoressa Comastri, sostituto procuratore incaricata di coordinare le indagini,  parca di
risposte alle domande che le vengono rivolte: "Lasciateci lavorare" si  limitata a rispondere. Il
commissario Curreli della Squadra Mobile non  stato pi loquace: "Niente da dire, per il momento, 
troppo presto per fare affermazioni". Tuttavia una serie di elementi sono subito balzati alle cronache
perlomeno quelle del Palazzo di Giustizia: a ritrovare la bambina sono stati tre cacciatori in
perlustrazione, tra questi un graduato dell'Arma dei carabinieri : il maresciallo Nicola Pili. Secondo
voci del Palazzo di Giustizia elementi importanti sulla scomparsa potrebbero scaturire dai risultati
della necroscopia...
Giuseppina, che durante tutta la lettura aveva tentato di rimanere calma, aveva fatto uno scatto
in avanti e strappato il giornale di mano a Eugenio. - Non sono una delle tue pazienti, non mi trattare in
questo modo! - disse tentando di ricomporsi, ma non ancora calma.
- Quali sono i fatti? - chiese lui senza scomporsi. La ragazza si rinchiuse in un mutismo tenace.
- Non c' una sola informazione, - insistette lui.
Cos lei si alz cominciando a portare verso il secchiaio piatti e bicchieri sporchi. - Le
informazioni arriveranno presto! - sussurr come una minaccia. Quindi si guard attorno cercando la
propria borsa. - Arriveranno presto! - ribad allungandogli la lettera anonima giunta in redazione la
mattina.
Capitolo undicesimo
Danila Comastri butt gi il suo caff. Sarebbe stato meglio abbassare il riscaldamento, si
sentiva accaldata. - C' un clima troppo secco, - disse. - Bisognerebbe tenere i termosifoni pi bassi, si
soffoca qua dentro!
Il commissario Curreli sorrise. - Una volta c'era un clima secco da queste parti, ma dopo la
creazione dei bacini artificiali  tutto cambiato.
- Se lei fosse nato in Lombardia saprebbe di cosa sto parlando, - afferm lei dirigendosi verso la
finestra dell'ufficio per spalancarla. Ma non vogliamo parlare del clima non  vero?
- Gi, - ammise il commissario. Dalla finestra immensa dell'ufficio del sostituto procuratore
cominciava a entrare l'aria gelida. Si strinse a riccio. - Le notizie che ha chiesto, - complet porgendo
una cartella non troppo voluminosa.
Danila Comastri le diede un'occhiata veloce. - Luigi Masuli ha una tabaccheria in Corso
Garibaldi, - lesse a voce alta. Il commissario afferm con un gesto del capo. - Elio Parodi:
commerciante.
- Proprietario di una piccola cartoleria, - inform il commissario schiarendosi la gola.
-... commerciante, - continu lei, per non farsi interrompere, rallentando la lettura per tenere
sotto controllo i fogli che cominciavano a turbinare sul suo tavolo. - Le dispiace commissario? - disse
seccamente indicando la finestra spalancata. - Credo di poter affermare che il ricambio d'aria c' stato, -
aggiunse cercando di dare una nota di ironia alla sua voce.
Il commissario si alz con malcelata stanchezza e richiuse la finestra. Danila Comastri attese
che l'operazione fosse finita, poi continu: - Nicola Pili eccetera eccetera... in aspettativa per sei mesi.
- Non c' niente, - annunci il commissario vedendo che il sostituto procuratore richiudeva la
cartella con aria assorta. Danila Comastri non sembr delusa pi di tanto, si limit a incrociare le dita
davanti al viso come in preghiera, - Commissario, - disse, - lei mi sta mettendo in una posizione molto
imbarazzante mi creda... - Poi si ferm per attendere una reazione. Ma la reazione non arriv: il
commissario tent di allungare ancora un poco le gambe per fingere noncuranza e non trov
un'espressione migliore che un sorriso ebete. - Nella sua carriera avr avuto parecchie volte la
sensazione di avere a che fare con un testimone reticente; non  questo in definitiva il vostro
problema?
Il commissario si drizz a sedere. - Il vostro problema di chi? - chiese con un tono che non era
pi una domanda.
- Di voi sardi, - afferm lei con candore.
Ora il commissario cominci a sentirsi veramente inquieto. - Di noi sardi, - ripet
meccanicamente come se ripetersi l'affermazione servisse a renderla pi vera. - Sarebbe un problema
regionale dunque? - staffil senza riguardi. - Signora mia, - prosegu con sufficienza, - non le sembra
che ne abbiamo avuto gi abbastanza di sociologi e antropologi e che sia arrivato il momento di
smettere di studiarci noi sardi? - Avrebbe voluto aggiungere da quattro soldi, sociologi e antropologi
da quattro soldi.
Danila Comastri attese qualche secondo. - Lo sa che ho un cane? - chiese all'improvviso senza
preoccuparsi che la domanda potesse sembrare fuori luogo.
- No, - rispose il commissario sorpreso.
- Ce l'ho! - conferm lei. - E mi fa fare certe levatacce al mattino presto, - aggiunse.
Allora il commissario cap. Abbass il capo come uno scolaro scoperto dalla maestra a copiare.
- Sta bene il maresciallo? - rincar lei.
- Sta bene, - rispose il commissario senza sollevare la testa.
- Abbiamo molte cose da raccontarci, non  vero? - continu a domandare Danila Comastri
cercando di mantenere il tono che si usa con i bambini.
Il commissario Curreli fece cenno di s.
Si era impegnato.
Aveva detto quasi tutto. Aveva accolto con stupore lo stupore della dottoressa Comastri. Aveva
scoperto che cercare di spiegare ci che era sembrato cos logico non era affatto semplice. E dava corso
a un flusso non lineare di ragioni che perdevano forza non appena pronunciate.
Ma sarebbe bastato raccontare di quando era cominciato tutto.
La mattina del 7 settembre del 1989. Quando un uomo di trentotto anni si era presentato in
commissariato e aveva denunciato la scomparsa di sua figlia. E l'aveva descritta: dodici anni, un metro
e quarantasette, scura di capelli, occhi verdi. E aveva portato con s una fotografia della bambina.
Qui sopraggiunse la prima difficolt: parlare del viso di quell'uomo, del suo sguardo. E parlare
della sua disperazione serena, come una farsa di disperazione. Tutte cose impossibili da esprimere per
il commissario: la sua certezza e la condanna pronunciata dentro di s. Quando l'uomo non aveva
voluto spiegare situazioni e circostanze. E perch il suo conto in banca era cresciuto, e da chi erano
arrivati tutti quei soldi. A ogni domanda aveva detto di non sapere, a ogni addebito aveva risposto con
il silenzio. Questo l'aveva condannato. L'aveva condannato ancora una volta. L'avevano condannato
quelli che raccontavano del suo brutto carattere. E della bambina spesso percossa.
Cos il commissario raccont semplicemente che tutti gli elementi avevano portato a lui. Ma
che lui non si era difeso.
Sarebbe stato impossibile spiegare ancora. Dire che per sistema le indagini finiscono non
appena appare un colpevole. E che questo era stato un caso lineare. Anche se lo sguardo del sostituto
procuratore non aveva rivelato sorpresa, ma consuetudine. E sembrava incoraggiarlo a superare ogni
remora.
Allora il commissario raccont di quando il maresciallo Pili, nel novembre del 1989 volle
incontrarlo perch un'altra bambina era scomparsa e di come si fossero intesi, naufraghi nello stesso
mare. Raccont di come arrivarono i primi dubbi, da sempre ricacciati, di come quel colpevole, quel
padre violento, che era apparso cos naturale, apparisse via via una vittima. Perch la giustizia degli
uomini non sa aspettare, ma la Giustizia la fa il tempo. Cos un'altra bambina era scomparsa e tutto si
era scardinato. Le certezze si erano volatilizzate. Ma qualcosa era stato chiaro solo allora: un'altra
strada andava percorsa. Sorvolando le strettoie, muovendosi in piena libert, aspettando. E questo fu
l'accordo: dare alla gente la sua giustizia, ma lavorare per la Giustizia. Sentendo crescere dentro una
specie di predeterminazione, giustificandola con la fiducia nella propria integrit. Perch certe indagini
le fanno solo gli scrittori, nei gialli. Loro che sono di, loro che non sbagliano un passaggio nel
meccanismo oliato della storia che hanno creato. Loro che danno agli inquirenti menti sovraumane,
menti libere, come se i poliziotti e i carabinieri e i giudici non fossero uomini, ma gas perfetti, che
servono solo a dimostrare le teorie della fisica, ma che in natura non esistono.
E quand'anche riuscissero a entrare nel meccanismo, nell'intrico di una vicenda d'uomini, non
sarebbe mai l'aperta via dell'analisi a condurli, ma la tortuosa spirale del Caso. Cos accadde, e questo
tent di spiegare il commissario, pi che i fatti: le ragioni che convinsero due uomini a porsi al di sopra
dei meccanismi per difendere i quali essi stessi erano stati chiamati ad agire.
Nemmeno il ritrovamento di Immacolata Cntene viva serv a farli desistere. Perch,
Immacolata Cntene, viva non poteva definirsi...
Cos si rinnov la sofferenza per quella scelta e quando, nel gennaio del '91, la terza bambina,
Lorenza Ibba, fu trovata morta a casa sua, avvelenata dal topicida, nonostante l'evidenza, nonostante
tutto apparisse lineare e si fosse liquidato il caso con la formula un tragico incidente, si aggiunse al
terribile elenco un'altra vittima.
La decisione andava presa.
Danila Comastri guard la sedia vuota, dove qualche minuto prima aveva sofferto il
commissario Curreli. Alcuni punti si erano chiariti: il maresciallo e il commissario avevano agito di
comune accordo, avevano tracciato una linea di indagini del tutto autonoma, saltando qualunque tipo di
coordinamento. Avrebbe dovuto sentirsi peggio, sentirsi furiosa. Ma non fu cos. Ora si trattava di
volgere al meglio quel pasticcio, pretendendo di conoscere i risultati di quelle ricerche mettendoli in
ordine.
La prima bambina scompare improvvisamente; il giudice Corona dispone indagini di tipo
standard, non ci sono elementi per pensare a fatti collaterali: si ricerca all'interno della famiglia della
bambina e si trova un colpevole. Fin qui tutto regolare. Poi sparisce la seconda bambina. Altra
indagine, altre ricerche e un maresciallo che non crede alle coincidenze. Qui il meccanismo si rompe, si
nascondono le prove, si prendono accordi, si saltano le procedure. Il commissario e il maresciallo
cominciano a incastrarsi lavorando da soli. Quando sparisce la seconda bambina le indagini sono
tutt'altro che a un punto morto. Il maresciallo sta indagando presso la scuola che lei ha frequentato. 
sicuro di aver individuato la bambina che ha telefonato ai giornali per dire che Grazia Mereu ha tenuto
un diario. La segue. Ma la bambina muore per un incidente a casa sua. Un incidente banale: ingestione
di topicida.
La madre della bambina in preda alla disperazione confessa la sua leggerezza: ha lasciato il
veleno a portata di mano, non vuole arrendersi all'evidenza. E l'evidenza dice che la bambina ha
confuso la scatola del veleno con quella dello zucchero. Perch Lorenza Ibba  una bambina distratta,
svagata; una bambina con la testa fra le nuvole...
Capitolo dodicesimo
- Non voglio disturbare ancora, - disse il maresciallo guardando l'orologio.
Il giudice Corona sollev lo sguardo dalle scartoffie che aveva sparse sulle ginocchia.
-  quasi ora di pranzo, - constat il maresciallo cominciando a raccogliere i fogli per disporli
nella valigetta ventiquattrore che aveva portato con s.
Comunque la si ponesse si era trattato di una confessione in piena regola. Il giudice Corona
l'aveva ascoltato intervenendo solo di tanto in tanto, formulando domande semplici e dirette: - Perch
Lorenza Ibba? - aveva chiesto.
Il maresciallo aveva cercato una posizione pi comoda nel divano e si era riformulato in
silenzio la domanda. Poi, lasciandosi andare sulla spalliera, aveva risposto: - Le iniziali della bambina
che ha telefonato al giornale.
- Anche Ines Ledda, - aveva controbattuto il giudice.
Il maresciallo, scuotendo il capo: - Ci ho pensato dopo, all'inizio mi era sfuggito.
Il giudice, strofinandosi gli occhi: - Cos, se qualcuno temeva qualcosa e l'ha vista tener
d'occhio la bambina, si  mosso per farla tacere.
Il maresciallo, facendo uno scatto in avanti: - Non dica cos...
Il giudice, alzando la voce: - Ma ci ha pensato non  vero?
Il maresciallo, agitandosi sul divano: - Quello  stato un incidente!
Il giudice, senza guardarlo: - Per non ne  sicuro...
Il maresciallo scattando in piedi: - No! Lo sa bene che non sono sicuro!
Ora il giudice lo invitava a risedersi. Ma il maresciallo diceva che era tardi e che era ora di
pranzo. - Non  tardi, maresciallo. Se per lei non  un problema io ho tutto il tempo che voglio -. Aveva
fatto vagare ancora una volta lo sguardo sui pochi fogli che gli erano rimasti sulle ginocchia. - Siete
stati dei pazzi, maresciallo, siete stati due pazzi lei e il commissario, due incompetenti, avete fatto
errori che non avrebbe fatto nemmeno un agente alla prima missione...
- Certo che siamo stati pazzi, - lo interruppe il maresciallo. - Lo so che siamo stati pazzi! Ma
volevamo capire, vogliamo capire, se questi delinquenti sono solo pi fortunati di noi. O se qualcuno
lavora perch ci superino sempre. Sono necessarie armi pi valide, strumenti pi violenti, quando
scendiamo in battaglia con loro, perch questa  una guerra. E se non riusciremo a batterli saremo
perlomeno in grado di pareggiare i conti. Ma il dubbio, signor giudice,  che siano altre le ragioni
segrete che li hanno resi superiori a noi... Cos abbiamo pensato che mantenendo la mente lucida,
sgombra dalle incertezze e acutizzando l'intelletto, senza lasciarci distrarre e ostacolare dalle procedure,
con opportune ricerche, ragionando insieme, saremmo stati in grado di scoprire i responsabili e quelle
ragioni che li hanno resi forti.
Il giudice tent un sorriso. - Vorrei avere la sua fiducia, - disse piano. - Vorrei credere almeno
nella possibilit che rimanga qualcosa da fare. Ha ragione sa? Sono quelle ragioni che devono essere
scoperte, ma non credo che n io n lei potremo farcela.
- Vuole dire che non mi aiuter? - chiese il maresciallo, attendendosi il peggio.
- Voglio dire che sono un poveretto senza fiducia, uno che ha visto finire tutto quello in cui
credeva e che per questo potrei fare solo danni. Potrei solo usare questa vicenda per far finta di contare
ancora qualcosa.
Il maresciallo cominci a strofinarsi le mani per il freddo. - Era da un sacco di tempo che avrei
dovuto parlarle di tutto questo, ma poi, quell'estate...
- Gi, - lo interruppe il giudice. - Quell'estate. Quando ho capito fino a che punto la verit ci
possa sfuggire dalle mani. Cos ho pensato che nessuno era pi inadeguato di me a garantirla la verit.
Lo capisce che il minimo che possa pretendere da me stesso  di credere perlomeno nel sistema? E lei
viene a dirmi che devo giocare a fare il giustiziere! Perch? Per darmi ancora una possibilit?
- Perch lei non crede a una parola di quello che ha detto! - scand il maresciallo. - Perch n io
n lei eravamo in grado di prevedere quello che sarebbe successo...
- Non eravamo in grado di capire quello che stava succedendo: troppo presi a fare gli
antropologi. Non ricorda maresciallo? - rugg il giudice. - Mi sono lasciato ingannare, ma per Dio!, non
ci si pu guardare da tutti! Non si pu vivere in trincea. Mia moglie, maresciallo, lo capisce?
- Lo capisco. Ma, con tutto il rispetto, non mi sarei dato tanta pena al suo posto, non per
questo... E poi sono passati tre anni.
- Ah no, non si sarebbe dato tanta pena? E la sua bambina allora? Sono passati undici anni. Ma
lei dice che non si sarebbe dato tanta pena come se non fosse abbastanza aver vissuto per nove anni con
una sconosciuta?
- Io dico vivere nove anni con un'assassina. Io dico...
-  finita adesso,  veramente finita!
- Io dico che non  finita affatto e che adesso comincia tutto! E che se lei si ritira sua moglie
avr ucciso anche lei! I suoi bambini, sua cognata. Perch tutti si aspettano che lei risorga ed esca da
questa tomba. Non che ci ricada ogni volta che ne ha l'occasione! Lei  veramente convinto che io non
mi sia chiesto le stesse cose che si  chiesto lei? Lei pensa davvero che io per primo non abbia avuto la
tentazione di ritirarmi? Gliel'ho detto appena arrivato! Ora non ne sono pi sicuro. Ero venuto per
cercare una via d'uscita, ma l'unica via d'uscita  continuare...
- E fare l'angelo vendicatore?
- E fare Giustizia!
Parte terza
Ci sono soltanto due specie di uomini : gli uni, giusti, che si credono peccatori ; gli altri,
peccatori, che si credono giusti.
B. PASCAL
Pensieri Fr. 507
Capitolo primo
La strada diventava pericolosa. La brina gelata faceva una patina viscida sull'asfalto. Fiammetta
Musu scal, terza-seconda, per appesantire l'autoveicolo in discesa. Sentiva l'abitacolo scivolare verso
la citt e aveva la sensazione di non riuscire a governarlo. Era comico, in fondo, avere una sensazione
del genere: si sarebbe potuta definire una metafora. La carriera di sindaco si era incagliata in una
vicenda di parcheggi. La popolazione aveva espresso il suo parere negativo senza mezzi termini.
Non era sempre stato cos.
In altri tempi un parere negativo non sarebbe stato decisivo; in altri tempi il sindaco veniva
deciso nelle sedi di partito e dalle sedi di partito veniva destituito.
Quando un cittadino ha votato, non importa come e perch, quando ha espresso la sua
preferenza, ha fatto il suo dovere e ha fatto il suo tempo. Tutto il resto non lo riguarda. E nessuno deve
rispondergli per le scelte che ha fatto, per le trattative che ha svolto anche col suo voto.
Questa volta per era tutto pi complicato.
La baracca rischiava di saltare in aria. Il tetto faceva acqua da tutte le parti. Il veicolo scivolava
su una strada molto viscida, il controllo diventava via via pi difficile.
Tutte immagini adatte a descrivere la situazione.
Il sindaco sorrise guardando quel lato panoramico dal quale si aveva la sensazione di stringerla
nel pugno quella citt che scappava da tutti i lati colando dall'altopiano come una zuppa che, per troppo
bollore, fosse debordata dal recipiente.
Fiammetta Musu non vide l'auto. Una berlina scura che aveva occupato la sua carreggiata. Fece
uno scarto per evitarla, la sua utilitaria sobbalz leggermente rispondendo come poteva alla pressione
che lei aveva imposto al pedale del freno. Cos fece un testa-coda sfiorando le pareti di granito al lato
della carreggiata e andando a imbucarsi in una piccola cunetta.
L'autista della berlina, un uomo non pi giovanissimo, spalanc lo sportello della sua auto e
scese minaccioso da questa. Fiammetta Musu ne percep la figura cercando di assorbire la scarica di
adrenalina che le aveva offuscato la vista, apr lo sportello per farsi aggredire dall'aria gelida. - Santino!
- riusc a farfugliare.
L'uomo per tutta risposta, dopo averla raggiunta, le sfior il mento con l'indice puntato. - Cos'
questa cazzata delle dimissioni? - chiese in preda alla collera. Pass qualche secondo prima che la
donna riuscisse a inquadrare la situazione nel suo complesso, sentiva un leggero dolore al collo, frutto
della sbandata. - Lo sai anche tu quello che  successo... - tent poco convinta massaggiandosi dietro la
nuca.
Santino Pau fece una specie di balzo, come se una scarica elettrica l'avesse fatto scattare. -
Quello che  successo? No, non lo so quello che  successo, dimmelo tu!
- Mi hanno messa in croce, Santino. Sono pronti a saltarmi addosso, capisci, senza il consenso...
- tent ancora una volta Fiammetta Musu.
- Ah, il consenso, - ironizz Santino Pau. - Allora vogliamo fare i politici sul serio. Bene
facciamo i politici: hai idea di quanti soldi ci rimetto io mentre tu ti preoccupi del consenso?
- Forse baster aspettare un po' di tempo, lasciamo calmare le acque, - propose lei.
Santino Pau parve scoppiare nella sua tenuta da campagna, il viso era divenuto paonazzo. - Non
ho mai sprecato un attimo del mio tempo! Ho fatto quel che ho fatto perch ho sempre seguito questa
regola facile facile e adesso tu mi dici di aspettare. Non dicevi cos per quando ti serviva una
presidenza per tuo marito, allora no. Allora bisognava tirarle gi dal letto le persone che contavano,
quelle che dovevano votare per lui al Consiglio di Amministrazione e Santino non ne ha perso di
tempo, li ha buttati gi dal letto uno per uno e tuo marito  diventato presidente.
- Lo so, lo so, - esclam Fiammetta Musu. - Ma questa volta  diverso, non ti rendi conto che se
insistiamo in questo momento non facciamo altro che esasperare la gente?
- Io mi rendo conto solo del fatto che ho preso degli impegni per questo lavoro. Impegni seri,
che si chiamano miliardi! La gente  un problema tuo non mio, perch se cos non fosse non avrei
impiegato il mio tempo e i miei soldi per farti diventare sindaco.
- Bene, - si arrese lei. - Non si pu certo dire che usi mezzi termini: non avresti mai potuto fare
il politico, Santino. Che cosa devo fare?
Maria Vittoria Leccis stette a fissare la strada sotto di lei. - Hai visto? - continuava a ripetere al
giovane che stava insieme a lei. - Hai visto? - riprendeva come a sincerarsi che fosse tutto vero. Un
piano semplice il suo: pedinare il sindaco. Seguirla per un'intera giornata, dal risveglio alla notte. -
Devo sentire cosa dicono! - stabil muovendosi per mettersi in una posizione che le consentisse di
capire le parole oltre che di udire le voci.
Il ragazzo che era con lei fece scattare ancora una volta la macchina fotografica. - Visto e
fotografato! - conferm con aria di trionfo. Si era lasciato convincere di mala voglia ad affrontare
questa avventura, soprattutto perch non era convinto che di avventura si trattasse. - Questo s che 
divertente! - esclam cercando di non urlare. - Altro che oroscopi!
Maria Vittoria si volt. - Alberto, - disse, - dobbiamo sentire che cosa si stanno dicendo! Non si
capisce un accidente da qua su.
-  meglio essere prudenti, - propose il giovane. Pi in basso non ci sono posti riparati e se ci
vedono...
- Lo so, maledizione! - si arrese ritornando al suo posto.
La scena sotto di loro proseguiva concitata. L'uomo in abiti da campagna agitava le braccia con
aria minacciosa.
Fiammetta Musu non sembrava in grado di replicare, ma si vedeva che tentando una protesta
era uscita dalla macchina e invitava l'uomo a calmarsi. Poi si era diretta verso la cunetta per constatare
eventuali danni all'automobile...
- Lo sai quanto  costato l'accordo? - tuon Santino Pau. Fiammetta fece un sospiro di
impazienza. - Una cifra con un bel po' di zeri! - continu lui rispondendosi da solo. Il viso gli era
diventato cianotico, le sue mani cominciarono a tremare. - E anche farti eleggere non  stato uno
scherzo dal punto di vista economico!
- Ci risiamo, - comment Fiammetta, - alta politica! Mi dispiace dirtelo, ma tu sei uno di quelli
a cui pi o meno soldi non cambiano di un pelo la vita: rimani il poveraccio che sei sempre stato.
- Non ti permetto di parlarmi in questo modo! - Ma la sorpresa gli aveva incrinato la voce.
- Tu non mi permetti? Tu non mi permetti che cosa? Vogliamo fare i conti Santino? Vogliamo
vedere a chi  convenuta di pi questa carica tanto costosa? - La voce di Fiammetta Musu era diventata
uno staffile.
L'uomo si avvi verso il muso della macchina che aveva le ruote anteriori nella cunetta. - Non
ci sono troppi danni, - disse. - Solo il paraurti un po' ammaccato: ti aiuto a tirarla fuori.
L'operazione non fu troppo complicata. Bast dare una spinta per riportare l'auto in carreggiata.
Santino Pau sembrava pi grosso intabarrato nella giacca a vento. - Senza di me non ce la puoi fare! -
ansim appoggiandosi al cofano della macchina. Il suo sguardo era minaccioso, la sua bocca
continuava a emettere fumo denso. - Tutti buoni adesso!  diventata una moda rifarsi una verginit.
Cos i cattivi sono pi cattivi e aumentano i cittadini onesti! Ma dove erano tutti questi cittadini onesti
qualche mese fa, nessuno se lo chiede. Sono un branco di pecore: gente che si attacca al carro della
trasparenza solo perch al momento giusto non avevano i coglioni per fare quello che andava fatto! E
sai che cosa ti fanno pagare adesso? Ti fanno pagare che non sono riusciti a mettere le mani nella torta.
Ti fanno pagare il fatto che hai l'occhio avanti e che gli hai dato la polvere a tutti quei dottori con la tua
quinta elementare. Quelli stessi che ridevano quando comprai per pochi soldi terreni senza l'abitabilit
e case semidistrutte. Poi sono arrivati i permessi di costruzione e hanno smesso di ridere e sono venuti
da Santino Pau a chiedere favori. Ma ora  arrivato il momento di andare in lavanderia a pulirsi le
carriere. Cos vanno le cose adesso, ma solo qualche mese fa un appalto se non lo compravi non te lo
davano!
Fiammetta Musu spalanc la portiera della sua auto. - O mi dimetto o mi fanno dimettere! -
sbott, mordendosi il labbro inferiore. - Si tratta solo di pochi giorni.
- Se si tratta solo di pochi giorni, diciamo che per quei pochi giorni mi servi al tuo posto!
- Che cosa dovrei fare? - chiese ancora Fiammetta Musu rientrando in macchina.
- Devi fare la magia! - disse l'uomo aprendo le dita della mano contemporaneamente per
mimare un'esplosione.
- Se tocco quei documenti ora, mi sono tutti addosso! - replic lei tentando di opporsi. La sua
voce tuttavia denunciava una resa.
- Questi sono problemi solo tuoi, - concluse Santino Pau sbattendo lo sportello dell'auto. - Io per
quanto mi riguarda so bene quello che devo fare.
Non appena la strada fu completamente sgombra, Maria Vittoria Leccis si sporse con tutto il
busto da quello che era stato fino ad allora il suo punto d'osservazione. - Non bisogna perderli di vista, -
riflett a voce alta rivolgendosi al giovane che era con lei e che stava riavvolgendo la pellicola dentro
alla macchina fotografica.
- Signorina Leccis, lei  seduta sulla nitroglicerina! - afferm lui porgendole il rullino riavvolto
e chiuso nella sua custodia ermetica.
- Ci siamo seduti tutti, Alberto, - replic lei. - Facciamo cos: tu stai dietro a lui, io sto dietro a
lei. Appuntamento stasera a casa mia.
Il giovane sorrise senza rispondere. - Che cosa diciamo al giornale? - si limit a domandare.
- Niente, al giornale non diciamo niente, per ora.
Capitolo secondo
Il cortile del carcere sembrava deserto, una piattaforma asfaltata che attutiva il calpestio
concitato dell'ora d'aria. Tracce di vernice bianca segnavano un campo di calcio improvvisato e uno da
basket delimitato dalle impalcature mobili per i canestri. Dalla sua cella Lina poteva vedere quel cortile
al centro tra il braccio femminile e il braccio maschile. Dopo la terribile notte passata quasi insonne,
perch il sonno artificiale non poteva chiamarsi sonno, si sentiva debole. Stette ancora per un attimo a
guardare lo spiazzo, cercando di pensare alle voci che di l a poco l'avrebbero riempito di vita.
Un passo indietro. Due. Tre. E gli anni a tornare indietro con lei. Quattro. Cinque. E i ricordi ad
accavallarsi nella sua testa.
Grave. Gravissimo: le immagini che si fanno spazio spostando i lobi del cervello come se
fossero le cortine di un sipario. Sei. Senza voltarsi, aspettando la fine dello spazio, la parete della cella,
la porta metallica. Sette. Con le mani serrate dentro le tasche, sentendo sulle nocche la superficie opaca
della fotografia: una donna, un uomo col volto grattato via, un neonato. Otto. Col volto dell'uomo che
via via prende forma davanti a lei, a dispetto dell'impeto distruttivo, a dispetto della punta del chiodo
che ha distrutto la patina stampata e lascia intravvedere i peli della cellulosa sottostante. Stop. Il freddo
della porta. Lo spiffero dell'abbaino sulla nuca. Un occhio attento oltre lo spioncino. Fine della cella.
Le hanno promesso una clinica per un anno. Un posto dove sono tutti matti. Ma dimenticano
sempre di dire: come lei, matti come lei. Il dottore, quello giovane, dice che  pronto: basta una firma.
Basta dire tutto. Subito dopo la libert. Lina ha pagato il suo debito. Il dottore dice che comunque sar
libera, ma che, se non parler, libera veramente non sar mai. E non  per la giustizia che deve parlare:
 per se stessa. Per poter ricominciare. Alla sua et.
Tornare al paese. Tornare alla vecchia casa. Senza pi nessuno.
Lina sorride.
Ricomincia. Otto. Lei ha detto tutto! Da ventotto anni. Poi basta. L'hanno giurato e hanno
mantenuto: nessuna collaborazione, nessuna attenuante. Niente sconti, niente di niente. Sette. La
vecchia maestra, piccola, con i capelli bianchi. Le prime luci dell'alba col freddo che schiaffeggia il
viso. Sei. Santino. Che diventa uomo. Col labbro superiore che si imbrunisce per i primi baffi. Cinque.
Santino che si lava nella tinozza davanti al camino. Ha compiuto diciannove anni e torna dalla
campagna.  cos timido che si lava di notte, quando tutti si sono ritirati e non si spoglia nemmeno
davanti al fratello maggiore. Quattro. Spiarlo mentre fa scivolare fra le gambe lo straccio saponato.
Spiarlo mentre si strofina la pelle con la tela grezza messa a scaldare davanti al fuoco. Tre. Lina che si
avvicina alle sue spalle allungando una mano come un cieco fino a sentire il calore della sua pelle. Lina
che gli afferra la nuca per non farlo voltare. Lina che si sbottona la blusa per fargli sentire la
morbidezza dei seni. Due. Santino che non si volta. Santino che respira come se due mani gli
stringessero il collo. Lina che gli chiude entrambe le palpebre come si fa con i morti. Santino che inarca
i fianchi per far emergere i lombi dal pelo dell'acqua. Uno. Lina che solleva la sottana da notte e scopre
le cosce. Santino che fa emergere i piedi dall'acqua e fa leva sul bordo della tinozza. Santino che non ha
aperto gli occhi e aspetta. Aspetta di sentirla su di lui. Lina e Santino che non pensano pi a nulla. Lina
non pensa al marito che dorme di sopra. Santino non pensa al fratello che dorme di sopra.
Stop. Lo spiazzo oltre la finestra. Un alito di tramontana che spazza via la polvere. Fine della
cella.
La guardiana si spost dallo spioncino per fare spazio a Eugenio.
- Ci aveva detto di chiamare, - si giustific.
Eugenio fece un gesto con le spalle come a dire non fa niente, l'avevo detto io, s, l'avevo
proprio detto.
- Non si  fermata un attimo. Sono ore che cammina avanti e indietro. Conta senza mai voltarsi.
Abbiamo cercato di dirle che se tutto va bene sar fuori presto, ma non sembra troppo contenta. Tutte le
volte che entriamo nell'argomento cambia discorso, lo sa anche lei come fa.
Eugenio fece segno che lo sapeva, senza togliere l'occhio dallo spioncino.
Lina stava di spalle, non si voltava mai. Aspettava che fosse il contatto gelido con la porta della
cella a stabilire che il percorso era finito. Quindi riprendeva a contare e farfugliare qualcosa.
- Dottore, peggiora? - chiese la guardiana senza apprensione.
Eugenio si volt. La donna che gli stava davanti lo guardava senza nemmeno aspettarsi una
risposta. La divisa la faceva stranamente attraente nonostante la corpulenza.
Conta... - ripet lui sovrappensiero.
Uno.
Nostro Signore.
Tutti in piedi quando entra la maestra. Il segno della croce. Il calamaio. La penna fra le mani
ancora intirizzite. La tenda davanti alla nicchia dove sono riposti i quaderni di bella. La R difficile da
fare. Tutta inclinata da sinistra verso destra, ma con dolcezza. La T con i suoi riccioli...
- Sar meglio entrare, - propose la guardiana.
Eugenio le fece segno di tacere.
Due.
Il bue e l'asinello.
Freddo al mattino. Fresco d'estate. Il camino sempre acceso nella stanza di sotto. La groppa
della bestia che oscilla sotto il peso del basto colmo di provviste per i servi pastori. E sotto il peso del
corpo gracile di una bambina. E il padre, sempre vecchi sembrano i padri a una bambina. Il padre
cammina a due passi di distanza. Scolaro anche lui, scolaro anziano con una classe di scapestrati con i
capelli rasati. Scolaro sapiente. Che siede nel banco grande, sopra la piattaforma. Che seda
l'impazienza con la bacchetta. Perch quei diavoli aspettano solo il momento in cui dovranno condursi
in fila, come vitelli, al refettorio, col pane e il latte e l'orzo nel latte. E lo zucchero.
Tre.
I Re Magi.
Tutto quel tempo perso a formulare ragioni. I seni che fanno male e cominciano a premere nel
torace esile, tra le costole come giunchi e la pelle sottile. Le bluse sempre pi piccole, nelle spalle e
nelle braccia.
Il sangue. Inatteso gi per le cosce. La madre che prepara panni lavati con la soda. Talmente
candidi che brillano nella luce fioca dell'alba. E lo spavento: il ventre che si contrae. La stanza dove i
fratelli pi piccoli non possono entrare. E il volto arrossato.
Sto per morire?
Ma cosa dici: sei una donna.
Fa cos male essere donne?
E la madre che sorride: Questo  niente, figlia mia.
Quattro.
Gli Evangelisti.
Marco, Matteo, Luca, Giovanni. E Dio? Dio  l'Essere Perfettissimo Creatore del Cielo e della
Terra. Tutto maiuscolo. Perch Dio supera anche la grammatica.
I punti cardinali. Mare dappertutto. Il muschio verso Nord. Lo scirocco da Sud. Il freddo sul
viso. Il caldo alle spalle. Il sole nasce a Est e muore a Ovest. Al centro solo vento. Mulinelli che
appianano le rocce con pazienza e incurvano gli alberi. Le terre a Sud. La scuola verso nord: due ore a
piedi dal paese.
Lo sguardo trasversale quando i giovani sostano davanti alla bettola e si sistemano il cappello
sulla fronte. Calato fin quasi agli occhi. Lasciando la nuca scoperta. E i capelli sono talmente scuri e
corti che lasciano intravvedere il contrasto con la cute bianca. E la macchinetta del barbiere ha definito
una linea di demarcazione netta tra la sfera del cranio e il collo scurito dal sole. Bianco, nero, bianco. Il
cuoio capelluto, il collo, le spalle. Le spalle che si immaginano lattee sotto la camicia.
La gonna che si accorcia perch le gambe si allungano. I fianchi si stondano. E i seni hanno
vinto la loro battaglia.
Cinque.
Le punte della stella.
La stella bianca sulla fronte del cavallo. Santino che salta in groppa senza la sella. Stringendo
con le gambe la schiena dell'animale. E vanno come fossero incollati l'uno all'altro. Santino ha sedici
anni. Cosimo vent'anni. E le ragioni sono troppe. Tutte a vantaggio del secondo. Che ha l'aria spavalda
della famiglia e il sorriso del fratello minore. Ma il calore  diverso. Due fratelli orfani di madre. Uno
da sposare. L'altro da accudire.
Il Pentateuco. La Legge. Il fidanzamento e le nozze. La prima notte col cuore in gola. La
seconda a piangere. Impossibile capire.
Non ti piaccio abbastanza? dice lei.
Non dire queste cose, mi passer: ho bisogno di tempo. Sono stanco adesso, dormiamo lui
risponde brusco.
Estenuarsi. Dare tutto il possibile tenendo da parte qualche carezza per non sembrare una
donnaccia. Fare tutto quello che una moglie deve fare. Senza andare oltre.
Ha tentato, anche lui ha tentato, ma gli piaceva solo guardarla. E con gli occhi diventava un
altro.
Sei.
La Ragione Suprema.
La conoscenza della natura spirituale. La conoscenza delle leggi del corpo.
La perfezione di un matrimonio integro.
Provare ad amare qualcuno che non esiste e capire che Santino ritorna ogni notte, quando tutto 
silenzioso, per levarsi dalla pelle la fuliggine e l'ovile. Sfiancando il cavallo per non mancare mai al
camino e al suo letto. Alla cena lasciata vicino al fuoco.
Sentire che  giusto aspettare che torni. Riconoscendo l'ultimo tratto di strada fatto al galoppo
per la fretta.
Preparare ogni cosa: il bacile con l'acqua gi calda, la tinozza davanti al fuoco, che basti
socchiudere la porta per spiarlo dalla fessura. Mentre Cosimo dorme.
Chiudere il cerchio con una tale paura da mozzare il respiro. Sferrando l'attacco finale quando 
ormai chiaro che il corpo ha definitivamente sconfitto le incertezze. Quando  ormai chiaro che lui si
offre agli sguardi segreti. Guardandola senza nemmeno voltarsi. Sentendola nel silenzio perfetto.
Sette.
I peccati mortali.
La prima volta. Atterrita dalla velocit con cui la testa smette di pensare. Atterrita dalla
semplicit silenziosa con cui lui l'ha presa. Dalla dolcezza con cui ha cominciato a tremare gi dal
primo contatto. E con quanta sincronia hanno danzato l'uno sull'altra. A occhi chiusi, fingendo di amare
solo se stessi.
Otto.
Il nastro dell'universo. Regolare e perpetuo.
Due di quattro, che  due di due, che  due di uno: duplicit su duplicit, fino all'unit di due
unit.
Le quattro visioni e le quattro interpretazioni.
L'amore oltre il corpo. Il sogno dell'infinito. La comprensione. La Morte.
La gravidanza. La confessione. L'espiazione. La risoluzione.
Aspettare che Santino torni. Cosimo che aspetta. Aspetta che mangi e si spogli: vuole avere un
vantaggio.
Gli occhi di Cosimo.
Tu qui non ci devi pi tornare!
Lo sguardo sorpreso di Santino.
E perch? Questa  anche casa mia!
Cosimo con le mani che tremano.
Lo sai perch, non c' bisogno di dirtelo! Comunque tu non ce l'hai pi una casa!
Santino che tenta di asciugarsi in fretta sgusciando dall'acqua.
Lei non c'entra... adesso  meglio che vada, torno domani a prendere la mia roba.
Cosimo con le lacrime agli occhi.
Sar meglio cos. Io non mi faccio trovare perch se ti rivedo ti ammazzo. Se ti rivedo vi
ammazzo tutti e due!
Lina accovacciata vicino alla catasta di legna. Si  lasciata scivolare senza opporre resistenza, la
fronte sulle ginocchia, le mani sulle orecchie.
- Pensa che sia il caso di intervenire? - La guardiana aveva un tono impersonale mentre
pronunciava questa domanda. Si era avvicinata a Eugenio cercando di non alzare la voce.
- Cos' questa mania di intervenire? - si secc lui. - Sta prendendo una decisione.
La donna si limit a guardarlo con un misto di pazienza e sopportazione. Poi indietreggi un
passo dietro le sue spalle.
- Crede che voglia...
Eugenio la fece tacere con un gesto della mano.
Lina accovacciata vicino alla catasta di legna. Col naso a contatto della fibra secca. Ha visto
Santino che tenta di coprirsi alla meglio. Ha visto Cosimo che d pugni sul tavolo. Ha sentito come
un'urgenza, qualcosa di molto vicino a un grido. Ma l'ha ricacciato tentando di sparire. Provando a
bloccare lacrime silenziose. E non  la colpa che la fa piangere, non  nemmeno il pentimento.  questo
continuo fluire di ragioni che non danno torto a nessuno, ma trasformano tutti in perdenti. Da che
mondo  mondo gli errori si pagano: tutto sta nello stabilire se errori lo siano veramente. Lina sentiva
che errori non ce n'erano stati. Che tutto si era svolto nella pi normale delle maniere. Nella pi
scientifica, matematica, delle maniere. E allora perch piangere? Perch la scienza del mondo  distante
anni luce dalle ragioni dell'uomo. Per questo piangere! Per la sconfitta. Per il rifiuto innaturale della
naturale attrazione. Perch due corpi combaciano e altri no. Perch le leggi della mente prevaricano con
violenza le leggi della natura.
Il volto di Cosimo era in preda al tremito. Quello di Santino al panico.
Poi il sole era stato inghiottito da una notte improvvisa.
Qualche tempo dopo era successo tutto.
- Non parlatemi di uscire, non saprei dove andare adesso. Va bene cos, mi creda. E se devo fare
la pazza far la pazza!
Eugenio squadr Lina. - Proviamo a parlarne? - tent.
La donna fece il primo sorriso della mattinata. - Parlare di che cosa? - chiese.
- Di tutto...
- Lei perde tempo, - azzard Lina a voce bassissima.
Eugenio scosse la testa aggrottando le ciglia.
- Dico che perde il suo tempo, - ripet a voce pi sostenuta la donna.
Il medico rilass i muscoli facciali cercando di nascondere l'imbarazzo.
- Oh, - disse, - se  per questo sono pagato apposta.
- Per perdere tempo? - insistette la donna.
- Per perdere tempo! - conferm Eugenio. - Non si pu ascoltare la gente se non si ha tempo.
Lina cominci a giocare con un bottone del suo camicione. Eugenio si guard intorno. - 
grande, - disse riferendosi alla cella.
- S, - rispose Lina senza alzare lo sguardo, -  la pi grande che mi sia capitata: sono otto passi.
- La stavo osservando poco fa.
- Poco fa... - incominci la donna. Poi ebbe un ripensamento. - Me ne sono accorta.
- Lo so, - conferm Eugenio.
Segu un minuto di silenzio in cui Lina sembr impegnatissima ad appianare la coperta di lana
pesante sul letto. Quindi si sedette. - Lo vede? - disse. - Non c' bisogno di dire niente: sappiamo tutto
quello che c' da sapere. Io so che lei mi osserva e lei mi osserva. Dovrebbe bastare. Che bisogno c' di
parlare?
Eugenio: - Hai mai mentito?
Lina: - L'hanno fatto tutti almeno una volta...
Eugenio: - Certo, ma adesso stiamo parlando di te.
Lina: - Non stiamoparlando di me, lei sta parlando di me.
Eugenio: - Ho solo fatto una domanda.
Lina: - Per da quello che rispondo lei capir un sacco di cose non  vero?
Eugenio: - Sto solo cercando di stabilire un contatto. Ma se la cosa ti preoccupa non sei tenuta a
rispondere.
Lina: - Viene pagato anche per questo? Per fare domande a vuoto?
Eugenio: -  dura da ammettere ma  cos. Mi chiedevo se tu potessi aiutarmi a guadagnarmi lo
stipendio.
Questa volta Lina rise. Rise battendosi le ginocchia e trattenendo a stento le lacrime. Eugenio la
guard soddisfatto.
Lina: - Erano anni che non ridevo in questo modo. Troppo divertente guadagnarmi lo
stipendio.
Eugenio: - Ho preso delle informazioni.
Lina: - Ah.
Eugenio: - Sono stato a Laconi.
Lina: - Bravo  un bel posto.
Eugenio: -  molto bella la casa. Ma ha bisogno di qualcuno che la abiti. C' molta gente che si
ricorda di te e che ti sta aspettando. Sanno che sei una brava persona. Sanno che non hai fatto niente.
Lina: - Beati loro che sanno tante cose.
Eugenio: - Lina, smettiamo di giocare. Ti ho osservata poco fa: eri a un passo cos...
Lina: - A un passo cos da cosa?
Eugenio: - A un passo cos dalla verit!
Lina: - Quale verit? Di quale verit stiamo parlando?
Eugenio: - Domanda formulata male. Si dovrebbe dire: di quale verit stiamo tacendo.
Lina: - Perch, secondo lei, basta dire le cose e le cose sono vere?
Eugenio: - Forse se si prova a dirle diventano vere. Ci sono un sacco di cose vere che sono
difficili da dire. Potremmo provare col dire che hai fatto quasi trent'anni di galera per niente.
Lina: - Se lo dice lei sar vero.
Eugenio: - Sar vero solo se lo dici tu.  Santino che viene a trovarti qualche volta?
La donna ebbe uno scatto. Cerc intorno a s, nella cella, qualcosa su cui posare il suo sguardo
divenuto inquieto. Riprese con foga a martoriare il bottone.
Lina: - Santino? No, chiss dove  andato a finire. Nemmeno al processo si  fatto vedere.
Eugenio: - Si dice che fosse in casa quella notte.
Lina: - Si dice cos? Allora chi lo dice ne sa pi di me. La chieda a loro la verit se proprio ci
tiene.
Eugenio: - Dicono anche che tuo marito l'aveva mandato a lavorare in campagna perch era
geloso.
Si era portata le mani alle orecchie.
Eugenio: - Dicono che quella notte Santino fu visto attraversare il paese al galoppo. E furono in
molti a vederlo.
Era scivolata dal letto al pavimento lasciandosi cadere senza opporre resistenza ed era restata l
accovacciata con la fronte sulle ginocchia e le mani sulle orecchie.
Capitolo terzo
Maciste guard negli occhi il suo interlocutore.
-  a casa mia! - disse con un tono tra il sorpreso e l'ironico.
L'uomo davanti a lui assenti col capo. - Bene, - riflett. - Non cambia nulla.
- Lavoro completo? - domand Maciste allegro.
- Non insistere! - sbott l'altro percuotendo il piano del tavolo col pugno serrato. - Lo sai che
quel bastardo non si pu toccare!
- Chi vi capisce  bravo! - ritent Maciste. - Pi comodo di cos:  a casa mia e nessuno lo sa, ha
bevuto come una spugna. Quando si sveglia sar rincoglionito per un paio d'ore almeno. Basta un
cuscino sulla faccia e via. Non capisce nemmeno quello che gli sta capitando.
- No, - tent di resistere l'altro.
- Mi ha detto che a momenti l'ammazza, la strega. Pi fortunati di cos non si pu, un bel culo,
un bel culo davvero. Facciamo che la vecchia l'ha fatta fuori veramente e che poi  sparito da qualche
parte.
- Facciamo che la strega  morta davvero e lui finisce in galera, - esclam conclusivo l'altro. -
Dov' adesso? - chiese riferendosi alla vecchia.
- Stecchita, l'ho riportata a casa sua. Facile come raccogliere funghi.
- Bisogna che qualcuno la trovi. Non subito magari, lasciamogli un po' di corda al bastardo. E
poi non voglio problemi prima del matrimonio, lo sai che ci tengo a queste cose! A proposito domenica
cerca di arrivare puntuale e vestito in modo decente! Ah, bravi con quegli alberi! Adesso, se Dio vuole,
dovranno decidersi a far cominciare i lavori!
Le palpebre di Paolo percepirono la luce prima di aprirsi. E scoprire che non si trattava della
luce del giorno. La lampada sul comodino mandava una luminosit giallastra concentrata tra il
guanciale e la spalliera del letto. Per il resto la stanza era avvolta dall'oscurit pi assoluta.
- Quanto ho dormito? - chiese senza accorgersi di essere solo.
Non giunse risposta e Paolo cap che non sarebbe riuscito a sollevare il capo senza rischiare una
fitta allucinante. Ma il dolore si preparava per il fatto stesso che aveva aperto gli occhi. Cos tent di
sollevare tutto il busto per mettersi a sedere. E il dolore lo colp, libero di spandersi dalla schiena verso
la testa, lo agguant per la nuca con due mani di tenaglia.
Ritorn a distendersi e richiuse gli occhi. Ma le pulsazioni delle tempie avevano dato libero
corso al loro tam-tam e la lingua, incollata al palato, era diventata anch'essa un muscolo indolenzito.
Le chiavi scattarono nella serratura. Paolo le sent come un boato.
- Alla buon'ora -. Maciste lo derise vedendo che si muoveva.
Paolo si port la mano davanti agli occhi per schermarsi dalla luce della lampada. - Che ore
sono? - chiese con la bocca impastata.
- Le sei, - rispose Maciste avviandosi verso la televisione. - Della sera, le sei di sera, - ripet. - E
se sale un poco la temperatura la neve non ce la toglie nessuno, - aggiunse sparando il volume della
televisione.
Paolo strinse i denti per raccogliere le forze, ma quando si fu seduto sul letto la stanza cominci
a girare. Barcoll sul busto e si puntell con le braccia per non cadere all'indietro.
- Avrei bisogno di bere, - risolse provando a puntarsi sui piedi.
- E cos', non ti  bastato? - domand Maciste con una punta di disprezzo.
Paolo prov a organizzare un sorriso. Sentiva i muscoli della faccia come staccati dalle ossa.
- Lo sai che quando  passata una sbronza l'unico modo per riprendersi  quello di bere un
cicchetto.  come per i diabetici, se stanno male bisogna dargli lo zucchero.
- S, ma qui caschi male, amico mio: io non bevo. E sinceramente penso che questa cura del
cicchetto l'abbiano inventata gli alcolizzati. Forse sar meglio che infili la testa nell'acqua fredda.
Magari ti fa bene. Prova a mettere la testa fuori dalla finestra.
La televisione rimandava un telefilm americano, con spari e inseguimenti fra i grattacieli. C'era
un poliziotto giovane che aveva paura di sparare e gli tremavano le mani. Ma quello pi anziano
interveniva giusto in tempo per salvargli la pelle. Poi c'era la moglie del poliziotto giovane che veniva
presa in ostaggio al supermarket. E i delinquenti volevano una macchina per superare l'accerchiamento
della Polizia senn l'avrebbero ammazzata. Ma la Polizia aveva organizzato un piano per entrare al
supermarket dai parcheggi sotterranei. Ma prima il poliziotto anziano e quello giovane avevano
discusso perch quello giovane voleva partecipare a tutti i costi alla cattura di quegli stronzi che
avevano preso in ostaggio sua moglie, che si erano sposati da poco. Se non ch il poliziotto anziano,
che gli mancavano pochi mesi alla pensione, aveva paura che al momento giusto il ragazzo si sarebbe
cagato addosso e avrebbe rovinato tutto. Cos il poliziotto anziano entra nel supermarket con un altro e
quello giovane sembra che debba stare ad aspettare. Ma non ce la fa e, senza farsi vedere, entra anche
lui nel supermarket. Intanto i cattivi hanno gi fatto fuori quell'altro che era entrato col poliziotto
anziano. E anche due di loro sono morti. Rimane solo il pi cattivo, che si fa scudo con la moglie del
poliziotto giovane, e il poliziotto anziano, che per  ferito. Cos l'unico cattivo rimasto sta per uccidere
il poliziotto anziano. Ma il poliziotto giovane gli arriva alle spalle e gli punta contro la pistola...
- E spara testa di cazzo! - esclam Maciste con la faccia incollata allo schermo.
- Guardi tutto il giorno queste porcherie? - chiese Paolo dal bagno.
Il poliziotto giovane aveva ripreso a tremare e il cattivo ghignava perch aveva capito che l'altro
si cagava sotto. Il poliziotto anziano diceva che doveva fargli saltare il cervello. Ma il poliziotto
giovane continuava a esitare. La moglie del poliziotto giovane diceva che doveva sparare. Ma lui era
ancora indeciso, perch non aveva mai ucciso nessuno e proprio non se la sentiva. Maciste, alzandosi in
piedi, gli urlava di sparare. E, finalmente, il poliziotto giovane spar.
L'acqua era veramente gelida. Paolo la sent scorrere tra le scapole. Rabbrivid sentendo che la
testa rispondeva all'impulso violento del getto realizzando azioni e parole. Si guard allo specchio.
Aveva la faccia gonfia. Gli occhi pesti. I capelli bagnati facevano l'effetto di una pelliccia di foca e
cadevano a ciocche sulla fronte. Con calma allent il colletto della camicia per raggiungere il torace
con l'asciugamani.
- Ah! - esclam Maciste vedendolo rientrare. - Sono passato da zia Badora, per avvisarla che eri
da me e che non si preoccupasse. Ma non ho trovato nessuno.
Paolo prese uno sguardo interrogativo. - E dove sar andata a quest'ora? - chiese.
- Boh! - riflett Maciste. - Sar andata in chiesa...
- Sar andata in chiesa a pulirsi la coscienza. O a ringraziare quel Santo che me l'ha tolta dalle
mani stamattina.
- Forse  meglio se torni a casa e vi spiegate... - azzard Maciste.
- No, non ci torno a casa. Se non ti va di avermi in mezzo ai coglioni, basta dirlo e mi trovo un
altro posto.
- Che cosa ne dici di calmarti? - replic Maciste ritornando a concentrarsi sulla tiv.
Qualche minuto ancora poi si alz mettendosi al centro della stanza con aria perplessa. Dove
cazzo l'avr messa, continuava a ripetere fra s. - Avevo una camicia bianca, - spieg a Paolo che
sembrava tutt'altro che interessato alle sue ricerche. - Dove sar finita! Se c' una cosa che mi fa
incazzare  quando non riesco a trovare le cose!
Paolo non lo guard nemmeno. - Non mi sorprende che in tutto questo casino non riesci a
trovare la roba, - disse per gentilezza. - Cerca di ricordare quando l'hai messa l'ultima volta, - consigli.
Maciste stava perdendo la pazienza: buttava all'aria i cassetti semiaperti di un vecchio mobile
vicino al letto. - Mi serve per domenica! Devo andare a un matrimonio.
- Chi si sposa? - chiese Paolo incuriosito per la prima volta.
- La nipote del principale, - rispose Maciste continuando la ricerca febbrile. Poi si ferm. - Non
 che sia proprio la nipote, lui non  nemmeno sposato:  una figlioccia, la figlia del capo cantiere, ma
lui l'ha quasi adottata. Oh, le regala la casa, pensa un po'.
Intanto la camicia non si trovava...
Capitolo quarto
Il commissario Curreli si sporse in avanti per ascoltare meglio.
- Non ho intenzione di incriminare nessuno per il momento, commissario, - stava chiarendo la
dottoressa Comastri. - Ma intendo fare in modo che non ci siano dubbi da subito: non mi piace. Questa
storia non mi piace affatto.
Il commissario abbass la testa.
- Sono sorpresa che abbiate fatto indagini e raccolto prove fuori dai canali istituzionali.
Soprattutto considerando l'esperienza di entrambi. Ma forse non  tutto perduto. Forse si pu ancora
venire a capo di tutta questa vicenda.
- L'avevo giudicata male, - borbott il commissario.
- Nessun problema, - tir dritto il sostituto procuratore, - non  necessario amarsi per prendere
dei delinquenti e noi li vogliamo prendere, non  vero?
- L'avevo giudicata proprio male, - rincar il commissario. - Ma non era una situazione facile da
spiegare. Quando telefonarono per dire dove era la bambina il maresciallo Pili disse che la cosa
migliore da fare era far finta di trovarla per caso. E parve la cosa migliore anche a me. Si potevano
trovare gli indizi con calma, intorno al cadavere e nei paraggi. Il maresciallo disse che certi suoi amici
insistevano da tempo per organizzare una battuta di caccia al cinghiale. E disse che del resto se ne
sarebbe occupato lui. Solo dopo avrebbe chiamato la scientifica per i rilevamenti. Disse che se non
avessimo fatto in questo modo avremmo rovinato mesi di lavoro. E io ero d'accordo.
- Qualcun altro era al corrente della vicenda?
Il commissario fece segno di s.
- Luigi Masuli, - disse.
La dottoressa Comastri segn il nome appena proferito sul suo blocco di appunti. - E gli indizi
raccolti? - chiese dopo aver scritto.
Il commissario cerc di fare mente locale. - Il maresciallo Pili si era convinto che ci fosse un
collegamento fra le bambine scomparse. Perch tutte avevano pressappoco la stessa et e frequentavano
la stessa scuola. Gi dopo il primo caso si era messo a fare indagini da solo. Per questo genere di
faccende diventa un altro. Suppongo dipenda dal fatto che anche lui ha perso una figlia di quell'et.
Credo sia questo che mi ha colpito. Diceva che le indagini sul caso di Grazia Mereu erano state
condotte male. Diceva che eravamo stati superficiali. Lo liquidai senza nemmeno stare ad ascoltarlo.
Gli dissi solo che si occupasse delle indagini di sua competenza. Ma non ci fu nulla da fare. Era come
ossessionato dalla scomparsa della bambina: disse che non sarebbe stato un caso isolato. Per elementi
non ce n'erano, certo eravamo stati un po' frettolosi quando sembr chiara la responsabilit del padre
della prima bambina scomparsa. Quando spari la seconda, Immacolata Cntene, ripensai a quel
colloquio. Nel mentre i genitori di Grazia Mereu erano morti entrambi. Cos incontrai il maresciallo e
gli dissi che c'era qualche probabilit che avesse ragione. Qualche giorno dopo dopo la scomparsa della
Mereu un quotidiano pubblic la notizia di una telefonata fatta da una non identificata I. L. alla
redazione che rivelava la presenza di un diario della stessa. Nel mentre Immacolata Cntene era stata
ritrovata, come lei sa. Decidemmo in questo modo: io avrei proseguito a fare le indagini secondo i
canali istituzionali e il maresciallo se ne sarebbe occupato per conto suo. L'accordo prevedeva uno
scambio costante di informazioni. Il maresciallo Pili riusc a entrare nella casa dei Mereu, ormai vuota
e l trov quello che poi capimmo trattarsi un frammento di videocassetta -. Il commissario si ferm. -
Posso avere un sorso di quell'acqua? - chiese, indicando una bottiglia piena a met sulla scrivania della
dottoressa Comastri. La donna acconsent con un gesto del capo.
- Il frammento di una videocassetta? - domand quando il commissario ebbe finito di bere.
- S, - conferm il commissario. - Questo ci insospett perch i Mereu non avevano il
videoregistratore e non capivamo per quale motivo dovessero avere una videocassetta in casa.
- La casa era disabitata da qualche mese... - obiett la dottoressa Comastri.
- Era disabitata, - conferm il commissario. - Ma era stata chiusa non appena avvenuto il
trasferimento del mobilio.
Comunque pensammo subito che si trattasse di un elemento sul quale era il caso di soffermarsi.
In ogni caso queste cose le sa ormai, ne abbiamo gi parlato...
- Per c' qualche cosa che non so, non  vero? - incalz la dottoressa Comastri.
- C' qualcosa, - si arrese il commissario. - Il maresciallo si present alla madre di Immacolata
Cntene. Si finse un rappresentante di libri e le mise sul tavolo un paio di videoenciclopedie che aveva
comprato in edicola e aspett la reazione della donna. Ma lei non fece una piega. Disse che non
avrebbe potuto usarle in casa. Disse anche che il marito aveva deciso di prendere il videoregistratore
dell'ufficio a un prezzo stracciato per via che allo studio dell'architetto, dove lavorava come geometra,
dovevano cambiarlo con un modello migliore. Poi la scomparsa della bambina e tutto il resto e non se
n'era pi fatto niente. Una donna dolcissima, cerc di far capire che non era il caso di insistere e che
voleva essere lasciata in pace.
- E questo cosa dimostrerebbe? - chiese la dottoressa Comastri, ma senza cattiveria.
- Oh, questo non dimostra proprio un bel niente, - continu il commissario. - Se non che il
maresciallo cominci a fare indagini presso lo studio dove lavorava il Cntene...
- E allora?
- E allora scopr che quella del videoregistratore era diventata una specie di fissazione per lui.
Scopr che si tratteneva in ufficio per vedere videocassette.
La dottoressa Comastri sorrise appena. - Comincio ad afferrare la situazione! - disse. - Il
Cntene aveva ricevuto qualcosa che voleva assolutamente vedere.
- Lo stesso che abbiamo pensato noi, dottoressa.
Capitolo quinto
Seduta con la schiena appoggiata alla spalliera del letto Giuseppina sentiva sulla pelle il gelo
del ferro battuto. Da quella posizione poteva sovrastare Eugenio che cominciava a sonnecchiare
semiaffondato fra i cuscini. Il colore della sua epidermide era sorprendentemente latteo. Questo la
colpiva ogni volta, come la rotondit adolescenziale delle sue spalle e il candore delle sue braccia. Lo
sfior con una mano. Lui rispose mandando un bacio in aria, ma nella direzione del contatto.
- Non dormi? - chiese con la bocca impastata.
Giuseppina fece segno di no. Eugenio intanto si stava impegnando a farla distendere
circondandole i fianchi con un braccio.
Lei resistette. Fece forza con le gambe per mantenere la posizione.
In quei momenti poteva persino permettersi di non pensare agli un po' troppo che riempivano di
incertezze le sue giornate. I fianchi un po' troppo marcati; le natiche un po' troppo abbondanti; un po'
troppo lavoro e cos via... Poteva permettersi di mantenere e difendere tutto il tempo che le sarebbe
servito per continuare a guardare Eugenio mentre cercava di sparire tra le lenzuola. E controllare se
fosse rimasta qualche sigaretta sul comodino al suo fianco.
Eugenio, compiendo un mezzo giro, fece aderire il torace alla gamba di lei sentendola morbida
e fresca.
- Pensi che dovrei dimagrire? - chiese lei, ritornando se stessa e guardandosi i seni.
- Penso che dovresti dormire... - tent lui baciandole la coscia.
- Non trovi che mi sono appesantita negli ultimi due anni? - incalz Giuseppina continuando a
esaminarsi.
- No, - tagli corto lui. - Vai bene cos, per me, - aggiunse subito dopo per paura di non essere
stato troppo convincente.
- Non  vero, lo dici per mettermi buona. Lo dici perch sei un vanitoso e vuoi una donna pi
brutta di te.
- Sentila! - protest lui svegliandosi completamente. - Che fai, mi rubi il mestiere? Guarda che
lo psicologo di casa sono io! Vieni a dire a me che sono vanitoso quando non fai altro che ripetere la
storia che sei brutta e cose del genere!
- Forse perch tu non mi smentisci in modo abbastanza convincente se dico che sono brutta; e
poi, se mi sento brutta non posso farci niente.
- Non sei brutta! E non ti permetto di mettere in dubbio i miei gusti.
Finiva cos, nella maggior parte delle volte almeno: un silenzio di cose solo trattenute. Eugenio
si scopr il fianco come per tirarsi su dal letto. - Qual  il problema? - domand sollevandosi col busto
all'altezza del viso di lei.
Giuseppina alz le spalle. - Nessun problema, - rispose. Ma aveva la gola troppo secca per
articolare bene. Si schiar la voce, deglut. - Nessun problema, - ripet con pi chiarezza.
Eugenio si impose un sorriso di circostanza; allung la mano verso il viso di lei. E vide che il
collo le si irrigidiva come a rifiutare il contatto. Rest con la mano a mezz'aria per qualche frazione di
secondo, poi facendo uno scatto si mise a sedere, dandole le spalle, con le gambe fuori dal letto. Cerc
gli indumenti per rivestirsi.
- Non mi aiuti... - sussurr lei, vedendo che Eugenio si era come bloccato restando seduto e
guardando un punto indefinito della camera da letto. La frase di lei, che era rimasta incompleta, lo fece
voltare.
- Non ti aiuto a far che? - chiese lui aggrottando le sopracciglia. Giuseppina non rispose. Si
accese finalmente la sigaretta che voleva fumare da almeno mezz'ora.
- Lo so che ho promesso di non farlo, - disse aspirando profondamente la prima boccata di
fumo. Eugenio si stava infilando i pantaloni. - Che fai? - domand accorgendosi solo in quell'istante
che si era alzato completamente.
- Mi vesto! - rispose lui, con una voce leggermente risentita. - Non riesco a parlare di cose serie
senza gli abiti addosso. Comunque  vero: avevi promesso di non farlo, - la rimprover.
Giuseppina schiacci nel posacenere la sigaretta appena accesa.
- Sei tu lo psicologo, sei tu che devi mantenere la parola. Io sono la paziente. Non  strano che
siano i malati a essere chiamati pazienti? Forse sono gli unici a essere giustificati se pazienti non lo
sono affatto. I medici, invece pazienti non lo sono mai. Non  strano? - insistette.
- Non  strano -. Nella voce di lui c'era un tono accondiscendente. - Se avessi fatto gli studi
classici sapresti che non  strano: paziente  chi soffre secondo l'etimologia esatta della parola.
- Certo, gli studi classici: ecco un'altra cosa che mi manca, - riflett lei con amarezza.
- Cosa c'? - chiese lui esasperato cercando qualcosa intorno a s.
Giuseppina afferr la canottiera di lui fra i due cuscini. - Non alzare la voce con me! - Si stizz
lanciandogli l'indumento con violenza. -  meglio che ti metti anche questa! Perch il discorso si fa
molto serio!
Eugenio afferr la canottiera con un gesto impacciato per la sorpresa. Ma non la infil. - Non
voglio bisticciare, - afferm avanzando verso di lei.
Giuseppina allung un braccio per respingerlo. Ma lui era pi forte e cerc di bloccarla
cingendole le spalle. Poi fu costretto ad abbandonarla con una smorfia di dolore: nella lotta, la
cinghietta metallica dell'orologio di lei si era impigliata ai peli del suo petto.
- Mi hai fatto male! - constat con sorpresa massaggiandosi la zona dolorante.
- Facevi meglio a finire di vestirti, - disse lei senza scomporsi. - E poi non l'ho fatto apposta.
Capitava, qualche volta, che si facessero del male e non era mai farsi del male fine a se stesso:
era il risultato di una serie di vendette rimandate giorno per giorno.
Una volta Eugenio le aveva versato addosso del latte bollente. Un'altra volta Giuseppina gli
aveva dato una gomitata in bocca nel dormiveglia. E tutte le volte erano seguite riconciliazioni
generiche, scuse generiche, promesse generiche. Ma restava, negli sguardi di entrambi, la coscienza che
quel farsi del male cos sottile non era altro che la continua estenuante rivendicazione. Un prevaricarsi
che seguiva regole non scritte, con vincitori e perdenti che si alternavano sul podio.
Restavano i baci per farsi perdonare, ma subito dopo la chiara certezza che nel dolore arrecato
c'era un piacere non secondario, superiore ai baci, superiore alle riconciliazioni.
- Mi esce il sangue? - chiese lui inginocchiandosi nel letto per portarle il torace all'altezza del
viso.
- Roba da nulla, - minimizz lei. - Appena un graffietto. La prossima volta tieni le mani a posto
-. Ma la sua voce aveva assunto un tono pi caldo, con le labbra che sfioravano la pelle di lui e la
lingua che lambiva la piccola ferita.
In quella porzione di tempo, nello spazio delimitato dalle sponde del letto, il loro linguaggio si
fece pi esplicito. Una gara ad abbattersi. Un gioco duro.
Eugenio era di quegli uomini che tacciono e accettano il sesso come una conseguenza
anatomica del proprio esistere. Ubbidendo incondizionatamente alla pelle. Eugenio si muoveva come
se ogni volta fosse l'ultima, impegnando tutto il suo essere e oltre. Guardandosi fare l'amore. Vedendo,
- da prima, - se stesso goffo, impacciato, ridicolo. Tributando omaggio a quell'angoscia primigenia che
l'et e l'esperienza ricacciavano sempre pi in profondit. Fino a decidere che non c'era pi tempo per
le celebrazioni e per le angosce iniziatiche, perch il corpo pressava e aveva ragioni superiori alla testa,
superiori al ricordo. Cos avveniva la trasfigurazione: Eugenio vedeva se stesso - ora - bello come non
era stato mai, potente e invincibile sull'unica donna della terra.
Giuseppina, all'inizio, si scioglieva in una morbidezza che poteva sembrare rilassamento. Quasi
noia. Aderendo al suo uomo. Aspettando, in un'attesa non passiva, con le mani e la bocca che avevano
compiuto pi volte tutto il percorso del corpo silenzioso e contratto di lui. Si era aggrappata cercando di
sparire, ma senza arrendersi, decisa a ottenere tutto. Tutto ci che la sua mente era in grado di pensare.
Cos, alla fine, afferr i capelli di Eugenio, costringendolo a mostrare il viso; il velo delle palpebre; le
labbra assottigliate; il pomo d'adamo sotto la pelle scabrosa del collo; la peluria sottile del torace.
E lui, alla fine, la vide: il viso teso e incapace di mentire; gli occhi sfrontati; le ciglia brune; la
bocca socchiusa; il collo allungato, venato d'azzurro; i seni colmi e impazziti sopra i mantici.
- Un aborto, - disse Giuseppina rompendo il silenzio perfetto che seguiva ogni volta.
Eugenio prov a prolungare la calma senza voltarsi, senza mostrare interesse per l'affermazione
di lei. Ma Giuseppina non era persona da arrendersi per cos poco. - Ines Ledda ha subito un aborto, 
questo che non vogliono far sapere!
- E tu cosa ne sai? - sibil Eugenio restando immobile.
- Lo so, - si limit a rispondere lei. - Anche senza il tuo aiuto sono riuscita a vedere il referto del
medico legale.
- Sai anche che quella notizia non la puoi pubblicare! - Eugenio aveva fatto un'affermazione col
sapore di una domanda.
- Perch sei cos ostile? Rispetto a questa cosa intendo, - chiese a bruciapelo Giuseppina.
Lui tir alla lunga. - Non capisco di cosa parli, - scand, improvvisando una sicurezza un po'
aggressiva. Ma non riusc a nascondere il fastidio. - So dove vuoi arrivare. Ecco tutto, - esplose. -
Scusa, - continu all'improvviso, vedendo che lei era rimasta senza parole. - Scusa, - ripet tentando di
abbracciarla. - Sono stanco.
Giuseppina rispose all'abbraccio stringendosi al corpo di lui. Affondando la testa nella sua
spalla.
- Sono stato fuori Nuoro, - confess lui. - Mi sono messo a fare ricerche per un problema che
non riesco a risolvere. Una storia che mi sta facendo perdere la testa -. Giuseppina tacque aspirando il
profumo della sua pelle, sapeva che parlare, domandare, sarebbe stato inutile. Sapeva che se lui avesse
voluto... Infatti lui continu. - Una paziente. Una del carcere. Credo che si sia fatta la galera
ingiustamente. Credo che non abbia commesso il fatto per cui  stata condannata. Ma lei si rifiuta di
ammetterlo. Allora mi sono messo a fare ricerche e sono andato a Laconi per capire che cosa 
successo veramente Stava provando a ricollegare, per la prima volta, fatti e ragioni, le cose dette e
quelle taciute. - Mi ha raccontato una storia incredibile. Insiste a dichiararsi un'assassina e mi ha
raccontato una storia che non sta in piedi. Mi ha mentito, capisci? Ha detto di aver partorito una
bambina. Ha detto che la bambina  morta dopo qualche mese. Ha accusato il marito per questo e dice
di averlo ucciso per questo. E per questo ha preso trent'anni di galera.
Giuseppina sollev la testa per guardarlo negli occhi. - Forse questa  la verit che le serve,
forse la galera  meglio della verit. Quella vera intendo.
Eugenio prov ad assentire. - Penso che se ha avuto un figlio si sia trattato di un maschio.
Succede qualche volta che non si menta abbastanza,  un po' la storia di quei pazienti che mi
raccontano storie di amici immaginari per non parlare di se stessi. S, potrebbe aver avuto un figlio
maschio -. Questa certezza si impadron di lui nel momento stesso in cui pronunci la frase. - Era
l'amante del fratello del marito! Cos si spiega: ha avuto un figlio dal cognato. Il marito deve averli
scoperti e il fratello l'ha ucciso! Deve essere cos! Cos si spiega. Ecco chi ha cercato di proteggere per
tutto questo tempo! Ha cercato di proteggere l'uomo che amava.
- Per tutto questo tempo, - fece eco Giuseppina coprendosi il seno col lenzuolo. - Bene... - disse
mettendosi comoda. -... Non  la tua storia Eugenio.
- Ti rendi conto che nessuno si  preoccupato di fare delle ricerche serie? Ci ho messo una
mattinata, e sono passati quasi trent'anni, a scoprire delle cose che avrebbero cambiato tutto allora.
- Hai parlato con lei di questo?
Eugenio sorrise. Afferr il pacchetto delle sigarette.
- Ti metti a fumare adesso? - esclam Giuseppina senza riuscire a trattenere la sorpresa.
- No, - rispose lui semplicemente. - L'accendo per te -. Gliela porse dopo la prima boccata. -
Non si pu parlare con lei di queste cose, non cos, - continu. - Le ho detto che sono stato al suo paese
e ho fatto domande in giro, ma temo di avere rovinato tutto il lavoro fatto finora. Ho avuto troppa
fretta, capisci? Doveva amarlo molto...  proprio cos che funziona: si era innamorata del cognato e
aveva avuto un figlio da lui, l'ha coperto per tutti questi anni.
- E chi ti dice che l'abbia fatto per proteggerlo? Chi ti dice che l'uomo, il cognato, non abbia
abusato di lei... Ragioniamo con calma: vive in paese, viene coinvolta suo malgrado in una relazione
adulterina; viene minacciata e forse quello che rischia era peggio della galera...
- Che differenza fa: puttana in galera o puttana fuori?
- Forse fa differenza! Forse in questo modo ha deciso di punirsi. Forse la morte del bambino
l'ha provocata lei, e adesso accusa il marito che non pu difendersi, perch concepito da un uomo che
odiava, e sapeva che per questo avrebbe dovuto pagare. Sai, credo proprio che questa verit non serva a
nessuno.
- Non so, non so proprio...
Capitolo sesto
Maria Vittoria Leccis fin di apparecchiare: due piatti, due bicchieri e tutto il resto. Le faceva
uno strano effetto aspettare qualcuno. Per le notizie che avrebbe portato e perch comunque lo
aspettava. Alberto era in ritardo. La pasta rischiava di scuocersi. Il sugo diventava freddo. Erano queste
situazioni di attesa a farla sentire cos ansiosa. Vivere da sola aveva perlomeno il pregio di tenerla
tranquilla, con tutto il tempo a sua disposizione. Una donna sola. Con l'amicizia del tempo: la cena
quando si ha fame, il letto quando si ha sonno. E tutte le straordinarie conseguenze del caso: mettersi
addosso il pigiama sformato e le ciabatte di pelo; guardare alla televisione un sacco di trasmissioni di
cui vergognarsi; leggere anche i fotoromanzi. Fare tutto, tutto. All'interno del suo piccolo appartamento
le cose sembravano straordinariamente lineari. Maria Vittoria discuteva con Maria Vittoria, la sua
amica del cuore, quella che sapeva dare sempre il consiglio giusto. Maria Vittoria chiedeva pareri a
Maria Vittoria: la sorella, la madre. Tutte le donne e gli uomini di questo mondo.
Fuori c'era Alberto che non arrivava. Fuori c'era una febbre strana di persone attaccate le une
alle altre come se la loro vita dipendesse dal fatto di guardarsi e parlarsi. Non era cos la vita. Non era
quella. L'ansia cresceva. Sfondava le pareti del cervello. Tutto l'esterno poteva bussare alla sua porta e
invadere le sue cose. La realt poteva scardinare anni di disciplina. Forse sarebbe stato meglio lasciar
perdere. Lavoro finito. E proseguire cos.
La pasta era scotta. Questo era definitivo. La tavola apparecchiata le sembr talmente patetica
che avrebbe pianto. Ma l'ordine era di non piangere. Non piangere. La cosa che faceva pi male era
cercare di riprodurre qualcosa di talmente simile alla vita da sembrare un po' morta. Si finiva per dare
troppa importanza a quello che per gli altri non era importante e la distanza aumentava, con la
solitudine, con l'ansia. Con la paura di aver perso la capacit elementare di fare le cose pi semplici.
Con la certezza che la testa, il cervello, il pensiero producono solo un'immagine sbiadita di quella che
dovrebbe essere un'esistenza. Allora vale solo quello che si sceglie o solo quello per cui si  scelti.
Ecco: fare o guardare; ascoltare o parlare. Tutte falsit. Dentro o fuori.
Questo poteva succedere per un ritardo. C' chi non se ne preoccupa e cena; c' chi si arrabbia
ed esce. Maria Vittoria butt la pasta nella pattumiera e ripose il sugo nel frigorifero. Si mise il pigiama
sformato e le ciabatte di pelo.
Solo allora suon il campanello. Cos, a volte, l'esterno faceva rappresaglie e raccoglieva una
piccola vendetta.
Alberto non si scus. Non sapeva di essere in ritardo. - Non  successo niente, - disse. - Sono
passato solo per avvisarti, ma non mi posso trattenere perch mi aspettano per una pizza.
- Niente, - constat Maria Vittoria.
- Gli sono stato dietro per tutta la mattinata: giro al cantiere di Funtana Buddia, quello
dell'universit; poi dieci minuti al Corso per un aperitivo; poi a casa: dove  rimasto fino a quando non
me ne sono andato, verso le quattro del pomeriggio, non ho nemmeno mangiato.
Maria Vittoria pens che sarebbe stato logico sorridere a quel punto. E ci prov. - Visite? -
chiese.
- Una sola: un ragazzo; un tipo spilungone mai visto. E tu? Novit?
Maria Vittoria fece cenno di no. - Tutto normale, - specific. - Le solite cose: ufficio, colazione,
casa per pranzo, niente di rilevante, insomma.
- Le foto comunque sono pronte domattina. Allora io andrei...
- Bene, buona pizza.
- Se fai in fretta a cambiarti puoi venire con noi, un posto in macchina c'.
- Ti ringrazio, ma ho gi cenato.
Alberto fece per andarsene, poi ritorn indietro con un sorriso. - Qualcosa c'! - annunci con
enfasi. Maria Vittoria stette a guardarlo con aria ansiosa.
- Avanti! - disse. - Ti metti a fare il misterioso adesso.
- Tieniti forte, - annunci lui prolungando l'attesa. - Domenica faccio un servizio per un
matrimonio! Maria Vittoria non riusc a mascherare la delusione.
- Sono contenta, - ment. - Si guadagna bene con i servizi ai matrimoni.
Alberto conferm che si guadagnava bene, certamente pi che al giornale. - Ma, la cosa
importante non  questa: lo sai chi si sposa?
Maria Vittoria odiava i quiz. Abbass gli occhi per la stizza. - No, non lo so chi si sposa! -
esclam spazientita.
- La figlia di Bachisio Corda!
- E chi sarebbe Bachisio Corda!
Alberto sorrise ancora. - Il capo, - disse semplicemente. - Il capo della Sarcos. E si d il caso
che la sposina sia la figlioccia di Santino Pau! Allora,  una buona notizia? - chiese Alberto vedendo
che Maria Vittoria era impietrita dalla sorpresa.
Il giovane stette a guardarla ancora per qualche secondo. - C' qualcosa che non va? - tent.
Maria Vittoria avanz verso di lui, lo afferr per le spalle stringendolo a s. - Sei un figurino
stasera, - disse con malinconico entusiasmo. - Sei un figurino...
Parte quarta
Come la disperazione, cos n pi n meno il disprezzo e l'intimo sentimento della vanit della
vita, sono i maggiori nemici del bene operare, e autori del male e della immoralit.
G. LEOPARDI
Dei Costumi degl'italiani
Capitolo primo
Il giudice Corona inghiott il suo caff senza fare caso alle manifestazioni di sorpresa del barista
nel locale sotto al Palazzo di Giustizia. Si limit semplicemente ad annuire quando questi esprimeva la
sua contentezza per quello che sembrava un ritorno dalle tenebre. Fece finta di non percepire il tono un
po' pietistico del giovanotto che, senza fare riferimenti diretti alla sua vicenda personale, tuttavia la
sottointendeva nelle sue frasi di convenienza. Questo  ancora niente, - ripeteva fra s il magistrato, -
il peggio deve ancora venire. E il peggio venne sotto forma di strette di mano calorose, di
attestazioni di fiducia non richieste, di sguardi in tralice da parte degli impiegati, una volta entrato nel
Palazzo. I corridoi sembravano immutati da quell'agosto infernale. Solo pi freddi. Freddi di
riscaldamento insufficiente. Ma l'odore noto di nicotina e carta, di polvere e detersivo industriale gli
fecero uno strano effetto pacificante. Il suo ufficio era rimasto praticamente intatto. Solo era stato
ripulito di tanto in tanto ed era stata spalancata la finestra per cambiare l'aria. Le pratiche in bell'ordine,
roba di routine all' inizio, come aveva promesso il Procuratore Capo, erano allineate sul tavolino sotto
la finestra. Per la questione delle bambine scomparse non c'era stato niente da fare: il caso era passato
alla dottoressa Comastri. Afferrando la cornetta del suo telefono fece un numero interno. Una voce
femminile, voce di contralto senza inflessioni, rispose dopo parecchi squilli.
- La dottoressa Comastri? - chiese Salvatore Corona schiarendosi la gola per impostare la voce.
- Speravo che mi chiamasse, - rispose lei senza aspettare che la voce all'altro capo del filo si
qualificasse.
- Hanno fatto un sacco di pasticci! - stava dicendo ora senza decidersi a mettersi seduta. Era pi
giovane di quanto Salvatore Corona la immaginasse. Fece un lieve sorriso e la invit a mettersi
comoda. Lei aspett ancora un poco: era indecisa, sulla difensiva.
-  una pratica molto complessa, - aggiunse posando il palmo della mano sulla scrivania e
reggendosi sul braccio teso.
- Al punto in cui le ho lasciate, le cose non parevano cos complicate, - disse il magistrato
tentando di apparire spigliato. - Anzi parevano risolte, - aggiunse.
Danila Comastri prov a sorridere. - Sul serio eravate convinti che la prima bambina, come si
chiamava?
- Grazia Mereu, - rispose a memoria Salvatore Corona.
- Sul serio pensavate che fosse stata uccisa dal padre?
Danila Comastri rest con la bocca semichiusa in un atteggiamento non troppo intelligente.
Come vedendosi da una telecamera a circuito chiuso, cambi espressione e si pose, finalmente, a
sedere.
- C'erano tutti gli elementi per pensarlo... - scand il magistrato strofinandosi gli occhi. Si
sentiva stanco, mesi di segregazione l'avevano disabituato alla fatica del dialogo. - Ma non  esatto
affermare che eravamo sicuri. No, non credo che si possa affermare che eravamo sicuri. Non  cos
che vanno le cose solitamente?
Danila Comastri fece un cenno d'assenso, - Ma dopo la seconda bambina?
- Ah, - sospir Salvatore Corona, - dopo la seconda bambina ci pensammo eccome! Solo che
non ci parve il caso di spargere il panico fra la gente. Che cosa dovevamo dire: c' un maniaco che
rapisce bambine?
Cosa crede? Ci attivammo e impostammo tutte le indagini su questa ipotesi! Ci sono quintali di
fascicoli in questo senso! Tutta carta da macero: non c'erano collegamenti fra le bambine tranne che
frequentavano la stessa scuola. La rivoltammo come un guanto quella scuola, controllammo insegnanti,
bidelli, persino gli operai del cantiere l di fronte.
- La bambina... - Danila Comastri cerc un nome nella memoria. - La seconda, - risolse, -
veniva ospitata da certi vicini...
Salvatore Corona non la fece finire: - Passammo al setaccio ogni possibile collegamento fra le
due famiglie. Niente di niente, - caric, cominciando a sentirsi veramente inquieto.
- Ci fu un sospetto... - incalz lei, senza dare l'impressione di volersi arrendere.
Salvatore Corona la guard inclinando il volto, mise a fuoco il luccichio dei suoi orecchini che
vibravano impercettibilmente ai lati del collo. - Lo scoprimmo dalla stampa che c'era un sospettato, noi
non l'avevamo mai definito tale: facemmo solo dei controlli di routine; e, infatti, non trovammo niente,
- disse come rispondendo a una domanda prevista. - Poi la bambina fu ritrovata, spaventata e
assolutamente incapace di ricordare che cosa le fosse successo. Ebbe una delle sue crisi, ecco cosa
accadde, e quando si riprese non riusciva a ricordare nulla. Probabilmente batt la testa cadendo,
comunque vag per quattro giorni chiss dove finch fu ritrovata, quattro giorni dopo la scomparsa, nei
pressi della zona artigianale.
- Tuttavia di l a poco mor un'altra bambina della stessa scuola!
- Incidente! - url quasi il giudice. - Si tratt di un incidente domestico -. Era un po' seccato
stavolta. - La gente muore, dottoressa, non possiamo metterci in allarme tutte le volte che una bambina
di quella scuola ha un incidente. Forse lei ha un'impressione sbagliata di tutto quello che  accaduto,
non pensi che siamo stati superficiali...
Danila Comastri balz dalla sedia. - Superficiali? - domand. - Che ne dice di seguirmi nel mio
ufficio: ho qualcosa che desidero mostrarle.
Capitolo secondo
Sarcos Snc di Corda Bachisio e C.
Edilbarbagia Srl.
La Nuorese Costruzioni Snc di Giovanni Mura e C.
Coop. Edile Su Nuraghe.
Archisarda Srl.
Citt Domani Srl.
Ditta Edile Santino Pau.
Maria Vittoria Leccis rilesse ancora una volta. Antonio Sassu la guard perplesso.
- Tu hai un diploma in ragioneria, se non sbaglio, - abbozz lei senza staccare gli occhi dal
foglio.
- E una laurea in Lettere, - aggiunse lui per mettere in chiaro le cose e formulare una risposta
che avesse un'aria definitiva.
- Mi chiedevo, - riprese lei, - se fosse possibile stabilire a chi appartengono queste imprese.
Antonio Sassu sbuff. - Certo che  possibile:  scritto nell'intestazione!
Maria Vittoria scroll la testa. - Sai cosa intendo dire, - spieg. - Voglio capire a chi
appartengono veramente.
- Non so perch, ma qualcosa mi dice che un'idea ce l'hai gi.
- Infatti! - conferm lei, - ma una cosa  avere un'idea, una cosa  provarla. Per esempio come
faccio a sapere chi sono i soci e con quali quote? Come faccio a sapere se gli intestatari ufficiali sono
solo dei prestanome?
Antonio Sassu sorrise. - Non puoi saperlo, - disse semplicemente. - A meno che tu non voglia
penetrare nottetempo nelle sedi legali di quelle imprese e fotografare, con una micro macchina
fotografica i documenti con le informazioni che ti servono. Hai presente 007? - caric.
Maria Vittoria non si diede per vinta. - Poniamo che tu sia una persona molto facoltosa, che ha
investito vari capitali su varie imprese edilizie. Poniamo che tu partecipi a una gara d'appalto con tutte
queste imprese: qualunque di queste risulti vincitrice, tu ci guadagni sempre...
-... Smetterei di fare il giornalista, - la interruppe Antonio Sassu. - E farei sei mesi di vacanza
l'anno. Mavi, ascoltami bene, lo so dove vuoi arrivare e non sono affatto tranquillo. Non sono questioni
di poco conto, sai a cosa mi riferisco.
- Voglio solo cercare di capire! - s'intestard lei senza stare ad ascoltarlo. - Tanto pi che c' un
regolamento comunale che vieta espressamente il monopolio sulle gare d'appalto.
- E allora?
- E allora chiunque tenta di aggirarlo in questo modo  un delinquente, distrugge il mercato,
distrugge le aziende concorrenti!
- Sono le leggi del mercato, e della vita, te l'ha mai detto tua nonna che i pesci grandi si
pappano quelli piccoli?
- Hai mai visto nei documentari che gli squali sono famelici, ma ciechi? Sono stata alla
Cancelleria Commerciale del Tribunale, ma non ti danno le informazioni prima di un mese e dopo una
domanda scritta.
- E comunque non troveresti niente: se la persona che stai cercando non vuol farsi trovare non
appare tra i componenti delle cariche legali della ditta.
- Spiegati meglio.
- Voglio dire che alla Cancelleria Commerciale del Tribunale sono registrate le cariche della
ditta, non necessariamente tutti quelli che vi hanno immesso dei capitali.
Il discorso si faceva interessante. Maria Vittoria si accomod sulla sedia pneumatica.
- Quindi se il nostro uomo non ha cariche non risulta tra coloro che sono registrati in tribunale?
- Esatto, voglio dire proprio questo.
- In questo modo chi risultasse responsabile, che so? amministratore delegato di una Srl,
potrebbe non avere alcuna quota, essere uno qualunque, insomma.
- Brava, proprio cos!
- Bene, era quello che volevo sapere.
- Ora spiegami con calma cosa intendi fare, - intim Antonio Sassu diventando
improvvisamente serio.
- Niente di concreto, - si affrett a minimizzare Maria Vittoria. - Solo un'idea che mi  venuta...
- Quella non  una buona idea Maria Vittoria, non  affatto una buona idea. Tanto pi che le
notizie che ti servono sono irraggiungibili. Persino la magistratura avrebbe qualche problema ad
accedervi senza motivi pi che validi. Capito il messaggio?
- Lasciami tentare, Antonio, mi limiter ai controlli possibili, l'Ufficio Tecnico del comune,
l'Albo Regionale degli Appaltatori; non far niente che possa essere pericoloso.
- No, - la voce di Antonio Sassu aveva il tono perentorio delle grandi occasioni, -  troppo
rischioso. E poi, se vuoi che sia del tutto franco, non vedo il motivo di questa indagine. A meno che
tu non sappia qualcosa che io ignoro.
La donna si sistem gli occhiali assestando il ponticello con un dito. - Li ho visti insieme, -
disse finalmente. - E non avevano l'aria di farsi i complimenti.
- Chi hai visto insieme? - chiese il capo redattore con la voce piena di sconforto che denunciava
la certezza della risposta.
- Il sindaco... - rispose lei centellinando le sillabe. - E... Pau. Santino Pau.
Capitolo terzo
Quel quartiere piaceva particolarmente a Giuseppina, era considerato il cuore antico della citt.
Era l che avrebbe voluto trovare un appartamento. L'acciottolato, da poco riportato alla luce sotto strati
di vecchio asfalto durante uno dei saltuari interventi di recupero del centro storico, la faceva traballare.
L'effetto comunque era suggestivo nonostante le case povere e semplici si fossero trasformate perlopi
in villette di colori improbabili.
La casa di Salvatora Fenu spiccava nel vicolo proprio per la sua apparente trascuratezza. Pareva
non finita con pareti di granito nudo senza intonaco esterno.
Giuseppina ricontroll l'appunto che aveva preso per essere sicura che non avesse sbagliato
indirizzo. L'indirizzo era giusto. Se la vecchia non avesse dato qualche informazione utile poteva
sempre ritentare di mettersi in contatto con la bambina malata. Ma non si illudeva troppo di avere
successo. I Cntene non parevano ben disposti a permettere che lei incontrasse Immacolata. Dicevano
che la bambina aveva bisogno di tranquillit, dicevano che tutto quello che c'era da dire era stato gi
detto alla polizia.
Cos il piano di riserva era scattato. Si sarebbe presentata alla vecchia come cliente,
chiedendole una medicina contro il malocchio; avrebbe accusato sintomi di un disagio inesplicabile
attraverso cause tangibili, l'avrebbe imputato a colleghi maligni, avrebbe deplorato l'invidia per il suo
successo. E la vecchia l'avrebbe fatta entrare in casa. Se le sue informazioni erano esatte le cose
sarebbero andate in questo modo. La vecchia avrebbe preparato il bicchiere e il piattino; poi l'olio,
l'acqua e il sale...
Diede un colpo non troppo violento al portoncino che immetteva nel cortiletto davanti alla casa.
L'anta si spalanc. Giuseppina penetr con il busto. Lo spiazzo era cementato, piante di basilico e
rosmarino ricoperte da teli di plastica per proteggerle dal gelo erano dentro una vasca di cemento, di
quelle per il bucato a mano, inutilizzata a tale scopo. Tutt'intorno grasse piante di gerani dormivano
sfiorite. Una grossa pietra di granito che fungeva da panchina all'ombra per le giornate calde era
disposta ai bordi di un'aiuoletta colmata di una terra scura dalla quale spuntavano solidi steli di
ortensie.
-  permesso? - chiese Giuseppina schiarendosi la gola per prepararsi a una replica. - 
permesso? - ripet infatti a voce pi sostenuta.
Nessuna risposta. Nel cortile tutto appariva in ordine, il suolo cementato leggermente traslucido
per la quotidiana pulizia e per le sferzate della tramontana che aveva accumulato agli angoli mucchietti
di foglie secche. A sinistra, attraverso una porta a vetri si intravvedeva una cucina piuttosto ampia. A
destra una costruzione sicuramente posteriore alla casa doveva fungere da ripostiglio. Una scala senza
rivestimenti e senza ringhiera conduceva a un piano superiore le cui finestre si aprivano su un ballatoio.
Una folata di vento fece sbattere con violenza un'anta del portoncino di ingresso al cortile.
Facendosi schermo con le mani Giuseppina tent di guardare dentro alla cucina. Dapprima not
il disordine. Qualcosa che non si accordava con la pulizia del cortile. Senza convinzione Giuseppina
afferr la maniglia della porta. Stette un tempo indefinibile in una posizione di attesa. Prov a bussare
sui vetri; poi si decise ad aprire.
La tavola sembrava apparecchiata come per la colazione. Una colazione consumata in fretta.
Col bricco del latte ancora sul tavolo, scaglie di pane sul piano di marmo della tavola, la caffettiera
ancora sul fornello. Per il resto la stanza era stata messa sottosopra. I cassetti erano stati estratti dai
mobili e lasciati in giro con tutto il loro contenuto. Nelle altre stanze la situazione non era migliore.
Il corpo era una massa nera disposta bocconi all'estremit della stanza, tra il caminetto e una
vecchia poltrona da spiaggia resa pi confortevole da un'imbottitura fatta in casa.
Capitolo quarto
Maciste si allung sul divano o su qualcosa che, non molto tempo prima, doveva essere un
divano.
Diede uno sguardo distratto alla televisione accesa. Davano una trasmissione sul giardinaggio.
La casa, nell'insieme, aveva un aspetto pi pulito da quando c'era Paolo. Del resto non aveva
niente da fare, tanto valeva che si rendesse utile in qualche modo.
Prov a cambiare canale. Davano una trasmissione in cui individui assolutamente sconosciuti
consideravano l'ipotesi di sposarsi se si fossero piaciuti abbastanza.
Sentiva Paolo armeggiare in bagno. Forse questa volta il rubinetto del lavandino avrebbe
smesso di gocciolare e anche questo poteva considerarsi un risultato positivo. Non gli dispiaceva la
riconoscenza muta e operativa di Paolo che si dava da fare per non essere di peso. Non gli dispiaceva
nemmeno che avesse deciso di non muoversi, almeno per il momento. Aveva la testa confusa quel
ragazzo, si vedeva dal suo sguardo: non riusciva a decidersi sul da farsi e questo lo spingeva
all'impotenza. Maciste ci aveva provato a farlo uscire, ma senza risultati e questo andava bene, andava
benissimo.
Lo squillo del telefono non lo fece nemmeno sobbalzare. Miracoli della noia. Talmente
profonda da assopire ogni cosa.
Senza perdere di vista la signora non pi giovane che descriveva il suo uomo ideale, quello che
le sarebbe piaciuto sposare, Maciste arpion la cornetta telefonica. - S? - rispose con noncuranza.
Paolo spunt a quel punto dal bagno con entrambe le maniche del maglione sollevate sopra i gomiti e le
mani grondanti.
- Pensavo che fossi uscito -. Si scus vedendo che Maciste era al telefono. Ma non ricevette
risposta: tutta l'attenzione del padrone di casa era attratta, come sotto ipnosi, dalla voce all'altro capo
del filo. Non disse nulla nemmeno dopo aver riattaccato, mentre indossava il giaccone pesante e si
affrettava a uscire.
- Non ti muovere finch non sono tornato, - tuon rivolto a Paolo che era rimasto interdetto. E
usc.
Succede cos: se uno non sta a pensarci la propria situazione non sembra tanto tremenda. Ma
Paolo cominci a pensarci proprio in quell'istante sentendo la porta sbattere. Sentendo la solitudine che
tornava come una vecchia compagna dopo una breve vacanza. Perch di questo si era trattato: una
breve vacanza. Un tempo indeterminato in cui non aveva vissuto, semplicemente non c'era. Ed era
sparito tutto: il fatto di non trovarsi a casa sua, ma qual era la sua casa? Il fatto di non avere un lavoro,
ma non l'aveva avuto mai. E non avere una famiglia...
Forse era giunto il momento di tornare.
Senza pensare si avvi verso il telefono. Bad ad asciugarsi bene le mani prima di afferrare la
cornetta.
La voce che rispose al numero da lui composto gli parve incredibilmente impersonale. - Il
dottor Martis? Un attimo in linea prego -. Semplice e diretto, poi era partita quella musichetta per
riempire i secondi di attesa che non fa altro che far sembrare ore i secondi. Stava per riattaccare. La
voce di Eugenio era trafelata. - Pronto?
- Parlo col dottor Eugenio Martis? - recit Paolo.
- Mh! - fu la risposta sbrigativa.
- Sono Paolo Sanna.
Alberto riusciva a malapena a respirare con la sciarpa che copriva la bocca e il naso. Aveva
lavorato tutta la notte, ma le fotografie erano venute bene. Il matrimonio, una cerimonia in grande, era
stato testimoniato in ogni sua fase: l'uscita della sposa; la frantumazione dei piatti colmi di grano, petali
di fiori, monetine, caramelle e cioccolatini, sul suo cammino. I parenti dello sposo che sorridono
compiaciuti perch lei  bella, bella veramente, bella come non sar mai pi. Poi la cerimonia, con lo
sposo emozionato perch deve leggere a voce alta e la sposa che ripete con un filo di voce. E il
ricevimento con centinaia di invitati nel ristorante pi esclusivo della citt, dove  possibile gustare il
meglio della cucina locale. Le foto di gruppo con i genitori di lei e i genitori di lui; con i testimoni; con
i padrini e le madrine di battesimo e di cresima. Le foto da soli in controluce, col sole che tramonta
oltre le catene montuose.
Quegli sguardi dritti contro l'obiettivo, ma evasivi. Pieni di paura e speranza...
I provini erano stati consegnati alla famiglia della sposa, per scegliere le fotografie pi adatte da
ingrandire; pi rappresentative per l'album rilegato in cuoio.
Ordinaria amministrazione. Tutto come da copione: erano corsi fiumi di vino rosso, molti degli
invitati erano stati ricondotti a casa in stato di semincoscienza dai pochi che non avevano esagerato col
bere. C'era qualche fotografia divertente su questa fase dei festeggiamenti...
Ordinaria amministrazione. Queste cerimonie sono tutte uguali.
Senza considerare lo strazio delle foto a richiesta fotografa mia figlia!, fammi una foto con
lo sposo!, fammi un primo piano di mia moglie...
L'altro pacco di foto era meno voluminoso: Alberto tast la tasca della giacca a vento per
sincerarsi di averlo ancora con s. Anche queste fotografie erano uscite benissimo: l'incontro era stato
ripreso in tutte le sue fasi.
Qui non si trattava di ordinaria amministrazione; quella era roba pericolosa. Talmente
pericolosa da bruciare dentro la tasca.
In redazione Alberto si guard attorno e vide che Maria Vittoria parlava col capo. Lei lo
intercett qualche minuto dopo il suo ingresso e gli chiese di attendere con un cenno. Alberto si batt la
tasca per comunicare che le foto erano l. Maria Vittoria sorrise continuando ad ascoltare Antonio
Sassu che parlava.
- Gli hai detto delle foto? - chiese il ragazzo ansioso, quando riuscirono ad appartarsi.
Maria Vittoria lo guard con un misto di tenerezza e risentimento. Come poteva pensarla cos
stupida!
- No, - disse senza nascondere il disappunto, -  chiaro che no! Non vuole nemmeno che
prosegua a interessarmi della cosa.
- E allora smettiamo, - propose Alberto cercando di essere pi convincente possibile.
- Fammi vedere, - si limit a rispondere lei.
Il ragazzo tolse il pacchetto dalla tasca: per paura non si era tolto la giacca a vento e cominciava
a sentire caldo. Maria Vittoria lo afferr strappandoglielo dalla mano. Sollevando il lembo di chiusura
della busta e facendo attenzione a non far cadere i negativi, diede una rapida occhiata alle immagini.
Le prime risultavano mosse, non troppo chiare, riprese con un grandangolo le figure
sembravano piccolissime. Ma quelle riprese col teleobiettivo erano di una chiarezza che faceva paura.
Il volto di Santino Pau sembrava voler uscire dalla foto, il sindaco si vedeva di tre quarti sul bordo
destro col capo chino. Subiva minacce. Si lasciava strattonare con violenza. Provava a replicare...
- E adesso? - chiese Alberto con ansia. Maria Vittoria non rispose presa com'era dalle immagini
che stava vedendo.
- Che cosa facciamo? - continu Alberto ballando sul posto come se avesse una necessit
fisiologica urgente.
Maria Vittoria continuava a guardare alla rinfusa il mazzo di fotografie che aveva tra le mani. Si
rendeva conto per la prima volta che testimoniavano qualcosa che era avvenuto veramente. E che non
c'era modo di utilizzarle. Non subito, perlomeno.
- Aspettiamo, - rispose recuperando da qualche piega del cervello la domanda di Alberto. - Per
ora aspettiamo, intanto queste le tengo io. E noi ci vediamo stasera, vediamo, verso le nove! - concluse
infilando il pacchetto nella borsa senza aspettare una risposta.
Pensare complica la vita. Questo era tutto.
Maciste si raddrizz aderendo il pi possibile alla parete. Sfilare le mani dalle tasche significava
sottoporle al vento pi gelido di cui avesse memoria, ma in verit non  che ci avesse mai fatto caso. Il
muro sembrava persino caldo rispetto al suolo e i suoi piedi ne sapevano qualcosa: scarpe troppo
leggere forse, suole troppo sottili... Ichnusa arriv sbuffando come un vecchio treno a vapore. Lo
raggiunse e si mise al suo fianco riproducendone la posizione con esattezza. Era pi basso di Maciste;
aveva un che di molle nella figura anche se non si poteva definire grasso, solo il ventre prominente gli
tirava la giacca a vento, di un verde militare, scoprendo i denti della chiusura lampo all'altezza dei
fianchi. Un passamontagna di lana ripiegato sopra la visiera conteneva la sua zazzera crespa che
cominciava a diradarsi sulle tempie.
Coddanzinu se la prendeva comoda: gli altri due lo videro arrivare col giubbotto di jeans tutto
abbottonato sulla maglietta di cotone, i pantaloni che parevano tutt'uno con le gambe tornite e le scarpe
da tennis. Qualcuno, che estemporaneamente si definiva barbiere, era intervenuto, con un tosaerba sulla
sua testa. Coddanzinu sembrava pi basso di quanto realmente fosse; atticciato com'era ci si aspettava
che facesse esplodere gli abiti da un momento all'altro. Era fiero dei suoi muscoli, era fiero di ogni
singola fibra del suo corpo che potesse sviluppare con ore di ginnastica.
- Sei in ritardo, - lo rimprover Maciste.
- Sono arrivato no? - provoc Coddanzinu. - Lo conosciamo? - si inform dopo qualche
secondo di silenzio.
- Lo conosco io! - tagli corto Maciste. - Tu devi solo stare attento a non esagerare. Ci siamo
capiti?
Coddanzinu fece segno che aveva capito.
Alberto non era uno di quelli che potessero rendersi conto di essere seguiti. E se pure se ne
rendeva conto, non era uno di quelli che potesse dar retta a sensazioni ingiustificate. Si guard alle
spalle ancora una volta. Niente. Ecco cosa combina la suggestione. Acceler per raggiungere presto il
tepore di casa e la cena e la televisione e il letto. Al giornale il lavoro si era prolungato pi del previsto
e ogni turno significava ormai trascorrere al chiuso tutte le ore di luce. Ma dover uscire in pieno
pomeriggio non era comunque una gran conquista: l'illuminazione lasciava molto a desiderare. Cosi,
entro breve tempo, al buio si sarebbe sostituita la notte e la luna, che spandendo la sua luce in
un'atmosfera spazzata e resa tersa da giorni di tramontana, sarebbe stata talmente brillante da provocare
ombre.
E come ombre Alberto le percep all'inizio.
Le luci alle finestre erano di un azzurro incerto e tremolante. Se avesse preso il motorino, se
avesse avuto il coraggio di affrontare il freddo, ora sarebbe arrivato da un pezzo. La strada a piedi gli
era sembrata pi sopportabile dei dieci minuti di gelo polare necessari a coprire il percorso col
motociclo. Questo per era successo appena sveglio quando si ritiene di poter contare su pi energie di
quante ne restino alla fine della giornata.
Un giovane con la giacca a vento verde militare si materializz da un vicolo. Aveva la fronte
coperta da un berretto di lana e la barba non rasata.
- Mi fai accendere? - aveva domandato con le labbra intorpidite dal freddo.
Alberto scosse la testa. Lui non fumava. Il giovane mostr una dentatura bianchissima mentre si
scusava con imbarazzo.
- Figurati! - si era limitato ad affermare Alberto mentre si rimetteva in cammino.
Da principio non si accorse della stretta che lo placcava afferrandolo per un braccio.
- Hai troppa fretta! - ironizz il giovane costringendolo a fare un mezzo giro su se stesso. Fu
allora che si accorse degli altri due, uno allampanato, l'altro corto e tozzo.
- Lasciatemi in pace! - divenne implorante Alberto.
Il giovane col berretto esager il suo tono facendogli il verso e gli altri scoppiarono a ridere. Poi
con un movimento secco dell'avambraccio gli piant un pugno sulla bocca dello stomaco. Alberto
emise una specie di grugnito mentre si piegava in due. Senza riuscire a parlare sollevava in aria un
braccio e la mano aperta come a chiedere una pausa. Il secondo colpo fu qualcosa di tremendo: una
ginocchiata probabilmente, nella parte molle tra la mandibola e il pomo d'Adamo. Toss, forse sput
sangue, o si trattava di semplice saliva. Decise di lasciarsi andare, ma il suo sguardo denunciava quelle
domande che sentiva di dover fare, quelle spiegazioni che riteneva di dover richiedere. Molto distante,
molto distante da lui una voce ammoniva a non esagerare con i colpi.
Per fargli riprendere conoscenza fu necessario un buon quarto d'ora. Coddanzinu che si era tolto
il giubbotto sudava abbondantemente. Ichnusa si godeva il suo turno di pausa aspirando con volutt la
sua sigaretta. Maciste non si era nemmeno tolto il giaccone.
Alberto ebbe da subito la percezione del luogo. Una percezione solo olfattiva: dalle trame del
tessuto che gli copriva gli occhi non vedeva che ombre. Sentiva che non poteva muovere le mani e che
il gonfiore alla gola gli impediva di respirare correttamente. Facendo ricorso a tutte le sue facolt
memorizz l'odore di cemento e di ferri arrugginiti tipico dei cantieri edilizi.
Coddanzinu si stava dando da fare cercando di centrare un bidone pieno d'acqua con schegge di
cemento. Era impaziente.
- Un po' di calma, - stava dicendo Maciste col tono del capo. - Appena si riprende
ricominciamo.
- Ve lo dico io che parla, - promise Ichnusa sistemandosi pi comodamente sul tavolone
ricoperto di pagine di vecchi quotidiani.
- Parla, parla... - profetizz Coddanzinu controllando che l'ostaggio stesse riprendendo i sensi.
Alberto percep il suo alito e l'odore acre e dolciastro del suo sudore a pochi millimetri da lui.
Percep il calore innaturale che tutto il suo corpo da bestia emanava. Era quello con le mani bollenti,
quello che gli aveva stretto il collo fino alla perdita della conoscenza. Ma ora, con angoscia, sentiva che
i suoi sensi ricominciavano a rispondere. La mano calda gli artigli la nuca, costringendolo a tendere il
volto verso l'alto.
- Allora, guarda che non mi dispiace se continui a star zitto, perch io mi sto divertendo.
Davvero, mi sto divertendo un mondo.
Il colpo che segu quella frase fece tossire l'ostaggio, era stato assestato nel lato sinistro del
costato con la mano stretta a pugno. Coddanzinu sent le costole rientrare docilmente sotto la
percussione. Alberto si spinse in avanti per quanto glielo permettevano le braccia legate dietro la
schiena, gli pareva di avere la bocca piena di gelatina e prov a sputarla con le poche forze che gli
erano rimaste. La testa riprese a girargli. Prov ad alzarla verso la fonte di calore fetido che l'uomo in
piedi davanti a lui emanava. Tent di aprire la bocca, ma la lingua ingrossata e dolorante gli imped di
dire quello che ora avrebbe voluto dire con tutte le sue forze. L'aria era un grumo di colla e schegge di
vetro che gli grattavano il torace e la faringe. Cominci ad agitarsi sentendo le risate degli altri: non
pareva possibile che non capissero che se gliene avessero dato l'occasione avrebbe parlato, detto tutto
delle fotografie, di quando erano state scattate, della persona a cui le aveva date. Ma tutte le sue buone
intenzioni di collaborazione si risolsero in un gorgoglio privo di senso. E questo s che li fece divertire.
Ichnusa schiacci la sigaretta sotto i piedi. Cominciava ad annoiarsi e aveva freddo.
- Che cazzo te ne frega di coprire chi ti ha pagato per scattare quelle fotografie, basta che dici
un nome e poi finisce tutto. Di che fa un freddo cane!
Aveva ragione. Quello stronzo aveva proprio ragione. Se solo fosse riuscito a organizzare
un'assenso... Alberto cominci ad agitarsi, come in preda alla febbre, in un misto di singhiozzi e strani
barriti. Sentendo il cuore che galoppava fino a schizzargli dal petto aveva un solo pensiero: se non
fosse riuscito a parlare sarebbe morto.
Coddanzinu prese tutto quell'agitarsi come l'estremo rifiuto. Aveva bagnato uno straccio
immergendolo nel bidone colmo d'acqua putrida e lo colpiva nel basso ventre, tra le gambe.
- L'ho visto in un film! - si gloriava.
Allora scese una specie di buio, preludio spaventoso a una pausa in quella specie di malessere
tanto globale da rendere temibile qualunque cambiamento, qualunque interruzione. Cos Alberto
sperava che non smettesse perch nuovo dolore, dopo un'altra pausa, non sarebbe stato sopportabile.
Strinse le mascelle per controllare la saliva che sentiva colare, schiumosa, dalla bocca. Poteva essere un
modo per mantenere il controllo. Poteva essere un modo per articolare un nome. Ma, colpo dopo colpo,
gli rest solo il rombo del sangue che sfondava le pareti delle tempie...
Capitolo quinto
L'ufficio della dottoressa Comastri non era molto luminoso. Era situato nell'ala del palazzo che
volgeva verso il colle di Sant'Onofrio. Non troppo tempo prima, dalle enormi finestre in rovere dipinto
di nero perch sembrasse ebano, si potevano vedere alberi e formazioni rocciose, ora il panorama
mostrava palazzi signorili. con ampi balconi e ville in stile pompeiano. Oltre il palazzo prospiciente la
finestra sinistra, per chi guardasse la stanza dalla porta d'ingresso, si intravvedevano le guglie del
castello in stile medievale costruito negli anni venti sulla cima del colle.
Danila Comastri spalanc la porta dal corridoio facendosi da parte per far passare Salvatore
Corona. Dopo un attimo di imbarazzo lui si decise a entrare. L'ufficio era confortevole, pulito in modo
sorprendente, segno che la dottoressa Comastri stava simpatica alle donne delle pulizie, o che delle
pulizie si occupava personalmente.
- Non riuscirei a vivere in un ambiente sporco, - chiar lei come leggendogli nel pensiero. - Non
era cos all'inizio, - continu. - Ma pare che senza una protesta scritta non si riesca a ottenere un ufficio
veramente pulito.
Salvatore Corona sorrise delle sue congetture.
- Certo, - insisteva. - Ho fatto una protesta scritta.
- E magari lasciava le pallottole di carta in punti strategici per controllare il grado di efficienza
delle donne -. Irruppe lui senza controllo, ma tent di smorzare il tono di rimprovero con un sorriso di
complicit.
Danila Comastri accus il colpo e non sembr notare il sorriso.
- Certo, - sfid. - Ho fatto cose del genere e anche di peggio se proprio lo vuol sapere, e sa una
cosa?, non mi sento affatto in colpa.
- Non intendevo dire questo, - prov a scusarsi Salvatore Corona usando i toni bassi del
penitente. A guardarla bene poteva definirsi bella, ma non di quella bellezza che avesse un significato
per lui. Decise di sedersi su un divanetto di pelle distante dalla scrivania. E lo fece senza che lei lo
invitasse a farlo. Su un tavolino fra le due finestre proprio di spalle all'ampia poltrona girevole della
dottoressa campeggiava un PC nuovo di zecca con tanto di stampante. Danila Comastri rimase in piedi,
senza preoccuparsi di riempire i secondi di silenzio che si stavano frapponendo fra lei e il suo ospite.
Salvatore Corona sapeva che si trattava solo di aspettare senza forzare gli eventi. Diede un'occhiata
distratta a una serie di depliants turistici appoggiati sul bracciolo del divano.
- Vacanze? - chiese all'improvviso mostrando un fascicolo coloratissimo con una spiaggia
tropicale in copertina.
- No, - rispose lei con una punta di goffaggine. - Ma mi piace pensare di averne il tempo -.
Sorrise di se stessa come se fosse stata scoperta nella sua debolezza. Si riprese in un istante: - Ha mai
usato un DB? - chiese a bruciapelo.
Salvatore Corona fece segno di no. Disse che per sapeva di cosa si trattava.
- Bene, - comment lei. - Faciliter le cose. Lei sapr che sull'inchiesta intorno alle bambine
scomparse esiste del materiale... non... ufficiale.
Salvatore Corona fece cenno di s. Erano arrivati al punto.
- Ho passato giorni interi a inserirlo nel mio computer, - spieg Danila Comastri. - Penso che
dovremmo dargli un'occhiata insieme.
- Non credo che sia una buona idea, - cerc di opporsi lui. - Quell'inchiesta non  di mia
competenza, non pi -. Si corresse. Aveva una strana ansia nel tono di voce. Lei percep quell'ansia, ma
si limit a fare un mezzo giro per arrivare dall'altra parte della sua scrivania. Prese a collocare, sul
piano sgombro, una serie di pilette di fogli. - Ci sono delle cose che posso capire solo con il suo aiuto, -
continu ignorando le proteste di lui e invitandolo ad avvicinarsi.
Salvatore Corona ripose i depliants sul bracciolo del divano, esattamente dove si trovavano e si
sollev con uno sbuffo. Raggiunta la scrivania vide che a ogni piletta di fogli corrispondeva una serie
di informazioni divise per argomento.
Sul primo gruppo di fogli c'era scritto GRAZIA MEREU, in un vistoso grassetto da stampante
ad aghi. Sul secondo, con gli stessi caratteri: IMMACOLATA CNTENE. Sul terzo: LORENZA
IBBA. Sul quarto: INES LEDDA.
- Ho pensato, - attacc la dottoressa Comastri rompendo il silenzio, - che una strada poteva
essere quella di riordinare ogni cosa. Ma capisce bene che, quando si usano sistemi come questo, tutto
dipende dalla definizione dei campi.
Salvatore Corona capiva bene. Era una questione di precisione: dire alla macchina di sfruttare
tutte le possibili connessioni; era una questione di battitura, in fondo.
- Se le informazioni sono state inserite nel modo corretto, se  possibile una lettura orizzontale e
verticale di dati, allora vuol dire che siamo sulla strada giusta.
Salvatore Corona fu stranamente grato per quel plurale. Fece un sorriso di approvazione.
- Ecco come ho proceduto: a ogni fascicolo corrispondono una serie di voci ricorrenti. Mestiere
dei genitori; scuola di appartenenza; classe di appartenenza; caratteristiche fisiche salienti; indirizzo;
attitudini; varie. Tutto questo, chiaramente partendo dal presupposto che questi avvenimenti siano
collegati fra loro...
- Percentuale di forzatura? - chiese il magistrato a bruciapelo.
Danila Comastri strizz gli occhi oltre le lenti dei suoi occhiali. - Trenta per cento? - propose.
- Cinquanta? - rilanci Salvatore Corona.
- Quaranta, - concluse lei soffocando una risata.
Salvatore Corona non riusc a trattenere un moto di ammirazione mentre constatava il modus
operandi della dottoressa Comastri. Non che da tutto quel lavoro scaturissero verit evidenti. Tuttavia
quell'ordine, quei dati che avevano ognuno un posto prestabilito davano un senso di tranquillit. Pareva
che si potessero afferrare con pi semplicit...
La donna aveva preparato uno schema riassuntivo. - Nella prima colonna, - stava dicendo, - ci
sono i nomi delle vittime; nella seconda date e luoghi delle sparizioni; nella terza quelle dei
ritrovamenti; nella quarta nomi e professione dei genitori delle vittime; nella quinta breve riassunto
degli elementi trovati finora per ogni singolo caso. Pensa che manchi qualcosa? - chiese
improvvisamente.
- Vedo che ha inserito anche la bambina morta di veleno, - osserv il giudice Corona, come
pensando a voce alta.
La donna annu stringendo le labbra: - Credo che questo inserimento faccia alzare notevolmente
la percentuale di arbitrio, ma voglio provare! -, rivel con aria fiduciosa.
- Bisognerebbe stabilire se ci sono punti in comune, - farfugli Salvatore Corona. Aveva in testa
una specie di musica, come una sonata per archi, ma rallentata. Si guard intorno per cercare da
sedersi.
Danila Comastri allung il braccio per rallentare la sua caduta e dirottarlo verso la poltrona
girevole.
- Lei non sta bene! - constat.
Salvatore Corona agit la mano come a dire che non era niente: - La pressione, - spieg. - 
solo un calo di pressione. Sto gi meglio -. Si alz dalla poltrona di scatto barcollando ancora qualche
secondo prima di sentirsi stabilmente in piedi. - Continuiamo, - ordin quasi, vedendo che la dottoressa
Comastri lo stava guardando senza risolversi a far niente. - Dicevo che bisogna stabilire se ci sono
punti in comune.
Danila Comastri gli consegn il foglio con lo schema riassuntivo.
- Sono bambine: hanno tutte un'et compresa tra i nove e i dodici anni; studiano nella stessa
scuola, anche se in classi diverse. In due casi su quattro sono giudicate bambine estroverse. Tre su
quattro sono di estrazione borghese, hanno padri con lavori sicuri: Salvino Cntene  geometra nello
studio Paggi, il padrone dell'Archisarda Srl; Marcello Ledda  guardia forestale; Giorgio Ibba
impiegato comunale. Giulio Mereu , era, l'unico disoccupato. In due casi su quattro ci sono
testimonianze o reperti che attestano la presenza di videocassette e in tutti e due i casi chi possiede le
cassette non possiede il videoregistratore.
- Tre casi... - Si intromise il giudice Corona. La dottoressa Comastri lo guard senza capire. -
Sono tre i casi in cui compare la videocassetta: il maresciallo Pili ha trovato le etichette ancora
inutilizzate di un nastro proprio nella radura dove  stata ritrovata Ines Ledda.
- Era questo che cercava... - riflett Danila Comastri. - Lo sa anche lei che non significa niente?
- chiese dopo una breve pausa. - Le videocassette sono strumenti di uso comune ormai. Pu capitare di
averle in omaggio e uno se le tiene in casa anche se non ha il videoregistratore e, per quanto riguarda le
etichette trovate dal maresciallo in quella zona di campagna, potrebbero essere di chiunque, che so?,
qualcuno che  andato l per una scampagnata e ha ripreso parenti e amici.
La riflessione non faceva una grinza.
- Una su quattro  viva: non ha subito maltrattamenti o abusi di carattere sessuale. Una su tre 
stata ritrovata morta: non ha subito maltrattamenti, n abusi sessuali prima della morte, ma dalla
necroscopia risulta fuori di dubbio che non era vergine e che aveva subito un aborto.
Salvatore Corona si irrigid.
- Il maresciallo Pili non poteva saperne niente: ho impedito al commissario Curreli di passargli
questa notizia. E ho disposto che non venisse diffusa a nessun livello, lei mi capisce...
Salvatore Corona approv con convinzione. - Perch lo fa? - chiese a bruciapelo.
- Perch faccio cosa? - la dottoressa Comastri rispose con una domanda retorica.
- Questo -. Si limit a chiarire Salvatore Corona indicando il foglio riassuntivo che lei aveva
diligentemente preparato.
Danila Comastri trasse un lungo sospiro. Con un gesto automatico del dito assest ancora una
volta il ponticello degli occhiali sul naso. - Non lo so esattamente, il mio primo impeto  stato quello di
incriminarli subito. Poi mi sono convinta che abbiano agito in buona fede. Sono delle ottime persone,
anche se il loro atteggiamento resta intollerabile dal punto di vista procedurale. Ho intenzione di
chiedere le loro dimissioni quando questa storia sar finita.
Salvatore Corona pens alle parole del maresciallo Pili, pens alla sua determinazione di
lasciare l'Arma. - Ha gi ventilato quest'ipotesi al commissario Curreli? - chiese pi per curiosit che
per interesse.
Danila Comastri accenn di no: - Ma credo che l'abbia capito da solo -. Aveva il tono di chi
deve dare una cattiva notizia. - E lei? - incalz.
- Io?
- Com' che ha deciso...?
Salvatore Corona non la lasci finire. - Non ho deciso! - ammise seccamente. - La mia non 
una situazione che permetta di decidere qualcosa. E comunque non credo che potrei continuare in
questa sede.
- Ha intenzione di chiedere un trasferimento?
- Ho intenzione di lasciare che le cose facciano il loro corso, per il momento.
Qualche minuto dopo la dottoressa Comastri stava parlando a ruota libera: c'erano un sacco di
elementi che ancora non avevano trovato una collocazione. Chi aveva chiamato per rivelare dove fosse
stata sepolta Ines Ledda? Almeno un altro dei compagni del maresciallo alla battuta di caccia era
informato su quanto sarebbe accaduto: in che termini? Il diario di Grazia Mereu? La famiglia dove
Immacolata Cntene trascorreva addirittura intere settimane?
- Tutte indagini gi fatte, - tent di minimizzare il giudice Corona. - La telefonata anonima  un
dato su cui si possono fare poche ipotesi: o si tratta dell'assassino, ma non capisco a questo punto
perch non ha detto dove si trovi Grazia Mereu.
- Forse non lo sapeva! - intervenne Danila Comastri.
- Oppure, - continu lui senza lasciare che il filo dei suoi pensieri si spezzasse, -  proprio
qualcuno di quei gitanti che potrebbero aver fatto il filmino.
La donna fece una smorfia di riflessione. - In tutti i casi chi ha indicato la tomba di Ines Ledda
non sapeva dove si trova il corpo Grazia Mereu. O vuole farcelo credere.
- Abbiamo battuto palmo a palmo tutto il territorio dove  stata trovata la bambina pensando a
una sorta di cimitero, ma non c' traccia di altri cadaveri.
- Sinceramente tutto questo non ha senso, non ha un briciolo di logica, - lament la dottoressa
Comastri, cominciava a sentirsi veramente stanca.
- A meno che... - Il giudice Corona si prese qualche secondo per l'effetto, - Grazia Mereu non
sia ancora viva.
Lo squillo del telefono interruppe la scena come nei film, quando i protagonisti stanno per
baciarsi. Danila Comastri ci mise qualche secondo per realizzare che lo squillo proveniva dal suo
apparecchio. Afferrata la cornetta stette ad ascoltare con lo sguardo che si rabbuiava.
- Vengo subito! - esclam riattaccando con un gesto fulmineo. - Un cadavere, una vecchia, pare
furto, - riassunse cercando il cappotto.
Il commissario Curreli cerc di farsi largo per raggiungere il cadavere. Un giovanotto in camice
bianco era chino su di esso: aveva sollevato la gonna alla vecchia, ed esposto le natiche vizze di un
colore giallognolo, per controllare la temperatura con un termometro.
La temperatura rivelava che la vecchia doveva essere morta da parecchio tempo.
- Tre giorni come minimo, - disse il giovane senza voltarsi. - Ha praticamente la stessa
temperatura dell'ambiente -. Controll la colonnina di mercurio che aveva fatto davvero poca strada.
Facendo un mezzo giro su se stesso mostr il termometro al commissario. Egli diede uno sguardo
generico cercando di liquidare sbrigativamente quell'incombenza.
- La copra, - ordin riferendosi al fatto che la gonna della vecchia era sempre sollevata sui
fianchi.
Il medico segn sul suo foglio prestampato il risultato dell'operazione appena compiuta. Poi
sterilizz il termometro con un batuffolo di cotone idrofilo impregnato di disinfettante e copr il
cadavere ritirando gi la gonna.
- Nessun segno di caduta, - continu il giovane come ripetendo a voce alta quello che andava a
scrivere.
Il commissario Curreli aspett che finisse e si rialzasse. Un agente raccoglieva i grani del
rosario sparsi sul pavimento e li riponeva in una bustina segnando con un pennarello il punto esatto da
cui venivano raccolti.
- Ha lottato? - chiese il commissario al medico. - Parrebbe di s. Ha un vasto ematoma sul collo.
Due segni principali qui, all'altezza dell'epiglottide, due dita piuttosto forti, ma non abbastanza da
ucciderla...  per questo che  morta, - concluse mostrando con la penna sul collo della vittima una
lunga striatura continua qualche centimetro al di sotto.
Il commissario aggrott le sopracciglia. Il medico si alz mettendogli le mani al collo senza
stringere. - Questi sono i primi segni, - spieg appoggiando entrambi i pollici sull'epiglottide del
commissario. - Ma non sar stato facile, ha graffiature e due solchi lasciati dalle unghie dell'assassino
proprio qui, - disse affondando leggermente le unghie nel collo ruvido del commissario.
- Deve essersi liberata e deve aver tentato di raggiungere l'uscita, senza fortuna, l'assassino l'ha
ripresa e strangolata, probabilmente col suo stesso fazzoletto: ecco il secondo segno.  chiaro che tutte
queste sono ipotesi da confermare. L'unica cosa che mi pare fuori di dubbio  che non  stata uccisa
dove l'abbiamo ritrovata. Direi anzi che  stata appoggiata al suolo quando era gi morta. Ha
un'escoriazione al calcagno destro e ha perso entrambe le scarpe. L'uomo era molto forte, almeno dieci
centimetri pi alto di lei, l'ha sollevata mentre le stringeva il collo. Poi l'ha trascinata.
- Segni in tal senso? - chiese il commissario all'agente che aveva terminato di raccogliere i grani
del rosario e si era fermato ad ascoltare le ipotesi del medico legale.
L'agente fece segno di no, ma c'era troppa confusione per stabilirlo con esattezza.
- Potrebbe trattarsi di striature appena visibili, avete controllato nel cortile?
L'agente guard il commissario con un impercettibile moto di scetticismo. Il commissario
abbozz un sorriso, come a dire che poteva rispondere. - No, - sibil l'agente dopo l'assenso e attese che
il commissario parlasse. - Controllate il cortile, - si arrese lui. L'agente vol fuori posando sul tavolo la
bustina contenente le sferette scure.
Giuseppina Floris si alz dalla sedia. - Sono stanca, - implor. - Ho gi raccontato ogni cosa
all'agente.
Il commissario Curreli la guard scrollando le spalle. - E cos', signorina, io sono meno di un
agente? - Ribatt mettendosi a sedere di fronte a lei. Poi si curv in avanti per arrivare a pochi
centimetri dal suo viso.
- Non  che mi interessi sapere tutto, ma il problema  che se lei non mi racconta tutto, io non
so che cosa mi interessa sapere.
Giuseppina continu a guardarlo per qualche secondo. - Non  che non voglia parlare con lei,
mi creda, ma vorrei evitare di ripetere tutto quando arriva il giudice istruttore. Che dice, aspettiamo? -
provoc cercando di imitare il tono di lui.
- Il giudice istruttore, - sbott il commissario. - Cose dell'altro mondo. Se questa  la stampa... -
Lasci la frase in sospeso come a enfatizzare la sua delusione. - Le cose sono cambiate, signorina,
molto cambiate: il giudice istruttore, come lo chiama lei,  roba vecchia, passata, ha capito?
Giuseppina non si scompose, mantenne anzi un'aria assolutamente serafica. Prese la terza
sigaretta in venti minuti e l'accese con calma. - Quando arriva il sostituto procuratore incaricato di
coordinare le indagini faremo una lunga chiacchierata, - scand.
Nella stanza faceva freddo, nonostante il via vai di persone che si davano da fare per
selezionare reperti e compilare moduli. La dottoressa Comastri decise di non togliersi il cappotto.
Strizzando leggermente gli occhi si sforz di desumere una storia dagli spezzoni di racconti del medico
legale, dell'agente di servizio, del commissario Curreli.
La signorina seduta era una giornalista, si stava occupando del caso delle bambine scomparse.
- E cos la sua inchiesta l'ha portata in questa casa Danila Comastri non riusciva a frenare un
tono di sufficienza mentre faceva questa constatazione.
Giuseppina sbuff impercettibilmente. - Volevo tentare di inquadrare la vicenda a tutto tondo.
- Aveva qualche elemento che le facesse collegare la vittima all'ultima bambina scomparsa?
Giuseppina accus il colpo, si ferm a guardare la donna che stava in piedi davanti a lei.
Dovette sollevare il mento per farlo. - Lei cosa ne dice? - domand in tono di sfida.
La dottoressa Comastri abbozz un sorriso: non era sorpresa, ma leggermente infastidita dalla
sicurezza della testimone.
- Non stiamo facendo un'intervista. Signorina?
- Floris!
- Signorina Floris. E in questo caso sono spiacente di doverle comunicare che, come accade nei
pi triti telefilm, le domande le faccio io.
Il commissario Curreli cominci a grattarsi il naso per non scoppiare a ridere.
- Se ci sono informazioni di cui  al corrente la sua principale preoccupazione dovrebbe essere
quella di renderne partecipi gli inquirenti signorina Floris! - rincar Danila Comastri, scegliendo il tono
pi minaccioso che era in grado di esprimere.
- Niente del genere, - si affrett ad affermare Giuseppina. - Semplicemente tentativi.
-  una storia vecchia! - inve il commissario Curreli. - Non ci siete mai quando servite
veramente! Sapete solo creare confusione e panico!
Danila Comastri fece un segno con il braccio per invitarlo a tacere. - Bene, - disse rivolta a
Giuseppina. - Se lei non ha pi niente da dire, io non ho pi niente da chiederle. Lasciatela andare per
ora, - ordin mentre si dirigeva verso la stanza attigua.
- Non hanno preso niente, - spiegava l'agente. - Ma l'appartamento  completamente sottosopra.
Cercavano qualcosa... - prov a concludere.
- O hanno tentato di simulare un furto, - riflett Danila Comastri. - La donna non viveva sola.
L'agente fece cenno di no e mostr la fotografia di un ragazzo in abito da prima comunione. -
Era una ragazza madre, - spieg. - Non deve essere stato facile per lei a quei tempi. Tuttavia il bambino
fu riconosciuto quando aveva circa nove anni e porta il cognome del padre naturale.
- Sarebbe il ragazzo scomparso?
L'agente assent con aria scorata. - Aveva dei precedenti: ubriachezza molesta; rissa. Credo che
sia scappato con i risparmi della vecchia, non pare che manchi nient'altro.
- Ammesso che la vittima li tenesse a casa i risparmi.
- In tal caso non abbiamo trovato libretti bancari o comunicazioni di Istituti di Credito.
- Libretto Postale? Lo fanno spesso le persone anziane.
L'agente scosse la testa. - Non risulta, - comunic.
Danila Comastri vide avanzare il commissario Curreli, aveva un'aria trionfante. Teneva in bella
vista tra indice e pollice una sferetta scura. - Un grano del rosario! - Annunci scoprendo una dentatura
curatissima. - Nel cortile, vicino all'uscita!
Capitolo sesto
Eugenio Martis rimase interdetto per qualche secondo. - Paolo Sanna? - chiese per essere
assolutamente certo di aver sentito bene.
Dall'altro capo del filo, tardava ad arrivare una conferma. Paolo si accorse che stava facendo di
s con la testa. - S..., - rispose alla fine in modo stentato; improvvisamente non era pi sicuro di voler
fare quello che stava facendo. - Ecco... - riprese. - Pensavo che forse...
Eugenio sapeva che, se lo avesse lasciato continuare, si sarebbe trattato di una telefonata troppo
lunga. - Hai bisogno di vedermi? - chiese in modo un po' troppo sbrigativo.
- Be', bisogno... - riprese a tentennare Paolo.
- Ti va bene domani? - tagli corto Eugenio.
- No -. La voce di Paolo adesso era chiara e priva di incertezze. - Non va bene domani. Devo
vederla oggi!
Se non fosse stato per la risolutezza espressa dal suo interlocutore Eugenio avrebbe riso. - Non
 possibile oggi! Ho un mare di pazienti che hanno gi preso un appuntamento, senza contare che
passer la notte al carcere -. Com' che improvvisamente gli pareva di scusarsi? Ricacci quella
domanda in un punto molto profondo della sua mente.
- Allora non fa niente, - grid quasi Paolo, senza risolversi a riattaccare.
Passarono altri secondi di silenzio.
- Sei ancora l? - ritent Eugenio con voce pi calma.
- S, - rispose in modo appena udibile l'altro. - Dottore... - segu ancora una pausa. - Dottore,
non so cosa devo fare, davvero non ha senso, non ha senso: meglio morti...
- Paolo, adesso ascoltami bene: ti vengo a prendere a casa. Aspettami...
Questa volta fu Paolo a interromperlo: - Non sono a casa, - spieg come se il medico potesse
vedere l'appartamento di Maciste. - Era proprio questo: io a casa non ci torno...
- Dimmi dove sei allora, ti vengo a prendere! - ripet Eugenio Martis.
Paolo fece una strana risata: - Lei mi ha detto che avrei potuto chiamarla, che... insomma...
piuttosto che bere... - Non complet la frase, ma sentiva che il messaggio era stato percepito. - Ora mi
berrei tutto quello che si pu bere, non  possibile, cos non  possibile... - continuava a parlare senza
curarsi che qualcuno lo stesse ad ascoltare. - Non ce n' lavoro,  inutile parlare di queste cose; che
cosa ci sto a fare al mondo. Io non sono niente, capisce? Che cosa si pu fare in un posto come questo?
Eugenio tent di afferrare una sedia. Con uno stridio di metallo sul pavimento riusc ad
avvicinarne una al telefono. - Intanto si pu tentare di stare calmi e di non prendere decisioni in
momenti come questi, - disse mettendosi a sedere.
- E quando mai ho preso decisioni nella mia vita? Dottore, ma che decisioni vuole che prenda;
io sono di quelli che le decisioni non le ha prese mai!
- Hai deciso di chiamarmi.
- Bella decisione: non  che abbiamo concluso molto.
- Dimmi che cosa succede Paolo! - Il tono di Eugenio si era fatto professionale. Con un gesto
invit la ragazza che gli faceva da assistente a controllare quanti pazienti fossero seduti nella saletta
d'attesa. La ragazza sollev la mano mostrando tre dita.
Paolo Sanna taceva. Attendeva, come se fosse in grado di vedere ci che succedeva al di l del
filo del telefono. Attendeva che si interrompesse quella specie di tramestio di messaggi muti tra il
dottore e la sua assistente. - Non voglio farle perdere altro tempo, - disse a un certo punto.
Eugenio Martis strinse nervosamente la cornetta.
- Che cosa succede Paolo! - ripet.
Il ragazzo prese a respirare profondamente. Ansimava come se stesse tentando di trattenere il
pianto.
- Non lo so - Si arrese emettendo pi un lamento che una frase compiuta.
- Che cosa vuol dire non lo so? - incalzava Eugenio Martis.
- Vuol dire che  una giornata storta! - concluse il giovane. Aveva assunto un tono definitivo. -
Ma va meglio ora, va molto meglio.
- Dimmi dove sei, dimmi dove posso venire a prenderti!
La risata che segu a questa frase era stridula, quasi emessa da un adolescente con la voce
ancora informe. Eugenio imprec mentalmente. - Non metterti nei guai Paolo, - implor.
- Non c' niente, niente, che vada per il verso giusto, dottore.  successo cos: le ho messo le
mani addosso. L'ho presa per il collo! Capisce? Che cosa devo fare?
- Di chi stai parlando! - La frase sfuggi al controllo del medico.
- Lei sapeva tutto, capisce? Lei lo sa perch Ines se n' andata.
- Lei chi?
- Me ne sono accorto cos, all'improvviso: lei sa tutto mi sono detto, avrei potuto ammazzarla
in quel momento! Eravamo stati prudenti, molto prudenti. E io l'amavo, dottore. Ce ne dovevamo
andare, fuggire insieme da qualche parte.
- Adesso ascoltami bene! - si intromise Eugenio Martis. - Non potr aiutarti se non ti sforzi di
essere pi chiaro: di chi stai parlando? Dove ti trovi?
- Troppe domande, dottore, lei deve rispondere, non fare domande -. C'era qualcosa di
tristemente definitivo in questa frase. C'era qualcosa di tristemente definitivo nel segnale che informava
che la comunicazione era stata interrotta.
E ora, preparare il proprio, poverissimo, bagaglio, prima del ritorno di Maciste. Senza dare
ascolto alle notizie locali trasmesse dal televisore perennemente acceso.
Capitolo settimo
- Non  esatto! - protestava il maresciallo Pili. Aveva un aspetto trasandato come di qualcuno
che non dormisse da parecchie notti. Teneva fra le mani il promemoria stilato dalla dottoressa
Comastri. - Qui per esempio, - disse indicando un punto della lista, - Giulio Mereu non era un
disoccupato, era disoccupato in quel momento: quando la figlia  scomparsa!
Il giudice Corona lo guard come ai vecchi tempi con un misto di sorpresa e divertimento.
- Giulio Mereu ha lavorato per quindici anni come capocantiere in almeno tre imprese edili, ed
era giudicato tra i migliori.
- Che cosa vogliamo fare maresciallo? - La domanda risult pi severa di quanto Salvatore
Corona avesse previsto. Il maresciallo non rispose, sapeva che se avesse aspettato qualche secondo il
giudice avrebbe sviluppato il suo pensiero. Tuttavia non smise di agitare il foglio che stringeva tra le
mani. - Vogliamo fare il contagocce? - insistette il giudice. - L'indagine  stata fin troppo complicata da
questi atteggiamenti: questa  l'ultima occasione per dire tutto. La dottoressa Comastri sta facendo
qualcosa che potrebbe costarle la carriera, lo capisce? Potrebbe mandarvi in galera. Si rende conto che
sta occultando indizi fondamentali? Senza considerare che lei, maresciallo, si  occupato di un'indagine
che non era nemmeno di sua competenza! Cos'ha che non va questo quadro?
- Non  preciso, - sussurr il Nicola Pili come un bambino colto in fallo.
- Bene, - acconsent Salvatore Corona. - Questa  una penna: voglio che lei mi segnali tutte le
imprecisioni.
Il maresciallo non prese la penna. Cominci a grattarsi il mento con fare nervoso.
- Questa non  una storia sua, maresciallo, ma ci sono buone probabilit che questa sia la sua
ultima storia, - rincar Salvatore Corona.
Nicola Pili scroll le spalle, segno che lo sapeva. Segno che era pronto. - Giulio Mereu non era
un disoccupato, - ripet con un filo di voce. - Cio tecnicamente s, ma non si poteva definire tale: lui si
era licenziato.
Il giudice Corona si accomod nella poltrona del suo ufficio per ascoltare meglio. - Vada
avanti, - s'infervor.
- Circa dieci giorni prima della scomparsa della figlia. Io penso che ci sia un collegamento fra le
due cose. Durante le indagini questa circostanza non fu presa in considerazione.
- Certo che non fu presa in considerazione! Non ce n'era motivo!
- Penso che fosse sottoposto a pressioni, - continu il maresciallo senza lasciarsi interrompere.
Gli fu necessario solo sollevare un poco il tono di voce. - Al lavoro, intendo. L'ultima impresa in cui
era stato assunto...
- Pressioni di che tipo, secondo lei?
- Ma non lo so,  solo un'ipotesi.
- Di che impresa si trattava, si  informato?
Il maresciallo tent di prendere tempo. Aveva una sorta di pudore a dimostrare quante
informazioni avesse tenuto per s. - Edilbarbagia, - sussurr.
- E sono due, - constat il giudice Corona. Il maresciallo gli rivolse uno sguardo interrogativo. -
Due imprese, - si affrett a chiarire l'altro. - Salvino Cntene  geometra presso lo studio Paggi, che 
poi il padrone dell'Archisarda Srl -. Lesse con voce impersonale direttamente dal quadro riassuntivo. -
Le imprese edilizie, maresciallo? - chiese illuminandosi.
- I cantieri! - conferm il maresciallo.
- Questa  un'ipotesi che non avevamo considerato -. Salvatore Corona aveva un tono
sovraeccitato. Con la penna tracci una linea sulla colonna dove erano segnate le ipotesi di
collegamento tra le varie bambine scomparse. Imprese edilizie scrisse con una grafia in stampatello.
Nicola Pili aspett che finisse di scrivere prima di parlare: - C' un'altra cosa... - disse
misurando le parole, provava a vincere l'imbarazzo tastandosi le tasche della giacca della divisa. Ne
tolse una piccola busta trasparente con una chiusura a cerniera, conteneva una forcina. Di quelle forcine
che, un tempo, sarebbero state d'osso o di corno, ora sono semplicemente di plastica. Una grossa
forcina per chi avesse molti capelli da mettere a posto. L'oggetto aveva una lunghezza di circa dieci
centimetri.
Il giudice Corona guard il maresciallo tentando di mantenere la calma, ma la rabbia, mista a
uno stupore angosciato, si stava impadronendo del suo sguardo impedendogli di controllarsi. - Si rende
conto! - sbott. - Si rende conto -. Ripet in maniera pi flebile deglutendo con uno strano rumore
secco della gola. - Per questo c' la galera! - Senza rendersene conto aveva detto l'ultima frase come un
lamento. Il maresciallo non aveva spiegato nulla, ma lui sapeva, sapeva che quel reperto faceva parte
dei ritrovamenti sul luogo della sepoltura dell'ultima bambina. Il maresciallo affront l'attacco
atteggiando le labbra in una specie di broncio. - Siamo al capolinea, dottore, - ponder senza
scomporsi. - E lei sa benissimo cosa sarebbe successo: un indizio come un altro, c' tanta di quella
gente che va a fare spuntini in quella parte di bosco! - detto questo si pieg in avanti indicando con un
dito un punto interrogativo che la dottoressa Comastri aveva segnato con la penna, all'altezza della
voce videocassette nel quadro riassuntivo degli indizi. - Un altro punto interrogativo, - continu il
maresciallo. - Che prova sarebbe, una vecchia che ha perso una forcina...
- Una vecchia, - ripet Salvatore Corona sovrappensiero. - Chi le dice che si tratti di una
vecchia?
Il maresciallo sorrise. - Andiamo, dottore, lo sa anche lei che questi aggeggi li usano solo le
donne anziane, nessuna ragazza moderna porta il concio.
Capitolo ottavo
La strada verso casa.
Si fa e basta. Con la testa e le mani che agiscono da sole e i piedi che premono sui pedali
dell'auto senza nemmeno consultare il cervello. Questo significa sapere le cose. Farle e basta. Fino al
punto in cui bisogna fermarsi, aspettare che il cancelletto automatico finisca di spalancarsi e di
uggiolare ed entrare verso il posto macchina.
Si era alzata la tramontana. Come sempre nei tardi pomeriggi bui. E scendere dall'abitacolo,
innaturalmente surriscaldato, poteva significare dar corso a un piccolo atto di coraggio.
Il giardino condominiale era tutto un seccume di rami scheletrici e siepi ingiallite. Anche l'erba,
tra le fessure del rivestimento in lastre di cemento del cortile, non era nient'altro che rafia giallastra.
Mettevano malinconia quelle sere e inducevano alla fuga.
Eugenio Martis tir il freno a mano e cerc i guanti nel sedile di fianco, quello del navigatore
come lo chiamava lui. Mani calde nei guanti caldi: questa era la regola, fin da bambino, per affrontare
il freddo. Come si dice: se le mani e i piedi sono caldi il gelo non si sente. Attravers i trenta metri che
lo separavano dal portone di casa come un para in esercitazione, chinandosi in avanti per non prendere
il vento, che si faceva rabbioso, sulla faccia. Occorsero alcuni secondi per infilare la chiave ed entrare
nel vano scale gelido, ma gi confortevole. Poi sino all'ascensore. Quarto piano. E la porta di casa.
Dalla stanza del soggiorno arrivava il gracidio di una televisione accesa: il notiziario serale.
Quello locale. Quello che si riconosce dall'inflessione dei giornalisti.
Giuseppina stava seduta al buio nel divanetto fiorato di fronte all'apparecchio televisivo.
Eugenio poteva scorgerne la cupola del cranio in controluce. - Gi a casa? - chiese con sorpresa
gratitudine.
La donna non si mosse. Sollev una mano oltre la spalliera del divano perch lui gliela
stringesse. Lui gliela strinse, poi si chin a baciarla. Giunse sino alla fronte afferrandole il mento per
costringerla ad andargli incontro.
- Hai le mani calde, - disse lei strofinandosele sul viso come un gatto che pretendesse carezze. -
Dormo da te stanotte, - gli comunic.
Eugenio fece il giro per raggiungerla sul divano. Le cinse un braccio intorno alle spalle. E se la
tenne stretta senza dire nulla. Le immagini davanti a loro potevano essere solo un'ipotesi della realt
che turbinava, come la tramontana, fuori dalla casa. Chiusa oltre la porta.
- Sei triste, - disse lei all'improvviso.
- Stanotte sono alle carceri, - fu la risposta. -  il turno mensile.
- Resto lo stesso se non ti dispiace.
- Domani mattina ti porto le paste calde.
Cos passavano i secondi, in un calore che era una protesta. In silenzio. Con le teste che
combaciavano dove il sangue pulsa pi forte.
- Come mai sei a casa? - richiese lui per rompere quel silenzio che si faceva pesante e
cominciava a lasciare troppo spazio ai pensieri.
- Vacanza! - annunci lei staccandosi dal contatto per ritornare alla realt. - Mi hanno messo in
vacanza, - chiar con un po' di amarezza.
Eugenio la guard interrogativo.
- Si d il caso che mi sia imbattuta in un omicidio -.
Giuseppina scand la frase guardando negli occhi il suo uomo. Si aspettava uno stimolo a
proseguire. Ma lui restava immobile, solo pareva un bambino, che avesse un sorriso pronto a esplodere.
- Avevo deciso di parlare con Salvatora Fenu, s: quella donna che teneva in casa Immacolata
Cntene e l'ho trovata... morta.
Dal viso di Eugenio si sarebbe potuto desumere che una folata di vento gelido fosse riuscita a
investirlo dopo aver spalancato una finestra chiusa male. Ma tutte le finestre dell'appartamento erano
chiuse benissimo. - Fenu Salvatora? - chiese con lo stesso tono di un maestro che stesse facendo
l'appello in classe. E il cognome rigorosamente prima del nome.
- Gi, - conferm Giuseppina come se si trattasse di un ricordo che aveva fretta di cancellare. -
E il bello  che non posso scriverci una riga, pena l'incriminazione per intralcio alle indagini!
Eugenio si spost a sedere pi vicino al bracciolo del divano. Voleva avere una visione pi
completa possibile di quella ragazza, una donna, che gli stava di fianco. - Vuoi dire che sei stata a casa
sua e l'hai trovata morta? - Non che volesse articolare la domanda in quel modo, no: che l'aveva trovata
morta l'aveva capito. Solo che non riusciva a capacitarsi che questo fosse successo proprio alla donna
che gli stava di fianco. Scatt all'impiedi per un riflesso condizionato.
Intanto Giuseppina stava parlando: - Tutto aperto: sai il portone di ferro, quello del cortile? Era
aperto. E sembrava tutto in ordine. Sono entrata, ho chiamato. Nessuna risposta, mi sono avvicinata alla
porta della cucina e ho visto che c'era una confusione dell'altro mondo. Era aperta anche quella. Ma ho
bussato varie volte. Poi sono entrata. Da principio non l'ho vista: ho visto solo roba dappertutto.
Incredibile. Incredibile davvero. Lei era l. Con la faccia sul pavimento. Pronta per uscire, sembrava.
Non l'ho nemmeno toccata. Ho chiamato la Polizia dal telefono vicino alla televisione. Poi sono andata
fuori, al freddo e ho aspettato che arrivassero -. Nel corso del racconto la sua voce si era incrinata sino
a ridursi a un fiato durante l'ultima frase. - Mi hanno messo a riposo, - continu dopo essersi ripresa.
Con un gesto nervoso si port i capelli dietro le orecchie e si drizz sulla schiena. - Non devo rilasciare
dichiarazioni e non posso scrivere una riga! - Su questo punto sembrava particolarmente scoraggiata. -
Cos sono in vacanza per due settimane, a disposizione degli inquirenti.
- Non c'era nessun altro in casa? - chiese Eugenio. Aveva perso gran parte del racconto di lei,
ma le linee essenziali gli erano abbastanza chiare.
Giuseppina controll che nella tasca del cardigan di lana ci fosse il pacchetto delle sigarette, ma
non aveva intenzione di mettersi a fumare. Solo quel gesto la richiamava al dovere di controllare
sempre la cambusa perch non venissero mai meno i rifornimenti.
- Se  al nipote, o figlio, che ti riferisci, non c'era. Nessun dubbio sul fatto che avesse ripreso
pieno controllo di s. Ostentava quella specie di cinismo che veniva fuori ogni qual volta aveva paura
di essere apparsa troppo debole.
-  proprio a lui che mi riferisco, - conferm Eugenio riprendendo a vagare con i pensieri. Non
disse che, solo qualche ora prima, Paolo Sanna l'aveva chiamato.
- Lo cercano, - inform Giuseppina. - Sapevi che era suo figlio?
Eugenio neg scuotendo il capo. - Lui la chiamava zia, - disse come se solo una parte del suo
cervello si occupasse di tenere desta la conversazione. Il resto era diventato improvvisamente generico
e privo di significato: Eugenio tentava di riacchiappare le frasi pronunciate al telefono dal ragazzo.
Cos quando il telefono, quello vero, a pochi passi da lui, riemp la stanza con i suoi richiami,
non si mosse. Fu Giuseppina a farlo, dopo una serie ininterrotta di squilli. Lo fece guardando Eugenio
che si ridestava e la raggiungeva all'apparecchio.
-  per te, - disse lei. - Dal carcere.
Lina.
Si era risvegliata come la lava troppo a lungo assopita di un vulcano. E ora investiva con un
fuoco di urla angosciate tutto il braccio femminile delle supercarceri di Badu 'e Carros.
Cos era successo stavano dicendo al telefono. Dal nulla. La televisione e poi le urla. E poi la
corsa all'impazzata come se la cella fosse diventata un campo sterminato. Questo stavano dicendo, che
reclamava il suo ragazzo: il suo medico bambino.
Eugenio annuiva come un cagnolino meccanico posto nel pianale posteriore di un auto. Faceva
bau bau alle auto in coda, sentendo che la testa oscillava sul collo a molla. Proprio ora che una
decisione andava presa. Proprio ora che sarebbe stato meglio non riempirsi le orecchie di parole, per
pensare.
- Parla con calma! - si sent ordinare. Come se dicesse a se stesso pensa con calma.
Giuseppina rimase a osservarlo mentre tentava di arginare la valanga di preghiere che
provenivano dall'altro capo del filo.
- Lasciatemi mezz'ora! - implorava lui. - Il tempo di una doccia! Non mangio da ieri
pomeriggio, Cristo!
Ma c'era qualcuno molto tenace che non voleva aspettare.
La questione era in questi termini: se avesse chiamato la polizia per raccontare della telefonata
di Paolo Sanna, avrebbe passato tutta la serata al commissariato. Diceva a se stesso che nessuno lo
obbligava a rivelare quella circostanza: si trattava pur sempre di un suo paziente. Diceva a se stesso che
la conversazione con Paolo Sanna non poteva definirsi una seduta. Insomma si diceva un sacco di cose
prima che lo chiamassero dalle carceri. E ora tutto si ingarbugliava: Lina aveva ricominciato con le
crisi. Sembrava un motivo valido per rimandare di un giorno, di una notte, il suo dovere di bravo
cittadino.
Sembrava l'unica soluzione accettabile: presentarsi al commissariato l'indomani di primo
mattino, appena finito il turno alle carceri. Il ragazzo che state cercando mi ha chiamato in studio ieri
pomeriggio, questo avrebbe detto.
Perch non  venuto subito da noi appena saputo dell'omicidio? Questa sarebbe stata la
domanda. Logica.
Una paziente, sono un medico. Ecco la risposta.
- Arrivo... - disse, sentendo che la sua voce aveva raggiunto il tono di chi  costretto ad
assoggettarsi da forze superiori.
Capitolo nono
Faceva un freddo tremendo. La borsa sportiva, tutto il suo bagaglio, pesava soprattutto perch
tenuta da una mano anestetizzata dal gelo. Paolo la appoggi su un muretto. Una di quelle recinzioni
che in pieno boom economico si facevano intorno a gruppi di case popolari per dare loro la parvenza di
piccoli quartieri esclusivi. Ed esclusivi lo sono diventati davvero, col tempo, quei palazzi. Non appena
 cominciata a venir meno la fiducia nei propri stipendi. Non appena quegli appartamenti in usufrutto
furono trasformati in case a riscatto. Tutti sanno quanto sia importante essere padroni di una casa. Tutti
sanno con quanta cura quelle abitazioni modeste siano state modificate fino a raggiungere la parvenza
di case signorili. Ecco l'importanza di quei muretti. Con aiuole trascurate finch gli affittuari non sono
diventati proprietari. Cos vanno le cose: si curano solo quando diventano parte di noi.
Comunque fu proprio su uno di questi muretti che Paolo appoggi il suo unico bagaglio...
Il maresciallo Pili si accost alla finestra. Sembrava notte piena. Il cielo era talmente terso da
dare un'impressione di luminosit, come una lastra opalescente che pulsasse di luce propria. Doveva
fare molto freddo. Un ragazzo aveva posato la sua borsa della palestra su un muretto e si scaldava le
dita alitandovi sopra...
... E si port le dita alle labbra per alitarle e sentire che il risveglio della circolazione periferica
cominciava a scaldare le estremit. Un paio di guanti, per quanto potesse ricordare, non li aveva mai
posseduti. Forse da neonato. Qual  il neonato per il quale mani industriose di zie, o madri, o madrine,
non abbiano confezionato dei guanti piccoli come sacchetti per la lavanda da mettere in mezzo alla
biancheria? Aveva la sensibilit contorta di un vecchio adolescente Paolo, mentre si regalava guanti di
alito caldo.
Il freddo non contribuiva a dare certezze. Ma Paolo e le certezze non erano mai andati troppo
d'accordo. Nemmeno la morte era una certezza: questo poteva affermarlo. Tutta la sua infanzia era stata
costellata di morti rispediti sulla terra a fare i vivi. Perch a ben guardare i morti non avevano nessun
interesse a ritornare, anzi pregavano il Signore, lo supplicavano che li tenesse con s a gioire. Questo
era stato un insegnamento: la morte bisogna sapersela guadagnare. Non  cos comune come dicono. La
morte vera, si intende. Certe immagini possono ritornare dopo anni di oblio. Quella dei morti
supplicanti, per esempio. Paolo la vedeva cos, e l'immagine non aveva subito alcuna modificazione col
crescere, dunque: c'era Ges, vestito di bianco e c'erano tutti i morti, nudi. Tutti nudi tranne i Papi e i
Santi. Ma Papi e Santi erano quelli sicuri. Gli altri, quelli nudi, avevano le facce di bambini che
cercassero la mamma. Erano imbronciati e tristi. Non ancora supplichevoli.  dopo che si diventa
supplichevoli. Da prima si  solo tristi. Insomma tendevano le braccia, come si vede in quelle foto di
capi di stato che fanno bagni di folla. Ma Ges guardava altrove, e senza indicare nessuno mandava ai
diretti interessati messaggi di questo tipo: ecco la buona morte, tu riceverai uno scranno e un vestito e
una luce luminosa intorno alla testa; oppure non ti sei meritato di morire, tu resterai nudo sulla
terra. Quanta pena nei volti di quelli che sono costretti a restare!
Esisteva anche una specie di colonna sonora per questa immagine. Una canzone antica che
ritornava dal buio ogni volta insieme alle figure. Una vecchia canzone. Forse pi vecchia della vecchia
che gliel'aveva cantata la prima volta. E diventava un'ossessione, si fondeva con l'immagine: Mentras
ki tantu t'adoro, mustrami nessi sa cara, e kin sos okros mi nara, su kin sentis 'in coro. Mentras ki tantu
t'adoro, mustrami nessi sa cara, e kin sos ocros mi nara, su kin sentis 'in coro... Cos all'infinito, fino
allo stordimento.
Maria Vittoria s'incammin verso il silenzio sibilante del vento. Sollev il bavero del cappotto
in quella solitudine talmente perfetta da far scomparire chiunque volesse romperla. Un ragazzo
camminava davanti a lei, poi si era fermato: sembrava incerto sulla strada da percorrere. Sono sola
pens Maria Vittoria. E lui non esiste! decise, svoltando sulla sua destra per immergersi in un'altra
strada completamente deserta.
Paolo aveva ripreso a camminare e aveva smesso di chiedersi da quale parte si volesse dirigere.
Solo, con Ges che guardava altrove e la canzone che replicava il suo testo con continuit bastarda. Col
volume che si alzava dentro la sua testa.
Forse fu a quel punto che abbandon la borsa, come una zavorra che rendeva pi faticoso
pensare, liberarsi, librarsi. E forse fu allora che cominci a correre verso la fine della citt, che pure non
accennava a finire, desiderando solo di buttarsi nel nulla della campagna. Ma cose banali, domande di
poco conto facevano capolino fra i morti supplicanti e si insinuavano tra le parole della sua canzone:
dove vado? Cosa faccio? Sentendo che tutto quel quadro si spaccava di fronte alla povert di quella
corsa, con i muscoli che denunciavano lo stress. Anche la canzone pareva balbettante dentro la sua
testa, eppure non era stata emessa, non richiedeva dispendio di fiato.
Fu costretto a sterzare. Con un movimento secco del volante Eugenio spinse l'auto verso il
centro della carreggiata. Un pazzo che aveva attraversato la strada senza guardare, l'aveva costretto alla
manovra pericolosa. Riport l'auto nella corsia di marcia col cuore che gli galoppava nel petto. Questi
stronzi che non guardano... imprec sentendo che le sue gambe, piano piano, smettevano di tremare.
Con gesto da capra Paolo salt dal cavalcavia fresco di inaugurazione costruito sopra i binari
della ferrovia a scartamento ridotto. Qualche metro pi in basso, superati i binari, si potevano
raggiungere la macchia e gli alberi. Nel buio erano le sue gambe, i suoi piedi, a vedere, senza che gli
occhi facessero niente. Avrebbe potuto correre a occhi chiusi e niente sarebbe cambiato, nessuno scarto
sarebbe stato pi esatto in quel terreno diventato improvvisamente impervio, irto di cespugli secchi per
il gelo e di cime di roccia. Come correre in un'area assolutamente piana. Aveva caldo, ora: tolse il
giubbotto, si sfil il maglione, senza fermarsi, e poi la maglietta, fino a sentire il gelo che penetrava nei
pori. Fino a vedere la sua pelle fumante per l'aggressione del vento. Lasciandosi alle spalle gli
indumenti che rimanevano incastrati nei cespugli. Una sosta, che era una specie di respiro, per
strapparsi le scarpe dai piedi, e le calze facendo balzelli su una gamba sola. E i pantaloni badando a non
perdere l'equilibrio, avendo anche il tempo di sorridere per quell'incertezza. Fino alla nudit. Fino alla
completa, assoluta nudit. Fu allora che riprese contatto con se stesso. Vedendo il chiarore del suo
corpo nel buio pesto. Sentendo che la canzone, la sua immagine cominciavano ad affievolirsi e le
gambe rallentavano la corsa. Perdeva sangue dalle anche e dai piedi. Ma non sentiva freddo. Si volt
per capire quanta strada avesse fatto. Non molto distante la citt era un presepio illuminato. Cadde in
ginocchio cercando di respirare con calma, ma sembrava che ai suoi polmoni occorresse pi aria di
quella che lui riusciva a immettervi. Si lasci andare tra l'erba e il terriccio. Emanava da tutto il suo
corpo un odore sordido di umori stantii: questo era in grado di percepirlo. L'afrore di un vecchio
cinghiale che aveva razzolato nella merda e nel fango. Il puzzo di visceri di pecora lasciati ad asciugare
prima di finire in tavola artisticamente intrecciati. Il fetore di genitali trascurati, genitali che avessero
subito l'assenza delle pi elementari norme igieniche per un tempo infinito. Era confuso, tremava con i
peli irti dalla testa ai piedi e l'epidermide trasformata in un assurdo territorio di sussulti. Ora le solite
domande erano diventate insistenti come se non fossero capaci di trovare un pertugio per uscire dalla
sua testa. Spalanc la bocca per farle esplodere nel silenzio di quella notte cos precoce: dove vado,
cosa faccio? Ed esse restavano inespresse, agitate nel cranio come due dadi che frullassero nel
bicchiere prima del lancio. Ma dal ventre, straziato dai rovi, si faceva largo un urlo, come un tramestio
sordo che si preparava a esplodere. Quello che usc dalla sua bocca non pareva emesso da un essere
umano. Un lamento da bestia che non voleva finire. E frantum quella porzione di cielo senza stelle.
Lina si volt, aveva accennato un sorriso che apriva abissi di disperazione.
- Avete sentito? - chiese. - L'urlo della Bestia! - spieg facendosi il segno della croce.
Capitolo decimo
Lina.
Non si era potuto fare altrimenti. Avevano dovuto legarla. Come non accadeva da tempo.
L'infermiera corpulenta controll la paziente. Sembrava calma ora. Le mani si erano rilassate
riprendendo un colore rosato. Aveva smesso di strattonare le cinghie e si era lasciata andare in una
specie di flusso incomprensibile di parole.
- Abbiamo avvertito il dottor Martis, - la rassicur l'infermiera chinandosi per non rischiare di
parlare a voce troppo alta.
Lina serr le palpebre in segno di assenso. Il suo farfugliare si era interrotto, il sedativo pareva
fare effetto, costringendola a piombare in uno stato di calma incoscienza.
Passarono minuti in cui la donna sembrava del tutto stordita. Poi senza un'avvisaglia ricominci
ad agitarsi.
Quell'infermiera non avrebbe potuto dimenticare i minuti che seguirono. Lo avrebbe raccontato
ai figli e poi ai nipoti di quella sera quando Lina Piredda riusc a liberarsi dalle cinghie con uno strappo
secco. Come se fosse stata legata con strisce di carta avrebbe raccontato ha dato un colpo secco,
con calma, semplicemente riportando le braccia perfettamente aderenti ai fianchi; uno strattone
nemmeno troppo violento. E forse avrebbe taciuto di quell'attimo in cui lei stessa non sapeva se
guardare le cinghie spezzate, quasi che la paziente avesse delle lame ai polsi, o la paziente stessa che,
senza curarsi delle caviglie ancora legate, si era proiettata a sedere sul letto. Come se tutta la parte
superiore del corpo fosse assolutamente autonoma dalla parte inferiore. E sarebbe stato necessario
trovare una formula convincente, perch nessun linguaggio sembrava adeguato a descrivere lo sguardo
che si andava formando nel volto di Lina Piredda. Era successo cos: aveva strappato le cinghie e si era
messa a sedere come un pupazzo a molla. Poi aveva aperto gli occhi. Senza guardarsi intorno, fissando
un punto da qualche parte oltre lei.
L'infermiera aveva cercato di difendersi dallo spavento con un urlo che aveva richiamato le
altre colleghe e persino qualche inserviente del piccolo ospedale carcerario.
Ma non fu necessario intervenire, la paziente pareva essere paga della posizione appena
raggiunta. Aveva ripreso a sussurrare qualcosa. Si era voltata verso tutta quella gente che era accorsa e
aveva accennato un sorriso che apriva abissi di disperazione.
- Avete sentito? - chiese. - Era l'urlo della Bestia!
- Cos'hai detto?! - Chiese Santino con la voce alterata dalla rabbia.
Maciste abbass la testa. - Morto... - Ripet in un soffio. - Morto senza dire niente -. Aggiunse
con la coscienza che era meglio dire tutto subito e farla finita.
La fronte dell'uomo ebbe come una contrazione. - Fammi capire... - incalzava, - in parole
povere: non sappiamo a chi sono andate quelle fotografie!
- Non lo sappiamo, - acconsent Maciste tenendo un volume bassissimo.
- Non lo sappiamo! - L'urlo di Santino fece sobbalzare il suo interlocutore che si era spostato
indietro per assorbirne la potenza. - Allora  finita: se mi collegano al sindaco, cominciano a fare
controlli. Lo sai cosa vuol dire? - Si era seduto strofinandosi, con la grossa, ruvida mano, i pochi capelli
rossi sul cranio semi calvo. - Non sei capace di fare niente! - incalz con una calma innaturale che mise
in grande agitazione Maciste.
- Non so come  successo, non abbiamo fatto nulla... - Prov a dire. Ma non riusc a finire la
frase: il colpo, di una potenza inaudita, lo scaravent contro la parete alle sue spalle. Si raggomitol per
ripararsi. Santino pareva mosso da una forza estranea alle sue possibilit fisiche.
- Non avete fatto nulla! - ripeteva mentre calciava il corpo di Maciste. - Non avete fatto nulla! -
E vibrava calci ai fianchi e alla testa del giovane che smise di opporsi. Anzi, in qualche modo sembrava
grato di quelle percosse. - Era semplice: bisognava farlo parlare, - continuava Santino sentendo la
mascella del giovane cedere sotto la pressione del suo scarpone da campagna.
Si ferm ansimante. Maciste era immobile, sanguinava dal naso e dalla tempia sinistra. Le sue
braccia erano diventate tutt'uno col costato. La camicia andava lentamente inzuppandosi di sudore,
sangue e vomito.
Uno sprazzo di lucidit si faceva largo all'interno della testa di Santino, una certezza che aveva
il sapore di qualcosa gi vissuto, molti anni prima. Pens alle poche cose che sarebbe stato necessario
portare via. Pens alla Germania, alle sue fabbriche, alle sue foreste. Pens a se stesso ringiovanito di
decenni e al suo viaggio verso il nulla. Questo si ripeteva: sparire nel nulla, come lui sapeva fare.
Guard ai suoi piedi e not con sorpresa il corpo immobile di un giovane. Non c'era un attimo da
perdere, questo lo capiva con chiarezza. Non si poteva aspettare che la ruota compisse il suo giro, se
questa ruota cominciava a girare contro di lui... Si volt per guardarsi attorno e sfuggire quel corpo
inanimato sotto di lui. Vide le macchie di sangue sui suoi scarponi. Abiti non ne avrebbe presi, non
erano necessari. Dirigendosi verso la sua camera, incurante delle impronte lasciate dappertutto, cerc di
ricordare la combinazione della piccola cassaforte a muro nascosta dietro una brutta stampa nella parete
di fronte al letto. I soldi. Quelli avrebbero fatto la differenza. Afferr le mazzette di contanti ignorando
i libretti di risparmio. Erano abbastanza per sparire senza problemi. Il resto non contava.
Capitolo undicesimo
La notizia della donna trovata morta era corsa per i corridoi e aveva raggiunto l'ufficio del
giudice Corona. Nessuno parlava. Il maresciallo continuava a guardare fuori senza risolversi a
congedarsi. Il ragazzo di poco prima era sparito, si era incamminato reggendo la borsa con
l'avambraccio per riuscire a infilare le mani in tasca.
Salvatore Corona aveva preso atto dell'omicidio Fenu senza commentare. Guardava la forcina
nel suo contenitore trasparente appoggiata alla scrivania. Scriveva con la sua penna stilografica sul
foglio stampato che la dottoressa Comastri aveva compilato.
- Sta pensando quello che penso io? - chiese improvvisamente sollevando la testa dal foglio.
- Sto pensando che abbiamo sbagliato tutto, - rispose seccamente il maresciallo. - Vede, -
prosegu, - credo che ci siamo lasciati fregare dalle certezze. E se questa forcina appartiene a chi penso
che appartenga, allora dobbiamo iniziare tutto daccapo.
- Deve essere analizzata subito, - comment il giudice, - la dottoressa Comastri non la prender
bene. E non posso darle torto.
- Non mi crederebbe se dicessi che l'avevo scordata?
- Non le crederebbe, maresciallo: sar un miracolo se non verr incriminato.
- Lo so, lo so. Ma lei pensa veramente che se avessi consegnato subito il reperto sarebbe
cambiato qualcosa?
- Probabilmente no, ma era suo dovere consegnarlo. Poteva parlarmene quando  venuto a casa
mia.
- Il mio dovere. Sono tanti anni che faccio solo il mio dovere. Non ne ho parlato prima perch
sapevo che nessuno ne avrebbe tenuto conto. E pensavo che sarebbe stata presa in considerazione solo
se l'avessi tirata fuori al momento giusto.
- E questo sarebbe il momento giusto?
Il maresciallo scroll le spalle.
- C' qualcosa che non sa, - continu Salvatore Corona, - ma ora non fa nessuna differenza
continuare a tenerglielo nascosto.
- L'autopsia? - proruppe il maresciallo.
- L'autopsia di Ines Ledda, - conferm il giudice, - sono arrivati due giorni fa i risultati
definitivi: la bambina  morta da almeno un anno in seguito a strangolamento, ma sarebbe morta lo
stesso di l a poco: setticemia acuta per un intervento abortivo clandestino.
Le parole del giudice suonarono in modo straordinariamente nitido alle orecchie del
maresciallo. Sembrava che un pulsante invisibile avesse eliminato d'improvviso ogni traccia di rumore
esterno.
- Qualcosa ritorna al suo posto, come vede: Ines Ledda non ha niente a che fare con le altre
bambine scomparse. E probabilmente nemmeno Lorenza Ibba.
Nicola Pili resistette al pianto serrando la bocca. - Se avessi il coraggio di tirarmi un colpo in
testa lo farei, mi creda, lo farei, - si lament.
- So che cosa vuol dire, maresciallo, e non sa quante volte ho avuto la stessa tentazione. Ma 
meglio rimettere ordine e lasciare la coscienza a posto, non  cos che mi disse qualche giorno fa?
- Che cosa devo fare?
- Non credo che ci resti troppo da fare: intanto si parla alla dottoressa Comastri e se la forcina
apparteneva alla donna trovata morta questo pomeriggio almeno un caso  risolto.
- Pensa che sia stata lei a eseguire l'operazione? - il maresciallo non osava pronunciare la parola
aborto.
- Non ci sono dubbi, ma credo che sar facilmente comprovabile ora. Sar necessario capire
quando la Fenu  stata uccisa innanzitutto; esaminare l'alibi del ragazzo che viveva con lei, e quello del
padre della bambina.  molto probabile che sapesse qualcosa. Gli agenti di Polizia stanno battendo a
tappeto il quartiere per sapere se la donna esercitasse da fattucchiera.
- Vede che avevo ragione? - esclam il maresciallo con una strana ilarit nel volto. - Non sono
pi adatto per questo mestiere.
Danila Comastri scatt sulla sua poltrona. Chi aveva bussato oltre la porta del suo ufficio
l'aveva fatto con discrezione, ma tanto era bastato per farla sobbalzare. - Avanti! - disse schiarendosi la
gola. L'agente infil la testa prima di penetrare col busto nell'ufficio come se temesse di essere troppo
invadente.
- C'... una persona che ha chiesto di parlare con lei, dottoressa.
Danila Comastri guard l'orologio. - Solo se  importante,  piuttosto tardi, mi stavo preparando
a uscire, - disse con una secchezza che testimoniava il recupero di tutte le sue facolt.
L'agente spar oltre la porta per qualche secondo. Poi ricomparve.
-  un prete, - rivel. - Si tratta dell'omicidio Fenu.
Il religioso non doveva aver superato i cinquant'anni. Era entrato nell'ufficio del Pubblico
Ministero con la deferenza con cui avrebbe attraversato i corridoi del Vaticano. Invitato a farlo si
rifiut di sedersi.
- Non le ruber troppo tempo, - disse. - Devo solo consegnarle questo -. E porse un plico non
troppo voluminoso alla dottoressa.
Danila Comastri lo prese d'istinto, o per cortesia, chiedendosi di cosa potesse trattarsi.
- Salvatora Fenu era una mia parrocchiana, - spieg il prete. - Mi ha consegnato questo plico
due anni fa pregandomi di farlo giungere alle autorit qualora... si insomma credo che si aspettasse
quello che le  capitato.
- Crede o lo sa per certo? - La domanda della dottoressa Comastri risuon nell'ufficio come
un'affermazione.
- Lo so per certo, - rispose il prete senza scomporsi. - Ma lei capisce che non posso andare oltre.
- Gi... - riflett il magistrato, - il segreto del confessionale. - Capiva che il religioso attendeva
solo di essere congedato. - Grazie, - gli disse per liberarlo dall'imbarazzo.
Lui scatt verso la porta alle sue spalle.
Capitolo dodicesimo
L'appartamento era riscaldato. L'ingressino col portaombrelli e l'attaccapanni, parevano
veramente poca cosa. Maria Vittoria appese il cappotto lasciandosi avvolgere dal tepore circostante.
Entro mezz'ora Alberto l'avrebbe raggiunta. Dal pomeriggio non si era pi fatto vedere, ma
l'appuntamento era stato fissato prima che lui uscisse. Mentalmente fece il punto della situazione: alla
gara d'appalto per la costruzione del parcheggio si erano presentate varie ditte, Maria Vittoria ne scorse
l'elenco, la SARCOS era risultata vincente. Detto questo si passava alle specifiche: l'Archisarda aveva
ritirato la sua candidatura; l'Edilbarbagia non era risultata idonea perch la cifra dei lavori superava
quella per la quale l'impresa era segnata nell'Albo Regionale degli Appaltatori; la Citt domani era
fallita. La SARCOS aveva subappaltato parte dei lavori, tutta la fase di demolizione, alla Nuorese
Costruzioni. Cos stavano le cose secondo i documenti. Dalla Cancelleria Commerciale era riuscita a
sapere ben poco: nei Consigli di Amministrazione di nessuna di queste imprese risultava il nome di
Santino Pau.
Ma c'erano le fotografie. Maria Vittoria and a prenderle dalla tasca del suo cappotto.
Le guard soffermandosi su ognuna. Quelle immagini parlavano chiaro. E dicevano con quanto
disappunto, quell'uomo apparentemente estraneo, avesse accolto il pasticcio dell'Assemblea cittadina.
Di questo si trattava. Non c'erano dubbi. Se avesse potuto trovare un collegamento vero, qualcosa che
non fossero pettegolezzi. Allora s! Allora la sua inchiesta avrebbe avuto un senso.
Dalla busta delle fotografie scivolarono a terra i negativi. Tanti rispetto al numero delle
immagini stampate, veramente tanti.
Maria Vittoria li raccolse, un disagio crescente, un dubbio assurdo l'aveva colta. Con la mano
che tremava sistem in controluce una striscia brunita e trasparente: due sposi tagliavano una torta
nuziale...
Parte quinta
A che servono le prove materiali, se la mente  stimolata a credere l'opposto di quel che esse
dimostrano?
N. MAILER, I duri non ballano
Collegare, solo questo. Essere capaci di conoscere significa capire come le cose sono
collegate.
P. KERR, Un killer tra i filosofi
Capitolo primo
- Digli quello che hai detto a me! - ordin il maresciallo Pili. Aveva una nota ansiosa che
metteva a disagio Luigi Masuli. Egli infatti abbass il capo, senza risolversi ad aprire bocca.
- Avanti! - insistette il maresciallo. - Di! Quello che hai raccontato a me, parola per parola!
- Ho fatto l'impresario edile per sedici anni... - cominci Luigi Masuli con un filo di voce.
Salvatore Corona prov a mettersi comodo: se il maresciallo gli era piombato in casa a quell'ora
di notte, il motivo doveva essere importante. Guard il graduato con fare interrogativo.
-  per la questione delle imprese edili, si ricorda? - spieg lui senza far proseguire Luigi
Masuli. - Senta, senta; ne sa qualcosa, dottore, senta, senta -. E si blocc indicando con lo sguardo il
compagno di caccia che era ripiombato nell'incertezza. Quest'ultimo lo guard con un moto d'angoscia.
Quasi ce l'avesse con lui perch l'aveva costretto a ripetere le confidenze che, solo un'ora prima,
sembravano talmente innocue davanti al bancone di un bar.
- Non so... - ricominci a farfugliare. -  per gli appalti. Io non c'entro pi adesso. Faccio il
commerciante, - si giustific. - Solo grazie a mia moglie, perch se fosse stato per quello che si 
salvato della mia impresa sarei finito in mezzo alla strada a chiedere l'elemosina. Invece c'era la
tabaccheria di mia moglie, - prendeva tempo.
- Questo non ci interessa, - esclam nervosamente il maresciallo Pili. - Non  importante
adesso, - smorz.
- Sono finito in concordato, - disse finalmente l'uomo.
Il giudice Corona accennava col capo per invitarlo a proseguire, gli risultava sempre pi
difficile mantenere la calma.
Luigi Masuli parlava con la faccia rivolta al pavimento e non osava appoggiare la schiena alla
spalliera della sedia. - Nic, - si lament all'improvviso, - ascolta, io non voglio guai, non credo che
possa essere utile;  una storia vecchia ormai.
Salvatore Corona guard il maresciallo come a chiedere per quale motivo avesse ritenuto
importanti le dichiarazioni di quell'uomo.
- Di! - lo stuzzic il maresciallo strattonandolo per una spalla.
- Avevo comprato un terreno edificabile, una spesa grossa. E avevo fatto debiti, ma il posto era
buono, c'era da ricavarci un bel po' di soldi e di lavoro. Ha presente l'area vicina al mercato
ortofrutticolo? - Luigi Masuli si rivolgeva direttamente al giudice, che si limit a guardarlo senza
preoccuparsi di rispondere. - Il comune doveva deliberare entro un mese sulla cubatura edificabile. Ma
quella delibera non arriv mai e quel terreno mi frutt solo interessi passivi nelle banche. Provai a
chiedere in giro, ma non c'era modo di uscirne. Era chiaro che qualcuno si stava impegnando a farmi le
scarpe. Ma avevo ancora qualche amico nell'ambiente, la mia impresa ha sempre lavorato pulito,
dottore -. Quel riferimento diretto alla sua persona fece sobbalzare Salvatore Corona.
- Lavorare pulito? - domand senza controllare il tono di voce.
- Proprio cos! - conferm l'uomo raddrizzando la schiena. - Non si facevano accordi
preliminari con me. Ah, no, lo sapevano tutti. Lo sa come vanno queste cose? - domand vedendo lo
sguardo interrogativo del giudice. - Si decide un appalto, - prosegu senza attendere una risposta, - poi
cominciano le grandi manovre. Questo a quello, quello a quell'altro poi, ci che resta, le briciole
dottore, si appaltano regolarmente. Mi spiego?
Il giudice Corona guard il maresciallo: cosa aveva a che fare tutto quello sproloquio con
l'indagine? Il graduato cap al volo. - Vai avanti! - esclam rivolto all'amico. Il giudice Corona
sbadigli.
- Insomma fui costretto a vendere tutto. Per pagare le banche: era l'unico modo per interrompere
la corsa degli interessi passivi e prendere un po' di tempo.
- Si rivolse all'autorit giudiziaria? - La domanda di prammatica del magistrato aveva il sapore
di una deformazione professionale.
- No, - rispose Luigi Masuli, - si tratt di un concordato stragiudiziale, dottore. Dicevo che
avevo degli amici nell'ambiente, uno in particolare: Giulio Mereu. Era un capomastro fidato, mi
assicur un aiuto. Mi disse che di l a poco sarebbe scoppiato uno scandalo per certe cose che aveva
scoperto a proposito di appalti truccati con la complicit di qualcuno molto in alto nell'amministrazione
comunale: miliardi, dottore. Poi accadde quel che accadde. Spar la bambina e dissero che era stato lui,
ma non lo conoscevano...
- Perch non  venuto a parlarne subito! - Lo scoramento del magistrato si era trasformato in un
moto di rabbia. - C' stata un'inchiesta per Dio!
L'uomo prov a giustificarsi: - Dicevano un sacco di cose in quel periodo, perfino che avesse
venduto la figlia. Lei ha idea di cosa significhi mettersi contro... - E qui si interruppe. Il maresciallo
raggricci il viso in una specie di smorfia.
- Luigi! - url quasi. - Mettersi contro chi? - L'impeto di quella domanda rivelava la sua
sorpresa.
- C'era la questione del nuovo piano regolatore! - dribbl Luigi Masuli per evitare la risposta. -
C'erano tanti di quei soldi in ballo. E tutti si muovevano per metterci le mani.  cos che si fa, dottore,
si elimina la concorrenza prima che sia troppo tardi. Questo mi hanno fatto. Questo mi hanno fatto.
Non ero certo in grado di pensare ad altro. Solo che avevo decine di operai e che li stavo licenziando.
Questo pensavo! Tutto il resto mi  venuto in mente dopo, quando ho visto a chi sono finiti gli appalti.
- E a chi sono finiti? Se non  troppo fare questa domanda, - chiese Salvatore Corona allo
stremo delle forze.
L'uomo prese tempo: - Lo sanno tutti, dottore, a chi sono finiti!
Il maresciallo ebbe un moto di stizza. Si sentiva tradito, Luigi Masuli sapeva quanto fosse
importante per lui questa indagine. Sapeva che lui riteneva la scomparsa delle bambine parte di un
unico piano; sapeva che quell'elemento su Giulio Mereu sarebbe stato fondamentale al momento giusto
e forse gli avrebbe salvato la vita.
- Non si poteva fare niente, - piagnucol l'altro guardandolo negli occhi. - Nic, non si poteva
fare niente. L'avevano inchiodato con quei soldi. Si era messo a fare un gioco pi grande di lui. Non
l'ho pi visto per mesi, mi dissero che si era licenziato dall'impresa, poi successe il fattaccio. Solo che
tutto questo l'ho capito dopo: due pi due fa quattro, mi sono detto, ha giocato e ha perso. Si era messo
a fare ricatti, capisce?
- No che non capisco! - Salvatore Corona diede sfogo a tutto il suo disappunto.
- Quei soldi, - afferm l'uomo candidamente. - Se aveva tutti quei soldi in banca. Voleva dire
che aveva visto giusto e scovato il cinghiale.
Il maresciallo fece uno scatto in avanti, stratton Luigi Masuli con una presa sicura fra la spalla
e il collo. - Basta con le metafore Luigi! Di chi stai parlando!
L'uomo ebbe una scossa, cerc di bloccare il tremolio alle labbra.
- Non posso... - implor. - Non posso.
- Allora il nostro colloquio  finito! - Il tono minaccioso di Salvatore Corona frutt qualche
secondo di silenzio. - Non possiamo perdere altro tempo.
- No! Porca puttana! Mi hai fregato per tutti questi mesi! Ecco cosa hai fatto, hai fatto l'amico! -
si sfog il maresciallo.
Luigi Masuli lo guard come se lo vedesse per la prima volta.
- Santino Pau, - sibil d'un fiato. - Santino Pau! Contenti?
-  disposto a ripetere queste dichiarazioni davanti a una Corte? - chiese Salvatore Corona.
Cerc di formulare la domanda perch sembrasse pi innocua possibile.
Luigi Masuli sgran lo sguardo come se si fosse appena svegliato e non capisse dove si
trovasse, poi fece un sorriso dal quale traspariva inquietudine mista a stupore.
- No, - disse semplicemente. - Non sono disposto.
Nell'elenco telefonico i Pau non erano molti. Il maresciallo Pili li scorse con un dito: ecco, Pau
Santino, tra Pau Pierina e Pau Tolu Vincenzo, Viale del Lavoro 24. Non era distante dal Palazzo di
Giustizia, ammesso che, a Nuoro si potesse parlare di distanze. Ma questo contava poco...
E ora si trattava di ricominciare. Il paesaggio che scorreva fuori dall'abitacolo mise in chiaro
una decisione non ancora presa coscientemente: tornare a casa. Con una sterzata brusca Santino
guadagn una piazzola ai bordi della provinciale verso Cagliari. Usc dalla macchina lasciandosi
investire dal vento gelido. La piana brulla davanti ai suoi occhi era smossa e vibrante.
Forse si tratt solo del fatto che il maresciallo Pili fu costretto a mantenere la distanza
necessaria per non essere scoperto mentre lo seguiva, ma Santino Pau, fuori dalla macchina, di fronte
alla piana battuta dal vento, gli parve piccolo, talmente piccolo da sparire completamente dietro la
fiancata dell'auto che si affacciava verso la distesa. L'avrebbe seguito. In capo al mondo l'avrebbe
seguito... In qualunque tana avesse deciso di rifugiarsi.
Cosa faceva, in piedi di fronte a quel paesaggio desolante? Il maresciallo cominci a battere
ritmicamente le dita sul pomello della leva del cambio. Si sentiva pi leggero adesso. Era deciso a
considerarsi appagato per la fortuna di essere arrivato sotto la casa di Santino Pau, qualche secondo
prima che lui uscisse e si mettesse al volante.
L'avrebbe seguito, perdio!, gli sarebbe rimasto attaccato addosso come la sua ombra. Ammesso
che Santino Pau avesse un'ombra.
Capitolo secondo
Quando arriv le avevano gi slegato le caviglie. Eugenio guard Lina: sembrava rilassata, del
tutto calma. Aveva chiesto un pettine per sistemarsi i capelli arruffati. La luce accecante dei neon
offendeva i colori, soprattutto il bianco, dandogli una patina giallastra.
Non si dissero niente. Le pupille della donna, leggermente dilatate, avevano una serena fissit.
- Dobbiamo parlare, - disse lei a un certo punto.
Eugenio cerc dietro di s una sedia.
- Ora non c' pi motivo di tacere.
Vederla cos disponibile faceva un effetto strano. Lina prese il silenzio di Eugenio come un
muto rimprovero.
- L'ho fatta grossa! - cerc di giustificarsi.
Eugenio tent un sorriso per incoraggiarla ad andare avanti.
- Lo sa cosa succede quando i pianeti si allineano?
- La domanda risult comica. - Succede che la gente impazzisce -. Rispose direttamente senza
lasciare tempo al suo interlocutore. - Succede che una persona normale non riesce pi a sopportare il
peso delle cose.
-  questo che ti  successo? - domand a bruciapelo Eugenio.
- Qualcosa del genere, - disse lei senza pensare.
- Qualcosa del genere, - ripet con pi calma. - Ma era solo un esempio, - si affrett a chiarire.
Cercava le parole mordendosi il labbro inferiore. Chiuse gli occhi come a ripetersi un discorso che
aveva imparato a memoria. - Ho le mie colpe, - scand. - Ma ora non ha pi senso continuare a tacere.
Comunque non ho ucciso nessuno. Era questo che voleva sapere?
I battiti nel petto di Eugenio cominciavano a ripercuotersi nelle sue orecchie con un sordo
tamtam. - Come  andata? - balbett.
La donna gliss la domanda cos diretta riprendendo a pettinarsi.
- Erano due fratelli, - disse quando l'operazione sembr a buon punto. - E io ho sposato il
maggiore -. Poi sorrise assumendo un'aria fanciullesca. - Ma mi piaceva l'altro, - disse come se
comunicasse una confidenza piccante. - Avevano un'azienda non troppo grande, ma fruttava bene e si
mangiava tutti i giorni. Erano orfani. Mio marito era un bell'uomo, ma io ho sempre preferito il fratello
pi giovane...
- Santino? - chiese Eugenio avvicinandosi per non costringerla a sollevare il tono di voce.
Lina sorrise guardando davanti a s. - Santino - conferm contraendo impercettibilmente il
labbro. - Lo vedevo tutti i giorni, lui era un bambino, e io pure, - continu senza cambiare tono. - La
mattina presto, quando facevo il tragitto con mio padre per raggiungere la scuola. Avrebbe dovuto
conoscerlo allora, aveva una testa di capelli scuri, era bello, dottore.
- Ma sposasti il fratello maggiore -. Eugenio intervenne per colmare una lunga pausa durante la
quale Lina sembrava cercare il filo del suo racconto.
- Cosimo, - rispose lei all'improvviso. - Lui rimaneva in paese e si occupava delle economie,
Santino viveva in campagna. Tornava dall'ovile solo una volta alla settimana per prendere le provviste,
il cambio e farsi un bagno come si deve. Non  che in campagna ci fossero molte comodit; allora le
pecore e i pastori vivevano allo stesso modo. Il primo mese dopo il matrimonio and tutto bene. Ma ero
troppo giovane e inesperta, perch adesso capisco che le cose andarono male da subito. Insomma,
Cosimo non si comport da marito Nel pronunciare quest'ultima frase ebbe un sobbalzo. Poi si riperse
nel silenzio.
- Nel senso che...? - tent Eugenio.
Lina cominci a martoriarsi le mani. - In quel senso, - rispose pudicamente.
- Sicch, - intervenne il medico, - non avevate... rapporti, - gli parve inutile chiarire a quale
genere di rapporti si riferisse.
- Proprio cos. Diceva che non stava bene. Mio marito non mi ha mai toccata, dottore. Vede, io
non ero del tutto sprovveduta, ingenua forse, ma non stupida. Capii da subito che qualcosa non andava
bene in quell'uomo. E guardi che non aveva niente fuori posto, mi capisce?
Guard Eugenio per attendere una conferma.
- Gli piaceva guardarmi, gli piaceva quando mi spogliavo per andare a letto. E per il resto
faceva da solo. Si amava per conto suo.
- Si masturbava.
- Esatto, si dice cos. Me ne accorsi per caso una notte. Avevo paura che stesse male... Allora
facevo finta di addormentarmi, e tutte le notti era la stessa cosa.
- Non hai cercato di parlargli della cosa?
- Certo, dopo un po' di tempo. Gli chiesi se fosse colpa mia: forse non ero all'altezza, forse ero
troppo inesperta, non ci sapevo fare; forse non gli piacevo abbastanza. Questo glielo dissi. Feci male.
Dovevo stare zitta. Divent aggressivo. Disse che non sapevo niente di come vanno queste cose. Disse
che al momento giusto mi avrebbe fatto vedere lui di che cosa era capace. Una volta mi salt addosso,
aveva il volto paonazzo, sembrava un diavolo con quei capelli rossi tagliati a spazzola. Mi fece male,
ma non dissi nulla; sentivo il suo peso addosso, la barba che mi graffiava il viso... Ma non successe
nulla, nulla di quello che deve succedere tra marito e moglie. Pianse, si scus; affond il viso nel
cuscino per nascondere le lacrime. Quello fu un momento di grande dolcezza, ci crede? per quanto mi
ricordi fu il solo momento d'amore tra me e l'uomo che avevo sposato. Lo cullai fra le braccia, si
addorment piangendo. Solo allora mi alzai. Era sabato. Ricorderei quel sabato anche se mi
cancellassero il cervello. Era una notte molto simile a questa. Faceva freddo, ma il cielo era talmente
limpido e la luna talmente luminosa... Santino era arrivato da poco. Aveva cenato. La tinozza fumava
davanti al caminetto. Lo spiai, dottore. Mi sono messa a guardarlo mentre si levava gli abiti.
- E lui se ne accorse.
- Non subito, credo, ma da un certo punto cominci a tornare tutte le notti. Cosimo protest,
disse che si perdeva troppo tempo tra andare e venire dall'ovile. Santino rispose che pretendeva di
vivere come un cristiano e di dormire in un letto pulito. Disse che la distanza non era tanta da
giustificare che non potesse cenare a tavola. Cosimo era brusco, credo che non lo volesse per casa, ma
non sospettava niente: era come una bestia, dottore, annusava il pericolo, ma non se lo sapeva spiegare.
Le cose cominciarono a precipitare: ero sempre distratta; appena sveglia contavo le ore che mi
separavano dalla notte. Finch accadde l'inevitabile. Credo che sia stata mia l'iniziativa, Santino non
avrebbe mai osato. Ma io lo feci. Entrai in cucina... Fu la cosa pi bella, la cosa pi straordinaria della
mia vita: amavo quell'uomo in un modo che faccio ancora fatica a descrivere.  stato un periodo felice.
Il solo periodo felice. Eravamo troppo giovani, ci amavamo troppo per capire fino in fondo quello che
stava succedendo.
- Santino non si accorse del fatto che eri ancora vergine?
- Se ne accorse, con stupore. E si spavent. Ma questo non cambi le cose. Eravamo giovani, ci
amavamo. Due mesi dopo ero certa di essere incinta. Ma tutto precipit prima che potessi fare
qualcosa. Cosimo ci aveva scoperto. Ebbe una lite col fratello. Gli imped di ritornare a casa. Certo mi
picchi. Io pensai che era un bene. Se fossi stata abbastanza fortunata avrei perso il bambino. Ma non
fui fortunata. Eh no, dottore, io e la fortuna non ci siamo mai incontrate. Ma sa cosa le dico? Avevo la
sensazione che mio marito non fosse cos infuriato come diceva di essere. Era solo una sensazione,
forse si trattava solo del fatto che io tentavo di giustificarmi. Il peggio arriv col tempo, quando era
diventato impossibile nascondere la gravidanza. Cosimo divenne pazzo. Mi sottopose a ogni tipo di
trattamento perch la creatura che avevo in grembo non nascesse. Per fuori, con gli altri, faceva la
bella faccia e il padre orgoglioso. Quella povera creatura resisteva, a dispetto di tutto. E cresceva.
Partorii. Era un maschio. Ma questo lo aveva capito.
Eugenio Martis era troppo inquieto per gioire di quel riconoscimento.
- Ma prima finii nelle mani di tutte le fattucchiere del circondario. Al settimo mese di
gravidanza fui sottoposta al rito dell'olio, - continu Lina. - Conosce la storia? - Uno sguardo di
infantile furbizia prese il posto della maschera neutra del suo viso. - Non era questo che voleva sapere?
- No, non la conosco, - si affrett a rispondere Eugenio. Le parole appena pronunciate
risuonarono in un silenzio colmo di attesa. - Mi aveva incuriosito... - disse cercando di nascondere
l'ansia.
- Certo che non la conosce, sono cose incomprensibili per lei, - incalz Lina come a toglierlo
dall'imbarazzo di apparire troppo curioso. - Comunque dicevano che c'era un modo per far morire
quella creatura prima che venisse al mondo.
Eugenio si sporse in avanti per sentire meglio quest'ultima parte del discorso di Lina che lei
aveva solo sussurrato. - Al settimo mese? - domand inarcando le sopracciglia.
Lina sorrise, voltandosi verso di lui. Aveva il volto di una madre indulgente. - Ci sono donne,
dottore, che sono in grado di manipolare il feto, di spostarlo fino a che il cordone ombelicale non si
attorciglia al collo. Capisce? L'olio serve a rendere elastica la pelle del ventre, che  tesa. E poi serve al
rito -. Detto questo si prese un po' di tempo per riordinare i pensieri. Improvvisamente rise. Poi si
ammutol. - Sono confusa, - riprese sospirando.
- Il rito... - incalz Eugenio.
- Il rito consisteva nell'immergere il dito indice della mano sinistra in un olio particolare, la
composizione del quale  nota solo a pochi iniziati. Cos, con questa specie di battesimo, si diventava
alleati del male. Qualcuno aveva viaggiato nello spazio e nel tempo, grazie a questo rito, si ungeva
l'indice e si pronunciava la formula: un'ora per andare, un'ora per tornare. Poteri talmente straordinari
richiedevano una contropartita verso chi li aveva resi possibili. Era la vita di un neonato o di un
nascituro. Questo era il rito: liberarsi dalla responsabilit di commettere un omicidio. Tuttavia le cose
andarono diversamente: e il mio bambino nacque. Bello come il padre che l'aveva generato e non fu
necessario sculacciarlo perch urlasse, non fu necessario: la sua voce risuon per tutta la casa come un
grido di vittoria. Cosimo si copr le orecchie con le mani e pianse aggirandosi per la stanza come una
bestia in gabbia. Credo che tutto sia iniziato in quel momento. Credo che in quel preciso istante si siano
decise le nostre vite. Passarono cinque mesi, durante i quali fu necessario fare le cose in modo che tutto
sembrasse normale. Facemmo le fotografie -. Si tast all'altezza della coscia per controllare che la sua
foto fosse ancora in tasca. - Per la gente eravamo una coppia felice, - continu, - ubriaca di felicit per
la nascita del figlio maschio, ma dentro casa era un inferno. Cercai Santino, gli feci giungere un
messaggio all'ovile, ma non ottenni risposta. Non potevo perdere di vista il bambino, lo tenevo
attaccato a me come se non fosse ancora venuto al mondo e smisi di dormire, ci crede? Poi, una notte,
Cosimo tent di ucciderlo, soffocandolo con un cuscino. Lo colpii con un martello, al collo credo, lui
cadde a terra privo di sensi. Preparai le poche cose del bambino, decisa a portarlo via da quella casa.
Ma non feci in tempo a raggiungere la porta, Cosimo si era rialzato ed era balzato su di me per
impedirmi di uscire. Mi tratteneva per i capelli. Urlai cercando di liberarmi, tenendo stretto il mio
bambino. Mi tapp la bocca con una mano. Rideva, dottore. Da quel momento in poi i ricordi si fanno
pi confusi. Mi parve di vedere Santino. Fui certa che era arrivato veramente solo quando lo vidi a terra
lottare col fratello. Scappai, non troppo distante, ma nell'unico posto dove il bambino sarebbe stato al
sicuro: raggiunsi la casa di mia cugina. Seppi cosa era successo a casa mia solo la mattina dopo.
Santino aveva ucciso il fratello, l'aveva sfigurato a colpi di martello, poi era fuggito. L'avevano visto
abbandonare la casa per dirigersi all'ovile.
- E nessuno denunci il fatto?
- Nessuno dottore, non c'era niente da denunciare: fui io a costituirmi, capisce? Il bambino era
al sicuro e Santino... - cominci a singhiozzare sommessamente. - Santino sarebbe finito in galera:
spettava a me fare qualcosa. Tornai a casa. Diedi appena uno sguardo al cadavere. Era orribile, col
volto spappolato. Mi sedetti ad aspettare. Non so cosa precisamente, ma passai tutta la giornata come
inebetita. Mi sollevai che era gi notte richiamata dal vocio gi in strada: il palazzo del comune era
andato a fuoco. Corsi a guardare le fiamme e non tornai pi a casa. In caserma i carabinieri mi
trattarono bene... Mia cugina si trasfer nemmeno un mese dopo, col neonato. Santino era scomparso, si
era volatilizzato, non venne al processo. L'avvocato mi disse che non era una buona cosa, disse che se
non si presentava era come se fosse un testimone a carico. Poi fu emessa la sentenza, nessuna
attenuante, tranne il fatto di aver confessato: trent'anni.
- Per un omicidio che non hai commesso, - riflett Eugenio.
La donna ebbe un moto di stizza. - Senta, dottore, - incalz con un tono improvvisamente
esasperato, - non voglio perdere tempo a spiegarle quello che si rifiuta di capire! Non ha nessuna
importanza adesso che io sia colpevole o no. Quello che importa sta succedendo adesso e lei deve
aiutarmi!
- Che cosa devo fare?
- Deve trovarlo, trovarlo prima che lo trovi lui!
- Chi? - La domanda era scaturita come un urlo di disperazione.
Lina non si scompose. - Mio figlio, - disse con un tremito leggero. - Mio figlio, - ripet. - Deve
essere un giovanotto adesso -. Poi sembr destarsi e riprendere possesso del discorso. - Due anni fa ho
ricevuto una visita qui al carcere, - cominci.
Eugenio accenn col capo. - Santino, - la anticip. - Ho controllato nella lista dei visitatori.
Lina sollev un braccio in aria tracciando una parabola verso di lui, segno che voleva che
tacesse. - Certo, - disse, - si era presentato cos e aveva anche i documenti per provarlo. Ma la persona
che venne a trovarmi non era Santino: era Cosimo, mio marito.
Eugenio sgran gli occhi nello sguardo pi inebetito della sua vita. - Tuo marito? - La domanda
fuoriusc come emessa da un bambino terrorizzato.
Senza spostare lo sguardo da un punto qualunque davanti a s Lina ebbe un singulto. - Mio
marito, - conferm, - vuole che non riconosca mio marito? Certo erano passati quasi trent'anni, ma il
viso era sempre lo stesso. Si faceva passare per il fratello. Questo  successo! Mi disse che non avevo
scampo, mi disse che mio figlio sarebbe morto.
- Cos hai cominciato a inventare tutte quelle storie... Avresti fatto bene a parlare da subito; lo
avremmo aiutato, tuo figlio.
- Ci avevo pensato, ma avevo sempre in mente le parole di mio marito: disse che non sarei mai
riuscita a provare la sua identit perch documenti non ne erano rimasti. Allora fu chiaro che
quell'incendio, al comune, non fu un incidente.  diventato una persona importante, ora  ricco... Poi ho
deciso che lei, dottore, era l'unico che poteva aiutarmi.
Eugenio si frug le tasche per cercarvi un fazzoletto col quale asciugarsi il sudore che gli si
stava formando sulla fronte. Non voleva rifare quella domanda che gli pareva frutto di impotenza e
confusione, ma Lina taceva e lui non resistette. - Perch? - chiese arrendendosi all'impossibilit di
trovare altre formule. - Perch proprio io?
Lina si volt per guardarlo negli occhi, lo fiss per un tempo che parve interminabile fino a
costringere il suo interlocutore ad abbassare lo sguardo. - Perch lei lo ha gi aiutato una volta...
Questa volta la sorpresa fece esplodere il pavimento sotto ai piedi di Eugenio.
- Lei conosce mio figlio, - incalz Lina senza curarsi del suo sguardo sgomento. Aveva assunto
l'aria fanciullesca di una ragazzina che volesse fare la preziosa. Sembrava sfidare Eugenio a
concentrarsi.
E lui lo fece, come se dall'esattezza della sua risposta dipendessero le sorti del mondo. Parve
scartare l'ipotesi pi diretta, quella tanto logica da fargli accapponare la pelle. Si sfreg una spalla per
scacciare un brivido. Poi si alz dalla sedia sulla quale era rimasto incollato fin dal principio e si
diresse verso i piedi del letto di Lina, le afferr una mano, che sent calda e morbida. La donna
ricambi quel gesto d'affetto con un sorriso e un accenno del capo che era un invito a osare.
- P...a...o...l...o? - tentenn Eugenio, sperando in un diniego deciso da parte della donna.
- Paolo, - conferm lei, piena di riconoscenza.
Capitolo terzo
Minacciava di essere una di quelle notti da segnare sull'agenda. Percorrendo lo stretto corridoio
che dalla cucina conduceva al soggiorno Maria Vittoria, col braccio teso verso l'alto, badava a tenere la
pellicola fotografica contro la luce diffusa dai lampadari. Forse con quel gesto l'immagine in essa
impressionata sarebbe cambiata, si sarebbe trasformata in qualcosa di meno pericoloso. Perch di
questo si trattava: di qualcosa di molto pericoloso. Sorrise un poco al pensiero che pose tanto allegre di
invitati festanti e sposi felici potessero generare inquietudine e paura. Era paradossale in fondo, anche
perch qualcun altro aveva ricevuto i negativi delle fotografie scattate durante il colloquio tra Santino
Pau e il sindaco. E quel qualcun altro era proprio la persona che per nulla al mondo doveva conoscere
l'esistenza di quelle fotografie. Non c' male, pens Maria Vittoria, quando si dice scherzi del destino...
Ora restava solo da capire in che modo si potesse uscire da quella situazione. Prima di fare qualunque
cosa avrebbe aspettato Alberto. Prima di decidere era necessario ragionare. C'erano buone probabilit
che gli sposi, ricevendo i negativi sbagliati e riconoscendovi Santino Pau, si fossero gi messi in
contatto con lui. Tempo non ce n'era...
Maria Vittoria cominci a camminare avanti e indietro per il corridoio, stai calma, stai calma
si ripeteva, in modo talmente ossessivo che la sua voce pareva formarsi nel ventre. Dopo qualche
minuto il controllo venne meno: il labbro inferiore cominci a tremarle senza che lei potesse fare niente
per fermarlo. Non era un tremito vero e proprio, piuttosto una contrazione. Obbligandosi a fermarsi
prese posto davanti alla sua scrivania, controllare i suoi appunti poteva aiutarla a ignorare il tempo e il
campanello che non squillava.
Dunque: Santino Pau, a Nuoro da quasi cinque anni dopo una vita passata in Germania; il suo
trasferimento  la conclusione di una serie di operazioni finanziarie e immobiliari portate avanti a
distanza. A Nuoro arriva con un collega di fabbrica: Bachisio Corda, e la famiglia di lui, parenti
procurati che sistema in una grande casa in centro comprata dieci anni prima e ristrutturata in stile
tirolese. Per s sceglie un appartamento pi modesto non troppo distante dalla casa.  un dispensatore
Santino Pau. E ha il senso degli affari. In due anni mette le mani sul settore edilizio della citt. Senza
mai comparire direttamente si aggiudica appalti, compra terreni, riscatta immobili ipotecati. Sistema i
suoi parenti comprando licenze per piccole attivit commerciali: il mini market, la merceria,
l'edicola... Quando la figlia di Bachisio Corda si sposa le regala la casa, una villetta a schiera nella parte
nuova della citt, e per il matrimonio vuol pagare tutto lui... servizio fotografico compreso...
Brava Maria Vittoria, un bel lavoro, proprio un bel lavoro. Tutto basato sulle dicerie, senza una
prova. Storie di paese a pensarci bene. Storie che qualunque combriccola di invidiosi  pronta a
infarcire. Come quella delle tresche tra Santino Pau e il comune, certo c'erano le fotografie, ma che
cosa significavano in fondo? Niente di niente, anche l'avvocato pi sprovveduto in un tribunale avrebbe
riso di quelle immagini. Che cosa provavano? Niente di niente. Due persone, un uomo e una donna, che
discutono. E allora?
Perch era stata cos stupida? Perch Alberto tardava tanto? Con gesti meccanici fece scattare il
bottone automatico di quella cartella che lei, quando c'era l'entusiasmo, il delirio investigativo, aveva
chiamato dossier Pau. Ma ora si sentiva stanca, stanca sino all'ilarit. Le certezze cominciavano a
sfocarsi nella sua testa, conosceva bene quel sentimento, lo odiava perch sentiva che poteva
significare solo una cosa: paura. Lo disse finalmente: ho paura. A voce alta, percependo se stessa
come un'estranea, come una presenza inattesa che le stesse seduta davanti. Riprese ad armeggiare con
la cartella: la vox populi diceva che Santino Pau era il padrone di tutto. La maldicenza si esprime in
questi termini, non  molto articolata nelle sue affermazioni: padrone di tutto, che fatte le debite
scremature poteva significare padrone di molto. Poteva significare, per esempio, il potere di incidere
preventivamente sulle gare d'appalto; il potere di sbaragliare la concorrenza con l'aria di piegarsi alle
leggi del mercato; di rovinare imprese per riuscire ad assorbirle. Era su questo punto che le dicerie
diventavano pi circostanziate. La SARCOS era, ufficialmente, in mano al parente di Santino Pau,
Bachisio Corda. La SARCOS si era aggiudicata l'appalto per la costruzione del parcheggio in centro, in
piazza Vittorio Emanuele; poi i lavori erano stati bloccati, si erano interrotti per qualche mese, ma gi
durante le prime giornate di lavoro effettivo si era visto che i fondi richiesti per l'intera operazione non
erano sufficienti e si era provveduto ad alzare il prezzo in corso d'opera: tutto previsto. Tutto regolare.
Si era avviata la giostra dei subappalti, le demolizioni a questo, le opere in ferro a quello, lo
sterramento a quell'altro... E la cifra saliva... La cifra poteva diventare una strana signora che tendeva
a ingrassare, nonostante la quotidiana attivit fisica: una vecchia ed esperta prostituta che, tra un cliente
e l'altro, mangiava cioccolatini sporcandosi la bocca. Poteva diventare una puttana di lusso, una donna
per pochi che sapeva regalare istanti di autentica felicit a saperla prendere, a fare le cose giuste; una di
quelle puttane che chiedono un extra solo quando il cliente  impossibilitato a rifiutare...
Guard l'orologio, aveva dormito? Non era tardi, solo le otto. Si era appisolata. Tutto era gi
successo e Alberto correva un serio pericolo, questo pensiero l'aveva sottratta al sonno. Con un tonfo
tra i seni che era stato come una manata violenta al centro del torace.
Imbacuccata, per strada, Maria Vittoria fece un mezzo giro per evitare una buca sul
marciapiedi. Qualche incertezza cominciava a coglierla quanto pi si avvicinava al commissariato di
Polizia. Se avesse potuto esaminarsi dall'esterno avrebbe riso della sua goffaggine mentre cercava di
sistemarsi la cartella, il suo dossier, davanti al seno per schermare il vento. Certo aveva deciso di
raggiungere a piedi il commissariato, che non era troppo distante da casa sua; certo quel tragitto le
serviva per trovare una formula abbastanza efficace a spiegare la sua denuncia. L'avrebbero presa per
matta, ne era sicura; l'avrebbero presa in giro dicendo che si era persa il fidanzato da qualche parte e
avrebbero sogghignato alla sua affermazione che il ragazzo era solo un collega. Ci volevano almeno
quarantotto ore prima di dichiarare scomparsa una persona, questo lo sapeva; ma sapeva anche che ogni
minuto perso poteva essere fatale. Acceler il passo...
L'interno del commissariato le parve stranamente lindo. L'agente di turno, che era un ragazzotto
continentale a giudicare dalla parlata, la invit a sedere in attesa del commissario che era al telefono.
Maria Vittoria declin l'invito restando in piedi davanti alla sua scrivania. Preferiva guardarlo, con la
speranza di guardare qualcosa di bello: una persona normale, un giovane al lavoro che affronta il turno
di notte con l'aria di chi ha un dovere da assolvere. Quella pacatezza, quella atmosfera tranquilla, la
faceva star meglio. Si sedette. Il ragazzo le sorrise per riempire il tempo. Dalla porta chiusa del suo
ufficio si sent la voce del commissario Curreli che discuteva al telefono. -  stanco, - disse il giovane
agente rivolto a Maria Vittoria, come per scusare l'intemperanza del suo capo. - Oggi non ha staccato
un attimo.
Maria Vittoria accenn un sorriso. Tast la tasca del cappotto per sincerarsi che la busta con le
fotografie ci fosse ancora.
Capitolo quarto
Danila Comastri tir su col naso. Lo fece in modo che paresse un sospiro. Guardando l'orologio
non smise di assentire per quanto le giungeva dall'altro capo del telefono. Appena messa gi la cornetta
si prese qualche secondo di silenzio per riordinare le idee. Guard Salvatore Corona seduto di fronte a
lei.
- Il commissario Curreli, - inform la donna. - La nostra cena  saltata, - annunci rivolta al
giudice Corona. - Se ci sbrighiamo siamo dentro ai limiti temporali notturni per una perquisizione
domiciliare.
- Di che si tratta? - chiese, alzandosi, Salvatore Corona.
- Santino Pau, amico mio: le cose cominciano a collegarsi sul serio. Devo aspettare ancora
molto? - chiese la dottoressa Comastri vedendo che il giudice Corona non accennava a seguirla.
La porta d'ingresso dell'appartamento sembrava molto solida. Il commissario Curreli riprese a
suonare con un impeto che suscit la curiosit di una vicina. La donna si affacci timidamente sul
pianerottolo. -  inutile suonare, - annunci. - Non c' nessuno:  uscito almeno da due ore.
- Polizia! - la aggred bruscamente il commissario Curreli. La donna per tutta risposta scatt
all'interno del suo appartamento chiudendo con tutte le mandate di sicurezza.
Danila Comastri e Salvatore Corona arrivarono in quel momento, il freddo gli faceva fumare
l'alito.
- Pare che non ci sia nessuno, - inform il commissario.
La dottoressa Comastri accenn col capo, segno che si poteva procedere.
La porta si spalanc dopo qualche minuto di forzatura. Nell'appartamento qualche luce era stata
lasciata accesa.
Giuseppina controll che il catenaccio alla porta fosse inserito, non che servisse a granch, ma
aiutava a dare una parvenza di sicurezza. Non amava star sola. Non amava star sola di notte.
Ritornando verso il salotto si accost alla bocca il collo del pesante cardigan che aveva indossato sopra
il pigiama. Sent il tepore di quel contatto e percep l'odore della colonia usata da Eugenio di cui il capo
era impregnato. Con disinteresse diede uno sguardo alla televisione che mandava un film gi visto.
Il suono del campanello la fece scattare in piedi. Rest ferma a guardare la porta d'ingresso che
immaginava alla fine dell'andito completamente in oscurit. Il campanello trill ancora una volta. Ora
le vibrazioni si disperdevano all'interno, nelle stanze, la pressione sul pulsante era stata impaziente.
Seguirono dei colpi dati alla porta con la mano aperta.
Giuseppina fece qualche passo avanti. - Chi ? - chiese timidamente. - Chi ? - ripet,
sollevando il tono, rendendosi conto che chiunque fosse non avrebbe potuto sentirla se non alzava la
voce.
Per qualche secondo rest tutto silenzioso. Giuseppina fece qualche altro passo avanti
portandosi proprio a ridosso della porta. La visuale dello spioncino era vanificata da una massa di
capelli neri. - Dottore... - ansim una voce lamentosa. - Sono io, mi apra la prego...
Il volto del giovane appariva deforme ora che si era spostato di qualche centimetro dallo
spioncino.
Santino aggred la notte. Spingendo il pedale dell'acceleratore, aveva perso troppo tempo,
doveva tornare. Tornare a casa. Il respiro gli diventava pesante. Era finito. Era tutto finito.
Il maresciallo Pili lasci che la berlina di Santino Pau si distanziasse. Non c'erano troppe
possibilit di deviazione in quella strada, bastava tenerlo d'occhio prima degli svincoli.
Maria Vittoria apr la porta di casa sperando che la spia della segreteria telefonica pulsasse di un
segno di vita. Tutto quello che c'era da fare era stato fatto... E Alberto non aveva chiamato.
Lina sorrise della preoccupazione di Eugenio.
- Che cosa si deve fare? - aveva chiesto lui in preda a un'inquietudine che gli impediva di star
fermo.
E Lina aveva sorriso. - Bisogna prenderlo, ora che  stato stanato, - aveva risposto
semplicemente. -  l'unica possibilit. Come succede con i cinghiali: quando sono spinti allo scoperto
sbagliano da soli e fanno tutto quello che non devono fare, si lasciano prendere dal panico, perch i
battitori fanno un rumore che li stordisce. Per questo sbagliano: vanno incontro alle armi dei cacciatori
che li aspettano allo scoperto, fuori dalla macchia... Bisogna prenderlo, dottore, - ribad, - prima che
abbia il tempo di riflettere!
Capitolo quinto
Maciste, piegandosi in due, cerc di affrontare un accesso di tosse. La luce del Pronto Soccorso
gli dava le vertigini, tent di mantenere gli occhi chiusi. Gli pareva di afferrare meglio le parole del
commissario in quel modo. - Ti conviene collaborare, - disse lui, - abbiamo le fotografie e i negativi,
stai bene in abito elegante, davvero bene. Non puoi certo dire che non lo conosci.  lui che ti ha ridotto
in questo modo?
Abbassando la testa Maciste cerc di dimostrarsi disposto a collaborare. Ma non era ancora
convinto, solo voleva che smettessero di fargli domande, voleva che gli lasciassero il tempo di
ragionare.
- Abbiamo le fotografie e i negativi, - ricominci il commissario. - Sei ancora in tempo: se ci
dai una mano, ne terranno conto...
- Ne terranno conto perch? Non ho fatto niente! - prov a opporsi Maciste con un acuto che
lo fece tossire ancora una volta.
- Va bene, non hai fatto niente, lo vedremo se non hai fatto niente...
Il giovane si chiuse in un mutismo che non prevedeva repliche.
- Lo so quali sono i miei diritti, - bofonchi senza sollevare la testa.
Il commissario Curreli rimase a guardarlo: un sorriso di stanchezza gli si era stampato sul volto.
Si scroll la zazzera come a riordinare i pensieri, quindi estrasse di tasca qualcosa che espose
perpendicolarmente rispetto al viso chino del giovane raggiungendo la punta del suo naso con la mano
aperta.
- Lo sai cos' questo? - chiese.
Il giovane trasal. Cerc di tirarsi indietro. Spalanc gli occhi per inquadrare meglio il grano
nero di un rosario che navigava nella mano immensa del commissario.
- Ti  finito in una tasca del cappotto, - lo inform quest'ultimo. - Sei stato distratto, - concluse
serrando il palmo. - E ora credo che ti convenga dire tutto quello che hai da dire.
Maciste accenn di s dolorosamente. - Era una vecchia strega! - cominci... Ma non sembrava
che avesse voglia di continuare. Il dottore di turno fece un cenno interrogativo al commissario che lo
invit a uscire. Rimasti soli, i due uomini si scrutarono per qualche secondo. Il commissario consum
quei minuti di silenzio per avanzare verso la finestra. -  bello qua fuori, - disse senza staccare lo
sguardo dalla collina. - Approfittane, dagli un'occhiata anche tu, perch finisci in galera e buttano via la
chiave.
Maciste non si volt, continu a tenersi il costato con entrambe le braccia, puntando lo sguardo
assente verso le sue ginocchia. Aveva il respiro pesante. - Giuro che non lo so... - disse senza alzare la
testa. - Giuro che non lo so perch la voleva morta. Era una strega...
- Sei tu che facevi i filmini? - chiese il commissario tentando di mantenere un tono di voce
impersonale.
Il cambio d'argomento fece voltare il giovane. - Che cosa c'entra la storia dei filmini? -
domand veramente stupito.
Questa volta il commissario non riusci a mantenere la calma. - Non lo so che cosa c'entra, sei tu
che me lo devi dire! - sbott. - Li facevate per costringere gli imprenditori a rinunciare agli appalti? -
Maciste si richiuse nel suo mutismo.
- Certo, - continu il commissario, - quando uno ha famiglia...  cos?  cos? - ripet alzando
la voce e scattando verso Maciste.
Il giovane lo guard con uno stupore negli occhi del tutto simile al panico. - Io non lo so, -
tent. - Io facevo quello che mi diceva lui. Non facevo troppe domande; io non chiedevo nulla, credevo
che volesse quelle cassette perch a lui... - Si rese conto che stava dicendo pi di quanto il commissario
si aspettasse e smise di parlare.
Il commissario si accasci su una sedia metallica di un bianco ingiallito. - Difenderlo non ti
servir a nulla, - disse. - Abbiamo perquisito la sua casa e abbiamo trovato tutto quello che ci serve per
farti passare in una cella il resto della tua vita. E sai cosa ti dico? Lui non ti aiuter. Tenter di darti la
colpa di tutto! - forz il commissario, sperava che il giovane lo credesse pi informato di quanto
effettivamente fosse.
Maciste si guard intorno, per un attimo sembr avere un mancamento.
- L'omicidio di Grazia Mereu, quello di Ines Ledda. La morte di Salvatora Fenu, - incalz il
commissario. - Sarai accusato di tutto!
Il risultato di questa sfuriata fu che una strana ilarit si dipinse sul volto di Maciste. - Questa
scena l'ho vista tante volte alla TV, - ironizz. - Lei non sa niente, commissario, non ha la pi pallida
idea di come siano andate realmente le cose. Ma su un punto ha ragione: sar accusato di tutto, anche
della Terza Guerra Mondiale.
- Non se sarai disposto a collaborare. Perch voleva quei filmini? - ricominci il commissario.
- Perch al vecchio piacciono le bambine, - rispose Maciste, come se si trattasse dell'unica cosa
logica da pensare. Aveva dato alla frase un che di ironico.
-... L'utile e il dilettevole, - comment il commissario riprendendo a grattarsi la testa.
- Qualcosa del genere, - conferm Maciste.
Capitolo sesto
- Dice che con Grazia Mereu e Ines Ledda lui non c'entra e credo che non menta, - riassunse il
commissario Curreli.
La dottoressa Comastri si volt verso Salvatore Corona, traendo un profondo sospiro. - Per
quanto riguarda Ines Ledda, lo sappiamo, - disse guardando l'orologio. - Sono le dieci, - constat
sconsolata.
Il commissario sorrise di compiacimento. - Lorenza Ibba  stata uccisa, - annunci. - Hanno
riempito la casa di topi. Hanno messo i genitori della bambina nella necessit di comprare il veleno. La
bambina restava sola in casa al mattino prima di recarsi a scuola, per mezz'ora al massimo. Si sono
presentati in casa, la bambina ha aperto...
- Le hanno fatto ingerire il veleno? - domand Salvatore Corona con un brivido.
I commissario Curreli conferm: - Ha confessato, ha denunciato i complici, due balordi, ma
sono solo gli operai. Ha detto che il piano era del capo. Aveva paura che la bambina avesse il diario
della sua compagna.
La dottoressa Comastri guard la busta sul tavolo, quella che le aveva consegnato il prete. -
Ecco i risultati della coscienza sporca, - disse estraendo il diario dalla busta. Si trattava di un
quadernino con la copertina morbida, chiuso da un piccolo lucchetto dorato. - L'ho letto da cima a
fondo e non c' niente di niente; nemmeno il pi lieve accenno a qualcuno che la importunasse o a
videocamere.
- Ma sulla prima bambina: Grazia Mereu, l'imputato dice di non sapere assolutamente niente, -
complet il commissario Curreli.
- E non ci sono motivi per dubitare che menta, a questo punto, - constat la dottoressa Comastri.
- Tutto ritorna, - intervenne il giudice Corona. - Se Grazia Mereu ha affidato il suo diario a Ines
Ledda  da lei che l'ha avuto Salvatora Fenu. Quest'ultima  la responsabile della morte della Ledda: le
aveva praticato un aborto e aveva paura che la bambina parlasse. L'ha uccisa non sapendo che sarebbe
morta lo stesso di l a poco, grazie al suo intervento. L'errore  stato cambiare idea: pensare che si
trattasse di fatti collegati, - riflett all'improvviso.
- Che cosa vuol dire? - lo interruppe il commissario.
- Voglio dire che le morti di Grazia Mereu, Ines Ledda e Lorenza Ibba sono il risultato di fatti
diversi. Esattamente quello che pensammo all'inizio. Voglio dire che il fatto che si trattasse di tre
bambine quasi coetanee che frequentavano la stessa scuola  stato un puro, maledetto caso! Questo
voglio dire. C'era la questione degli appalti e a frugare nel posto giusto vedrete che troveremo
videocassette di altre bambine, ma anche di bambini, vedrete che ognuno corrisponder a qualcuno
interessato a partecipare ad appalti pubblici.
- Un modo per eliminare la concorrenza, - s'infervor la dottoressa Comastri.
- Proprio questo, - conferm con un sorriso Salvatore Corona.
- Ma non  abbastanza, - intervenne il commissario Curreli. - Per essere sicuri al cento per cento
si foraggiano gli uffici del comune, quelli che contano s'intende. Vorrei ricordare che l'uomo che ha
scattato queste fotografie risulta irreperibile.
- Probabilmente si  nascosto quando si  reso conto dello scambio dei negativi, sa bene che ha
a che fare con gente che non scherza, - lo rassicur Salvatore Corona.
Danila Comastri assent con foga. - Non appena queste notizie usciranno sui giornali, si rifar
vivo. O almeno lo spero.
- C' troppa gente irreperibile in questa storia. Nessuna notizia del figlio della Fenu? - chiese
Salvatore Corona.
Il commissario Curreli fece cenno di no, senza riuscire a trattenere un moto di scherno. Il
giudice Corona lo registr rivolgendosi alla dottoressa Comastri che pareva sul punto di scoppiare a
ridere.
- Non  il figlio della Fenu, la necroscopia sul cadavere della donna ha rivelato che era illibata...
Roba da non credersi: una dodicenne incinta e una sessantacinquenne illibata. Adoro la Sardegna, -
comment d'improvviso senza controllo. Aveva l'aspetto di una che sarebbe crollata a dormire anche su
un letto di chiodi.
Comunque quella che doveva essere una battuta non sort il suo effetto. Il commissario e il
giudice non parevano essersi divertiti.
- Scusate, - tentenn Danila Comastri, sentendo sulla pelle il gelo che era calato nella stanza
nonostante il riscaldamento. - Non volevo dire in quel senso.  la stanchezza che mi fa straparlare.
- Poi rimane Santino Pau, - continu il giudice per rompere il silenzio che stava diventando
imbarazzante.
- Le assicuro che dovunque sia non potr abbandonare l'isola, dottore, abbiamo avvertito tutti i
porti e gli aeroporti, se solo si presenta lo beccano! - promise il commissario.
Un bussare discreto li fece voltare tutti e tre verso la porta. L'agente del turno di notte parve
scusarsi di quell'intrusione. - Il dottor Martis per la dottoressa Comastri, - annunci, senza alzare la
voce.
Eugenio aveva sul volto i segni di una stanchezza infinita.
Capitolo settimo
Dopo qualche insistenza Paolo si sedette lasciandosi andare sul divanetto davanti alla
televisione. Non voleva disturbare, ma non riusciva a rimettersi in cammino.
- Hai bisogno di una medicazione, - constat Giuseppina vedendo le caviglie, le mani e gli
avambracci feriti.
- Non  niente, ho bisogno di un bagno e passa tutto. Ma non voglio disturbare! - disse tentando
di rimettersi in piedi. Si era infilato le scarpe senza le calze e aveva perso la giacca a vento chiss dove.
Tremava, ora. Il calore della stanza sembrava dargli un'idea chiara del freddo che gli percorreva il
corpo. Ebbe un brivido.
- Eugenio, il dottore, sar qui da un momento all'altro! - ment Giuseppina invitandolo a restare
seduto.
E lui si lasci andare. Appoggi la testa allo schienale chiudendo gli occhi. Lo sguardo di quella
donna lo metteva al sicuro come un bambino che avesse bisogno della presenza della mamma per
addormentarsi. - Sono stanco... - farfugli. - Non credevo che si potesse sentire tanta stanchezza... Lei 
la moglie del dottore! - afferm all'improvviso con deferenza, come se si rendesse conto solo allora del
posto in cui si trovava.
Giuseppina gli sorrise con un gesto appena accennato delle labbra. - Non ancora, - disse.
-  una bella cosa amare qualcuno, - riflett lui. Aveva l'aria di un animale che si fosse arreso
alla trappola e che aspettasse solo di essere preso.
- Ti porto qualcosa per medicare le ferite, - disse Giuseppina.
Quando ritorn nella stanza con cotone idrofilo e disinfettante lo vide chino sulle sue scarpe. -
Ti aiuto io, - disse inginocchiandosi davanti a lui.
Paolo si ritrasse senza violenza. - Lasci, lasci, - protest. - Queste non sono cose che deve fare
lei!
- Ho fatto di peggio, - tagli corto Giuseppina sfilandogli le scarpe con un gesto deciso.
Il ragazzo trattenne il respiro per il dolore.
- Fa male, - constat lei riferendosi all'abbondanza di disinfettante che versava direttamente sui
piedi sanguinanti. - Ma  l'unico modo per evitare infezioni.
Paolo sorrise strizzando gli occhi come a dire che proseguisse senza preoccuparsi. Teneva le
mani ferite abbandonate sul cuscino del divano, con le palme verso l'alto per non sporcare il tessuto a
fiori.
- Dobbiamo togliere questa roba -. Giuseppina controllava i polpacci graffiati sotto ai calzoni.
Il ragazzo ebbe uno scatto in avanti. Poi ritorn a rilassarsi. Anche il pudore sembrava uno
sforzo insormontabile. Vide, anzi sent, che lei si alzava dirigendosi verso un'altra stanza. E rimase solo
per qualche minuto a godersi l'assenza di quella donna che non gli aveva chiesto niente; che l'aveva
fatto entrare in casa nonostante fosse uno sconosciuto.
Giuseppina ritorn portando degli abiti puliti e un asciugamani.
- Il bagno  subito a destra, - gli disse. - Ti aiuto ad alzarti...
Capitolo ottavo
Aveva lasciato la macchina a poca distanza dall'ingresso del paese. Ora Santino Pau si dirigeva
a piedi verso il centro abitato. Il maresciallo Pili doveva stare attento, pi attento che mai ora che i
passi risuonavano sul selciato rustico delle stradine di Laconi. Si era trattato di un viaggio piuttosto
faticoso. Almeno un paio di volte aveva temuto di essere stato visto, aveva rallentato rischiando di
perderlo definitivamente. Ma poi era sempre riuscito a raggiungerlo.
Per strada, fuori dalla macchina, Santino era pi guardingo: camminava affondando il viso nel
colletto della giacca a vento e calandosi il cappello sino agli occhi.
La temperatura non era pi tiepida, solo leggermente pi sopportabile, ma il maresciallo non
sentiva freddo. Scivolava rasente i muri cercando di non emettere il minimo rumore. Dal vicolo che
dava in una piazzetta vide Santino armeggiare con le chiavi davanti al portoncino di una vecchia casa.
Il maresciallo venne allo scoperto solo quando l'altro, inghiottito dall'oscurit, fece scattare la serratura
dietro le sue spalle.
Si trattava di capire in che modo il maresciallo, non pi giovane e nemmeno tanto allenato,
potesse penetrare in casa attraverso una finestra semidistrutta da anni di incuria a tre metri dal suolo. Il
lato della casa, che dava in un viottolino talmente stretto che non sarebbe stato possibile aprire le
braccia, era perfetto per tentare l'effrazione. Ma, per quanto si guardasse attorno, il maresciallo Pili non
trovava niente che potesse aiutarlo nel suo intento. Pens alla corda da traino lasciata in macchina, ma
l'auto era troppo distante, parcheggiata poco prima del centro abitato. Usc allo scoperto, verso la
piazzetta per vedere se tra le aiuole curatissime del giardinetto che la circondava ci fosse qualcosa di
utile. Niente di niente. A qualche metro di distanza, se non se l'era sognato, aveva notato un piccolo
cantiere. Non se l'era sognato: trovare una scala sarebbe stato il massimo, ma dovette accontentarsi di
un tavolone non pi lungo di due metri. In verit si trattava di due tavoloni giustapposti per la
lunghezza da una serie di listelli di legno inchiodati. Poteva riuscire. Sudando copiosamente il
maresciallo riusc a portare la sua scala sotto la finestra. Incastr il tavolone nel selciato badando a
tenere i listelli nel lato utile perch fungessero da pioli. La salita fu difficoltosa, i centimetri di spessore
dei listelli erano troppo pochi per la punta delle sue scarpe. Cadde un paio di volte ferendosi le mani
che non abbandonavano la presa ai lati del tavolone. Ma prosegu con testardaggine finch non sent il
piano del davanzale della finestra. Con uno sforzo estremo tir su il ginocchio. Aveva paura solo di un
infarto in quel momento. Aveva paura di non vivere abbastanza per riuscire a penetrare in quella casa.
Quando si sent abbastanza stabile da tirar su anche l'altra gamba diede un colpo di reni verso
l'alto e si trov in ginocchio davanti al telaio, distrutto dal tempo, della finestra.
La prima sensazione che lo aggred fu l'odore di marcio. Come scoperchiare un pozzo nero.
Qualche gatto aveva deciso di morire in quella casa. Abituandosi all'oscurit si poteva vedere che
l'interno della stanza era completamente vuoto. Ancora una volta cammin rasente ai muri, non voleva
rischiare che una falla nel pavimento lo facesse piombare di sotto. Non sentiva alcun rumore. Se
Santino Pau si trovava in casa, non doveva muoversi perch il silenzio era assoluto. Gli occorsero
minuti per aprire la porta della stanza e sbucare in un andito che finiva in una scala. A concentrarsi, si
poteva sentire un fruscio, come un trascinamento, nel piano inferiore. Ma ora che il vento non era pi
padrone dello spazio, il silenzio era diventato perfetto, talmente perfetto che ud con chiarezza i passi di
Santino sotto di lui.
La cosa buffa era che il maresciallo Pili non sapeva esattamente per quale motivo si trovava in
quella situazione. Durante la sua carriera di tutore dell'ordine non si era mai sognato di sparare contro
qualcuno. E qualche volta, in barba ai regolamenti, aveva lasciato a casa la pistola d'ordinanza.
In questi pensieri conquistava i gradini, che l'avrebbero portato al piano inferiore, uno alla volta,
fermandosi per frugare nel silenzio.
L'ultimo gradino posava su un'anticamera abbastanza spaziosa. Per quanto si poteva capire,
questa parte della casa aveva un che di curato. La cassapanca di fianco al portoncino d'ingresso era
ingombra di quotidiani ordinatamente impilati. Sulla parete di destra la porta chiusa di una stanza. A
sinistra: un sottoscala delimitato da una tenda stampata con paesaggi svizzeri, a giudicare dalle vacche
e tutto il resto. Sulla parete attigua due porte, chiuse anch'esse.
Il maresciallo Pili si port a passo lentissimo verso la porta alla sua destra, la sfior con la mano
prima di appoggiarvi l'orecchio: nessun rumore, nemmeno il pi impercettibile segno di vita. Decise di
spostarsi verso le altre porte. Qualunque cosa volesse fare, andava fatta solo dopo aver capito dove si
era rintanato Santino. Un leggero tremolio al ginocchio rivel che lo sforzo fatto per raggiungere la
finestra era stato superiore alle sue possibilit fisiche.
Ancora quel fruscio, come un passo strascicato, lo fece voltare, voltare di scatto verso la tenda
del sottoscala.
E qualcosa si mosse, l'intera Svizzera si mosse, le vacche, i masi, le allegre contadine e i
suonatori di corno si mossero, come spinti da una folata di tramontana che, attraverso una finestra
spalancata, avesse invaso la stanza.
Il maresciallo Pili si rese conto di essere caduto a terra solo quando sent il freddo del
pavimento penetrargli nella schiena attraverso la giacca. Pi che una reazione il suo agitare le braccia
fu un estremo tentativo per non cadere.
Il maresciallo si rese conto di essere caduto quando sent il peso dell'uomo sopra di s.
Capitolo nono
- Non accenda il riscaldamento per favore. Non riesco a sopportare l'aria viziata -. La dottoressa
Comastri si volt implorante verso Salvatore Corona.
Lui, che stava armeggiando col cursore dell'aria calda senza staccare lo sguardo dalla
carreggiata davanti a s, diede un colpo secco all'interruttore dell'impianto di riscaldamento che smise
di ronzare.
- Non sono ancora sicura che sia una buona idea.
- Io sono sicuro di s -. Salvatore Corona aveva un tono brusco.
Danila Comastri riprese a guardare davanti a s, nell'oscurit assoluta della campagna.
- Provi a riposare, - tent il giudice Corona, riprendendo la calma.
- Sarebbe bello! - disse lei con enfasi. - Ma non posso proprio farlo se ho l'impressione di
viaggiare con una persona che pu cadere in una crisi nervosa da un momento all'altro.
- Io lo conosco il maresciallo, dottoressa, lo conosco da anni. Io lo so che si  cacciato in un
mare di guai!
- La stazione di Laconi  gi stata avvertita: in qualunque modo arriveremo troppo tardi.
- Se io sar l, non sar troppo tardi!
Danila Comastri sorrise. - Questo mi piace di voi sardi, questo mi piace proprio: riuscite a
passare dalla disperazione all'onnipotenza come se niente fosse.
- Senta dottoressa, lui non si  mai sottratto quando ce n'era bisogno. Non posso stare con le
mani in mano, mentre quel pazzo rischia la vita. Lo capisce questo?
- Non solo lo capisco, - rispose lei col tono pi conciliante che aveva. - Ma lo ammiro:  il
motivo per cui sono qui con lei!
- Basta con questo lei, - propose Salvatore dopo qualche secondo di silenzio.
La macchina scivolava nella notte. Un buio fittissimo li avvolgeva. La dottoressa Comastri
sentiva il disagio dell'oscurit perfetta.
Sorrise senza voltarsi per esorcizzare l'inquietudine. - Quello che non capisco, - disse
all'improvviso, -  perch mai, questo Pau, ha deciso di farsi passare per morto tutti questi anni. Se
anche avesse ucciso il fratello, perch prendere la sua identit?
Salvatore Corona ingran la quinta marcia. - Non sempre si  quello che si vorrebbe essere:
Santino rappresentava per il fratello quello che lui non era mai stato.
- Ma rischiare fino al punto da dare fuoco al municipio e aspettare trent'anni, perch? Avrebbe
potuto scovare il bambino e farlo sparire da molto tempo...
- Certo, - ironizz il giudice, - e firmare la sua condanna: crede che la madre sarebbe stata zitta?
Crede che si sarebbe fatta la galera? Vede, dottoressa, si erano condannati da soli: ognuno pagava per
la sua parte. Lui mantenendo in vita quel bambino, e lei facendo la galera per un delitto che non aveva
commesso. Gli interessi sono arrivati dopo, gli appalti e tutto il resto sono solo storia comune.
- C' un'altra cosa che mi sfugge, - incalz Danila Comastri. - Perch Salvatora Fenu avrebbe
spedito la lettera anonima a quella giornalista e avrebbe telefonato per rivelare dove aveva sepolto il
corpo di Ines Ledda? Che interesse aveva? Poteva lasciar perdere: forse quel corpo non si sarebbe mai
pi trovato.
- Me lo sono chiesto anch'io, e credo che l'abbia fatto per un motivo molto semplice, talmente
semplice da sembrare assurdo: voleva prendere due piccioni con una fava, come suol dirsi. Voleva che
si riprendessero le indagini sulle altre bambine scomparse e, allo stesso tempo, voleva che anche la
morte di Ines Ledda fosse collegata a quelle. Sapeva molte cose Salvatora Fenu, fin da quando aveva
portato qui il bambino quasi trent'anni fa e l'aveva fatto riconoscere da un moribondo a cui faceva
assistenza.
- Cos la morte della Ledda  stato un incidente!
- Chiamiamolo in questo modo. La bambina era rimasta incinta. La donna non poteva
permettere che suo figlio venisse messo in piazza con un'accusa di stupro. Poteva significare
metterlo in pasto a Santino.
- A Cosimo, - corresse la dottoressa Comastri.
- A Cosimo.
-  una storia pazzesca, non credo che riuscir a dimenticarla.
- Lo sa qual  la cosa buffa? - Il giudice Corona si volt per un attimo verso la dottoressa
Comastri. - La cosa buffa  che si  trattato d'amore. Ha sentito anche lei il dottor Martis parlare della
sua paziente; e lo stesso dicasi per la Fenu: doveva amare molto il suo ragazzo, in fondo gli era stata
madre a tutti gli effetti.
- Penso che questo sia vero. Quello che mi spaventa  la mole di lavoro che ancora resta da fare.
Il ragazzo andr incriminato comunque; bisogner fare controlli a tappeto nell'ufficio del sindaco;
controllare la lista dei finanziatori di una serie di imprese edili, sar un disastro!
- Bisogner stanare la bestia, prima che sia ancora in grado di nuocere!
La luce dei fari dava un colore grigiastro alla vegetazione che debordava dai lati della
carreggiata. L'auto scivolava verso l'interno percorrendo la statale sinuosa. Un'aria gelida e odorosa
penetrava nell'abitacolo.
La dottoressa Comastri aspir profondamente quel profumo.
- Adoro la Sardegna, - disse con trasporto.
- Ha deciso? - chiese il giudice prendendo dolcemente una curva.
La dottoressa Comastri si prese un po' di tempo per riflettere. - Non voglio rispondere ora,
dottore, sono troppo emozionata e ho paura.
- Basta con questo dottore, siamo due adulti e abbiamo un nome mi pare.
Le fronde dei noccioli sembravano lambire l'abitacolo dell'auto.
Capitolo decimo
Il caldo afoso aveva macchiato di sudore la canottiera del maresciallo Pili. Entrare in macchina
era stata un'impresa non da poco. Questo succedeva perch non gli davano mai retta: volevano che
parcheggiasse dove c'era l'ombra, ma non pensavano mai a dove sarebbe stata l'ombra al momento di
rientrare in macchina. La situazione era peggiorata dal fatto che la cognata del maresciallo aveva una
cucina nient'affatto estiva. Insomma era una giornata storta. Per tutto il pomeriggio precedente Agnese,
sua moglie, aveva fatto e disfatto i bagagli di Loredana, sua figlia. Senonch la bambina si era rifiutata
di rimanere al mare con gli zii e i cuginetti. Una sfacchinata sotto la canicola per portarcela, con la
prospettiva di viaggiare dopo pranzo per arrivare a Nuoro prima delle quattro, ora in cui avrebbe
dovuto prendere servizio. Il vino rosso non si accorda con i trenta gradi all'ombra, ci starebbe meglio
una siesta. Ma tant': occorreva rimettersi in macchina, sotto il sole a picco, con la bambina che
piangeva per la delusione, e quel pranzo degno di un Capodanno sullo stomaco. E il vino nella testa che
sciacquettava nel cervello e nella gola a ogni curva. Il camion si prese l'intera carreggiata, comparendo
dopo un curvone a una velocit superiore al massimo consentito. Nicola Pili sterz con violenza. Sent
nella fiancata dell'auto lo stridio dei pneumatici del camion che sfrecciava. Il muso dell'auto si impunt
verso un muretto di protezione sbrecciato da chiss quale altro incidente. Fu tutto istantaneo, talmente
istantaneo che nessuno ebbe il tempo di capire dove finisse la scarpata. Solo il tonfo e l'esplosione del
parabrezza, annunciarono che si era approdati da qualche parte, venti metri sotto la carreggiata. Il
maresciallo rest immobile al posto di guida. Voltandosi leggermente poteva vedere Agnese riversa
con la testa all'indietro e i capillari impazziti sul suo viso per il contatto con migliaia di schegge del
cristallo in frantumi. Agnese faceva lunghi respiri profondi. - Non ti spaventare, - gli disse, - sono i
vetri -. Non voleva muoversi. - Loredana, - disse.
Il maresciallo sentiva male al costato e alla schiena, aveva freddo ora, ma, per il resto, sembrava
tutto a posto: poteva muovere le gambe. Si volt con un lamento. Lo sportello posteriore destro era
spalancato. Il sedile era vuoto. Allora cominci a sentire male al petto, ma si trattava dei battiti
accelerati che impegnavano il costato sicuramente fratturato in pi punti. Lo sportello al suo fianco non
si apriva. Con mossa febbricitante tent di forzarlo. Una spallata lo spalanc. Finalmente fu in grado di
uscire. - Loredana! - grid cercando di trovare un equilibrio stabile. - Loredana!
Gli rispose un uggiolio poco distante, come il lamento di un cucciolo di gatto. Tenendosi per il
fianco tent di raggiungere quel lamento...
Apr gli occhi. Poco distante da lui una candela emetteva una luce fioca. Oltre l'area illuminata
il lamento proseguiva. Si trattava di un pianto gutturale.
Constatare che aveva le mani legate non lo sorprese pi di tanto. - Loredana! - chiam.
Dall'altro capo della stanza Cosimo Pau emise un altro lamento.
La candela cominci a diffondere il suo chiarore per tutta la stanza. Era di fronte a lui, dall'altro
capo della stanza, seduto per terra. Aveva la sua pistola d'ordinanza fra le mani.
- Non  bellissima? - sospir Cosimo voltandosi di lato verso la parete del caminetto.
Il maresciallo si volt automaticamente seguendo il movimento dell'altro.
Quello che vide gli fece digrignare i denti. Sent che i suoi reni non avevano retto e l'orina
bollente gli stava inzuppando i calzoni.
La bambina conservava una parvenza umana nonostante il suo corpo sembrasse il frutto di
un'imbalsamazione malriuscita. Le labbra rinsecchite scoprivano la chiostra dei denti in un orrendo
sorriso. I capelli allisciati erano riportati in bande regolari fino a coprire quello che restava di due seni
appena accennati. Era imbrigliata a una sedia, con le caviglie tenute strette da uno spago che era ormai
abbondantemente penetrato oltre la pelle, fino all'osso. Le mani appoggiate alle ginocchia mostravano
unghie lunghissime di un biancore brillante.
Cosimo sorrise. - La mia Lina, - disse, tenendo la pistola puntata verso il maresciallo. - L'ho
ritrovata!  bella come allora, ha i capelli lunghi...
Lo stomaco del maresciallo agiva per conto suo costringendolo ad affrontare profondi conati. -
Grazia Mereu... - farfugli cercando di respirare profondamente.
Gli occhi di Cosimo si rabbuiarono. Cominci ad agitare la pistola. - Nessuno me la porter via,
- piagnucolava come un bambino.
-  inutile che agiti quella pistola:  scarica, - lo inform il maresciallo tentando di non guardare
verso il cadavere della bambina. -  inutile. Verranno a prenderti, te la porteranno via!
Cosimo, con un balzo in avanti, si mise in piedi a coprire col suo corpo i poveri resti di Grazia
Mereu.
- Lo sai come si dice in questi casi? Meglio morti. Cos si dice dalle nostre parti, perch
piuttosto che fare tutto il male che hai fatto sarebbe stato meglio che tu fossi morto prima di nascere!
Cosimo si illumin, assunse un'espressione di smaccata felicit. - Ora sembra un prete,
maresciallo -. Era la prima volta che pareva riconoscerlo. - Non dovrebbe mentire, non  affatto una
bella cosa mentire. Lo sa che chi dice le bugie finisce all'inferno?
- E dove avrei mentito? - chiese lui tentando di mantenere saldo il tono di voce.
- Sulla pistola, tanto per cominciare:  carica. E poi sul fatto che verranno a prendermi...
Non riusc a finire la frase.
Capitolo undicesimo
La piazzetta era ingombra di macchine della polizia. Il giudice Corona fu costretto a
parcheggiare qualche metro pi indietro. La dottoressa Comastri lo seguiva a fatica mentre cercava di
raggiungere il centro dello spiazzo. Il portoncino della casa era spalancato. I lampeggianti delle
macchine della polizia davano all'atmosfera un che di irreale. -  morto, - disse un agente, dopo le
presentazioni di rito.
La dottoressa Comastri vide che il giudice si afflosciava sul cofano di una delle pantere.
-  meglio che non entri, - la blocc l'agente, - non  un bello spettacolo.
Danila Comastri lo ignor proseguendo verso l'interno della casa.
Il cadavere di Cosimo Pau era riverso a terra, lo sparo a bruciapelo in pieno volto l'aveva
proiettato all'indietro facendogli travolgere una sedia. Al buio pareva che il corpo fosse caduto su una
pila di stracci.
- Ha fatto tutto da solo: si  sparato in faccia, - disse il maresciallo Pili alle sue spalle, mentre si
massaggiava i polsi. - Abbiamo trovato Grazia Mereu, - continu indicando l'ammasso informe sotto al
corpo di Cosimo Pau.
Capitolo dodicesimo
Maria Vittoria chiuse il giornale. Uno di quegli articoli l'aveva scritto lei.
Ora che era tutto passato, magari Alberto avrebbe deciso che non era pi necessario
nascondersi.
Bisognava aspettare. Comunque aveva iniziato a nevicare, Alberto sarebbe stato contento.
Giuseppina consegn la sua lettera di dimissioni con una strana leggerezza. Pensava che
sarebbe stato pi difficile. Aspett il momento propizio: poca gente in redazione.
Eugenio attese che Lina finisse di riunire le sue poche cose. Le fece indossare un cappotto fuori
moda che la rendeva ancora pi minuta. La donna lo guard senza parlare, se aveva paura non
traspariva dai suoi occhi, ma dalle sue mani.
- Hai un figlio che ha bisogno di te, - disse Eugenio con dolcezza, circondandole la spalla con
un braccio.
La donna accenn col capo.
Il maresciallo Pili tent di mettere i fiori sulla tomba della sua bambina in modo tale che il
vento non li portasse via. I fiocchi impazziti della prima neve dell'anno facevano l'effetto di
un'immagine televisiva sintonizzata male.
Il commissario Curreli si prepar alla vacanza pi lunga della sua vita.
Lina usc dalla prigione. Sembrava piccolissima accanto al dottor Martis. Cominciava a
nevicare.
-  uscita, possiamo andare -. Salvatore Corona si apprest a mettere in moto. - Novit? -
chiese, vedendo che Danila Comastri sembrava pi interessata alle pagine politiche del quotidiano che
stava sfogliando, piuttosto che al motivo per cui si erano appostati davanti alle supercarceri.
Danila Comastri diede uno sguardo distratto oltre il finestrino: se l'aspettava pi alta Lina
Piredda.
- Novit importanti? - domand ancora una volta Salvatore Corona.
- Mh, - si limit a rispondere lei. - Roba da non credere: tra un poco il nostro paese avr un
nuovo partito politico.
- Fumerei una sigaretta... - disse lui per niente interessato all'argomento.
- Se ne vuoi una delle mie... Ma non si possono definire veramente sigarette.
-  una di quelle con poca nicotina?
- Ultraleggere, qualcosa in pi che superleggere. Perch ridi?
- No, niente. Pensavo alla morte dei bei vizi di un tempo: la parvenza dei vizi senza la sostanza,
insomma. Bacco, tabacco... - aggiunse guardando altrove. - Roba andata ormai, ora ci sono le sigarette
ultraleggere e le bibite analcoliche.
La dottoressa Comastri richiuse con precisione il quotidiano dopo un'ultima sconsolata scorsa. -
Ci rimane sempre Venere, - disse tirando fuori il braccio dal finestrino aperto dell'auto, per acchiappare
i fiocchi di neve con la mano.
...
FINE.